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Quello che resta del Messico

di Gennaro Carotenuto | 7 Settembre 2015
Enrique Peña Nieto, con il tradizionale discorso alla nazione, giunge a metà del suo mandato di sei anni in Messico. Vi giunge nel momento peggiore della storia degna di un grande paese di 100 milioni di abitanti. Di tale momento drammatico Peña Nieto, con il PRI che tornava al governo dopo 12 anni di opposizione alla destra del PAN, in un paese dove l’alternanza al governo è una finzione, non è l’unico ma è uno dei peggiori responsabili.
Dall’insediamento del suo predecessore, Felipe Calderón, la guerra civile sotto le mentite spoglie di guerra al narcotraffico, impostata così all’epoca della presidenza Bush, ha causato almeno 130.000 morti e un numero indeterminato di almeno 25.000 desaparecidos. Questo secondo le cifre di Amnistia Internazionale, forse la più restrittiva tra le organizzazione che provano a calcolare i numeri di quest’apocalisse negata che al 90% elimina giovani poveri, poco scolarizzati, senza alcuna opportunità, nati e vissuti sommersi nelle immense periferie del meraviglioso paese nordamericano.
La differenza tra Calderón e Peña Nieto è che con quest’ultimo sono di gran lunga aumentati i desaparecidos. Armi leggere, armi pesanti, armi da guerra hanno inondato il paese, a volte scientemente da parte del governo USA e di entità come la CIA, la DEA e perfino la FBI, che continuano a fare esperimenti di ogni genere a sud della frontiera, combattendo ma anche alleandosi con il narco, come anni fa dimostrò il caso Fast and Furious. Se ciò è servito a cancellare o quasi il Messico come nazione capace di una politica autonoma, non solo non è servito a contenere il narco, che del resto deve quasi tutti i suoi dividenti agli USA e ai suoi milioni di consumatori, ma nel corso degli anni ha sempre più mescolato le carte della criminalità organizzata anche a Nord del Rio Bravo.
La tortura e le esecuzioni extragiudiziali, la lotta contro le quali ha una lunga tradizione nei movimenti sociali del paese, sono tornate a essere la regola e in almeno un caso, quello della sparizione dei 43 studenti di Ayotzinapa, i media monopolisti internazionali, che preferiscono sempre guardare altrove per non danneggiare gli affari, legali ma soprattutto illegali, delle classi dirigenti di uno dei paesi più ortodossi difensori del modello neoliberale, non hanno potuto girarsi dall’altra parte.
Il solo apparente laissez faire, che non ha impedito alla moglie del presidente di acquisire una mega villa da 7 milioni di dollari nella zona più esclusiva del Distretto Federale, e al presidente stesso e al ministro dell’economia, di farsi costruire gratis altrettante megaproprietà da beneficiari di appalti pubblici (degli Scajola non all’insaputa), nel solo 2015 ha affondato altri due milioni di messicani al di sotto della soglia di povertà. Oramai sono due su tre i messicani poveri. La stessa moneta nazionale, il peso, va in caduta libera e oramai un dollaro sfiora i 18 pesos contro gli appena 13 di pochi mesi fa. Peña Nieto intanto ha aperto le porte alla privatizzazione del petrolio, materia prima che per 70 anni aveva garantito uno stato sociale ammirevole, proprio alla vigilia del crollo dei prezzi del greggio. Il greggio messicano ormai viene regalato a poco più di 30$ al barile e per la prima volta le rimesse dei lavoratori emigrati superano i ricavi dell’esportazione di petrolio.
Del Messico però meno si parla meglio è. E’ più comodo e sicuro puntare il dito sul Brasile o sul Venezuela. Dal 2000 a oggi circa 130 comunicatori sono stati assassinati nel paese. Il massacro che ha segnato la morte del giornalista Rubén Espinosa, Nadia Vera e altre tre persone, il 31 luglio in piena capitale dove da Veracruz li hanno raggiunti i sicari, resterà impunito anche se un poliziotto con precedenti di torturatore è stato arrestato la scorsa settimana. Pagherà altre sue colpe, occultando quelle altrui, come spesso avviene in Messico dove un colpevole da sbattere in prima pagina se necessario si trova sempre. Intanto l’ignominiosa fuga del più pericoloso narcotrafficante al mondo, Joaquím Guzmán, el Chapo, ha nuovamente messo alla berlina il sistema giudiziario e politico del paese in un corto circuito di corruzione conclamata, inefficienza e violenza.
Settembre in Messico è il mese della patria e il 16, nella più sentita festa nazionale, si celebra il ricordo di quanti nel 1810 si ribellarono al malgoverno spagnolo. A posteriori questo appare infinitamente meno terribile di quello che ha distrutto il paese nell’ultimo ventennio, in particolare da quando nel 1994 entrò in vigore il NAFTA, il trattato di libero commercio con gli USA che, cominciando a distruggere l’intero settore primario del paese, aprì la porta alla disoccupazione e alla migrazione di massa e rese il paese intero territorio disponibile a fare da piazza di spaccio per il mercato USA del narco. Così un paese per decenni orgoglioso della sua autonomia rispetto al grande vicino del Nord e del proprio ruolo di potenza regionale, politica, economica, culturale, vede il proprio sistema democratico regredire a livelli infimi. Non ha nulla da celebrare se non i guadagni della sua sfacciata corruzione privata, Peña Nieto.
Il Messico che si dissangua leva il sonno e, anche se milioni di formichine rischiano la vita continuando a militare in migliaia di movimenti sociali e a mostrare al mondo la faccia del paese civile che dal Chihuahua al Chiapas continua a lottare per la giustizia, ben poche notizie inducono alla speranza se non la certezza che presto o tardi il grido degli esclusi seppellirà quest’infamia.
Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, brasile, bush, consumatori, discorso, giovani, governo, massa, mercato, mondo, nazione, opposizione, persone, pri, responsabili, speranza, studenti, usa

Info Gennaro Carotenuto

Gennaro Carotenuto (PhD Valencia U.) è professore e ricercatore in Storia Contemporanea presso l’Università di Macerata. È stato fellow teacher presso l’Università Bocconi di Milano e research fellow presso l’Institut des hautes études d’Amérique latine dell’Università Sorbonne Nouvelle oltre che professore invitato presso università di Argentina, Cile, Uruguay, Venezuela, Tunisia.

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