
Due mesi con la fissa dei banchi. Mesi di ansia per banchi nuovi, banchi vecchi, distanza dei banchi, banchi a ruote, banchi a scacchiera banchi a zig-zag. Per fortuna ora l’ansia è un po’ allentata, se non sopita. Facevano notizia, facevano titolo. Banchi su giornali e tv. Vedere quelle immagini in cui fior di professori di fisica e latino misuravano con il metro la distanza faceva tenerezza.
Va bene il problema dei banchi ma intanto c’erano ben altri problemi che si affacciavano e che irrompevano (quanto mi piace il verbo irrompere!) tipo come accogliere gli alunni, come spiegare l’emergenza, come usare i dispositivi di protezione personale come indossare le mascherine come usare il gel, come armonizzare un ambiente di incontro, quale è una scuola, con le regole del non-incontro perlomeno ravvicinato. Mica poco.
Ma niente, per due mesi ecco la fissa ansiosa dei banchi: banchini, banchetti, seggiole con ripiano e rotelle e appoggia libri ad altezza pavimento, isole di banchi, circonferenze in cui mettere i banchi e circonferenze attorno alla cattedra, banchi sotto la lavagna banchi lontano dalla porta, banchi sotto la finestra e via bancando. Anche noi giornalisti ci abbiamo messo del nostro perché quando scatta un tema popolare tutti a titolare. E via di fantasia più o meno originale: “Apre la scuola banco di prova”. Epico. “Sui banchi il banco di prova della scuola”. Filastrocca. Qualcuno ironicamente ha chiosato “banco di prova, prova di banco”. Bona lè, come dicono a Bologna.
Che poi chi ha detto che bisogna stare 5 ore allo stesso banco, nello stesso posto, che poi chi ha detto che il banco deve essere una costante per tutte le lezioni quasi una prigione logistica, chi ha detto che i banchi anche senza ruote non si possano spostare. Insomma il banco è stato un problema per molti versi ingigantito. Speriamo che dalle prossime settimane con la partenza vera dopo queste fasi di avvio e conoscenza la scuola affronti il suo obiettivo strutturale: istruire, formare, educare, umanizzare.
Sarà il caso di passare dalle aule geometriche alle aule filosofiche. Per dire. Con tutto il rispetto per la geometria dopo la loro collocazione ottimale sarebbe il caso di passare ai concetti e al pensiero. Tutti a misurare il metro o metro e mezzo da bocca a bocca come se le bocche fossero sempre ferme e rigide e tutto questo ambaradan programmatorio non teneva abbastanza conto delle fasi intermedie, degli ingressi e delle uscite, delle merende e delle ricreazioni delle scale e dei corridoi cioè di tutti quegli ambienti comuni in cui e più facile incrociare il famigerato droplet. Quindi prudenza e attenzione in aula, ma ancor più prudenza e attenzione fuori dalle aule, nei corridoi, per le scale, ai parcheggi, alle fermate dei bus e delle corriere, al cancello, alla porta, alla finestra.
E i lavori di gruppo? Come si sussurra ai tempi del Covid: mi fai vedere la formula? Mh. Facezie e luoghi comuni a parte, servono buon senso e monitoraggio, personale attento e formato, come in tutti gli altri posti di lavoro di di aggregazione. Tipo sui mezzi di trasporto. Che senso ha il distanziamento nelle carrozze se poi al marciapiede fai 15 minuti di ammassamento? Tipo sui traghetti di quest’estate: che senso aveva il distanziamento sui ponti e nei luoghi di soggiorno se poi erano tutti ammassati per le scale dovendo fare lo stesso tragitto in migliaia sullo stesso percorso?
E’ come andare a fare il tampone per mettersi il cuore e il polmone in pace e poi sbaciucchiare il primo o la prima che ti ispira fuori dall’ambulatorio. Non si fa.
Ai miei tempi del liceo non c’era ovviamente questa pandemia. Eravamo in 18 in aula, sei per tre file, abbastanza distanziati per essere già “grandoni” se non ricordo male, da quarta e quinta. Se non era un metro di distanza “boccale” poco ci mancava, e comunque eravamo di fianco, e l’80 o 90 per cento del tempo passava in posizione faccia verso la cattedra o la lavagna non verso la faccia del vicino o della vicina, salvo casi di innamoramento e poi di regola finiva in fidanzamento e matrimonio. Capitò.
Magari fessura più larga tra banco e banco e arrivi persino a un metro e mezzo. Banco di prova per il buon senso, come si può immaginare. Poi aprire e le finestre e aerare i locali: benissimo, validissimo, indicatissimo consiglio ora per la emergenza virus ma anche allora per respirare a pieni polmoni l’aria pulita che veniva da fuori, dal parco. Il banco del buon senso vale sempre.
Insomma non è solo un problema di banco ma un sistema nuovo di relazioni e interazioni che i nostri alunni e studenti devono apprendere in queste settimane e mesi: come interagire senza rischiare, come scambiare quaderni e matite, appunti e libri senza veicolare potenziali agenti infettanti, come parlare anche a distanza come pulirsi le mani e la faccia, come non toccarsi naso e bocca e occhi e questo farà di una scuola normale una super scuola.
La lotta al virus potrà generare comportamenti virtuosi che nemmeno i corsi di buona educazione di una volta potevano raggiungere. E’ proprio vero, come ricorda il detto popolare, si fa di necessità virtù. E che necessità, e che virtù. “Allora chi interroghiamo oggi su D’Annunzio?” Ma questo è un altro film.
Fabrizio Binacchi

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