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QUELLA SPINTA CHE SERVE IN EUROPA

Non perdiamo una straordinaria occasione. Verso un soggetto politicamente e istituzionalmente definito. Di Enrico Cisnetto

di Enrico Cisnetto | 24 Novembre 2008

Bruxelles, addio. Se già non era bastato il vento gelido della crisi finanziaria mondiale e della recessione che ha portato in Europa, ieri ci ha pensato la bora del vertice italo-tedesco che si è svolto a Trieste a spazzar via la Commissione Ue e il suo ruolo sempre più residuale. Non avendo molti punti di convergenza circa le iniziative da prendere per fronteggiare la crisi da poter registrare, Angela Merkel e Silvio Berlusconi hanno convenuto essenzialmente su una cosa: definire burocratica ed inefficiente la Commissione presieduta da José Manuel Durão Barroso. Per la verità loro hanno usato un linguaggio più educato, auspicando che essa diventi “meno burocratica e più efficiente”, ma il significato è quello: la Commissione non funziona, bisogna pensare a qualcosa di diverso.

D’altra parte, già nelle scorse settimane, tra il G4 in “salsa Sarkozy” (i quattro paesi di Eurolandia presenti nel G8) che coronava una serie di uscite del presidente francese tutte tese ad accentrare su di sé la leadership continentale, e il G20 capitanato da Gordon Brown, a sua volta artefice delle prime proposte europee a difesa delle banche in difficoltà, si era potuto toccare con mano lo scarso peso di Bruxelles, non predisposta per essere sintesi degli interessi e delle volontà politiche di tutti i membri del club europeo, priva delle competenze necessarie per avanzare ai governi proposte di merito, ma anche incapace di un colpo di reni per indirizzare diversamente le ingenti risorse che gestisce.

Ma la mancanza di un punto decisionale europeo – peraltro problema storico, per cui è celebre la battuta di Kissinger “quando un presidente Usa vuole chiamare l’Europa non sa mai che numero fare” – si è notata soprattutto nel G20 dello scorso weekend, quando al vertice mondiale che sta sostituendo il G8 per importanza è apparso chiaro che il Vecchio Continente si presentava più che mai diviso. E non solo perchè l’allargamento a 27 ha comportato più problemi che vantaggi – e ce ne accorgeremo l’anno prossimo, quando il turno di presidenza sarà della Repubblica Ceca – ma anche perchè il nucleo dei paesi dell’euro viaggia in ordine sparso nonostante la moneta comune. Non è un caso, infatti, che fin dall’inizio della crisi la Germania abbia assunto un atteggiamento di ritrosia a qualunque ipotesi di azione collettiva, si trattasse dell’idea di un fondo sovrano europeo lanciata da Tremonti, del “patto” a sostegno di banche e imprese suggerito da Sarkozy, o della cooperazione fiscale riproposta in tutti gli ultimi Ecofin. La Merkel, scottata dal fallito tentativo di un’alleanza di ferro con Bush, si è mostrata diffidente verso gli altri partner continentali e convinta che i problemi economici tedeschi siano solo congiunturali – e in buona misura lo sono davvero, perchè contrariamente a tutti gli altri paesi europei la Germania aveva già fatto prima della crisi i cambiamenti strutturali resi necessari dalla globalizzazione, pagandone debitamente il prezzo – mentre quelli degli altri, a cominciare dai nostri, siano molto più strutturali, e (comprensibilmente) non intende farsene carico.

Allo stesso modo, tanto la Francia – il cui manifatturiero sembra tenere, visto che non è ancora tecnicamente entrata in recessione – quanto la Gran Bretagna – colpita al cuore del suo modello di sviluppo, tutto incentrato sul ruolo finanziario di Londra – e la Spagna – terrorizzata che la curva della crescita possa essere stata fermata dalla crisi immobiliare – sono portatrici di esigenze molto diverse, e dunque guardano a politiche economiche necessariamente differenti. L’Italia, poi, ha molto meno bisogno di altri di intervenire sul sistema bancario, ma molto di più sul sistema delle imprese, le cui lacune sono state impietosamente messe a nudo da un recente studio della Banca d’Italia, in cui si afferma che negli ultimi anni solo un quarto di esse ha fatto reali innovazioni di processo o di prodotto.

Così, proprio mentre il venir meno della centralità del dollaro –tanto da far ipotizzare una nuova Bretton Woods – e più in generale dell’unilateralismo degli Usa apre spazi impensati all’Europa, il rischio è che la mancanza degli Stati Uniti d’Europa, cioè di un soggetto politicamente e istituzionalmente definito come rappresentante dei cittadini del Vecchio Continente, ci faccia perdere una straordinaria occasione.
Mai come ora si capisce quanto sia stato importante l’aver dato vita all’euro, ma mai come ora si capisce altresì quanto sia un delitto non essere andati oltre nel processo di unificazione dei paesi europei che si sono dati un’unica moneta.

Enrico Cisnetto (da Terza Repubblica giornale on line di Società Aperta)

Pubblicato in : Primo pianoTag: angela merkel, anni, banche, barroso, berlusconi, bruxelles, bush, cambiamenti, commissione, crisi, crisi finanziaria, europa, finanziaria, francia, g20, germania, globalizzazione, gordon brown, gran bretagna, importanza, la germania, leadership, merito, merkel, paesi europei

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Puccio cartoni

    28 Novembre 2008 alle 19:00

    La moneta unica è stata una soluzione tecnica ,e giustamente imposta ,ma pessimamente seguita (almeno da noi); ma la questione dell’assetto di una carta costituzionale , e la smania di allargamenti “strani” a sempre più numerosi soggetti partecipanti ,non essendo questioni condivise dalle popolazioni ,ma imposti alle coscienze ,pone sostanziali remore all’unificazione tra i popoli .In questo caso la fretta si è dimostrata pessima consigliera. Vanificando l’esigenza indubitabile di un unico centro decisionale.Ma l’orizzonte non pare schiarito ,come dimostrano le accuse di anti-europeismo ogni volta che si accenni a valutazione critiche . Ed infatti i leaders più forti tendono a…..tirare l’acqua al proprio mulino . Prefigurando operazioni di conquista anzichè di unione dei popoli. La burocrazia non riuscirà a mascherarsi da unità , ho l’impressione. La moneta c’è ,ma tutto il resto ancora manca.

    Rispondi

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