Abbiamo studiato e imparato. A alcuni da secchioni. La virologia e l’epidemiologia non sono più totalmente incomprensibili per la maggioranza delle persone che, loro malgrado, si sono dovuti confrontare con queste discipiline notte e giorno.
Fior di psichiatri psicologi neuropsichiatri economisti sociologi, in compagnia di costituzionalisti di altissimo rango e lignaggio, si sono tuffati nell’analisi del fenomeno. A 360 gradi.
Non saremo dunque noi a darne contezza.
Ma dal basso, dalla vita di tutti i giorni, dai problemi del quotidiano, ci possiamo permettere di esprimere sentimenti sensazioni e reazioni attinenti alle esperienze che abbiamo vissuto.
All’inizio eravamo ignari di ciò che ci aspettava e speravamo in qualcosa che si sarebbe risolto a breve. Oggi sembra che, andando avanti, le varianti o le variabili si susseguano senza sosta procurando un senso di insofferenza e di aleatorietà su tutto cio che ci circonda.
E la rabbia, sottile e poco esitata da parte della maggioranza silenziosa o quella dura e pura che sfocia talvolta nella violenza di una minoranza che come sempre esorbita e diventa sempre più eclatante, ci attanaglia. E forse se ne parla anche troppo, sottovalutando quella silenziosa che cova sotto la cenere.
Siamo arrivati a sentirci esausti e attoniti ancora più di allora. Eppure sappiamo tutto ormai di questo corona e, i più equilibrati hanno accettato l’idea che abbiamo una scelta da fare. Vaccino si, vaccino no. Ormai tutti o quasi gli operatori sanitari insieme alle comunità scientifiche, dalla FDA all’OMS a Ema e Aifa per noi europei e italiani, hanno preso atto che al momento lo strumento più importante e necessario è il vaccino. Non l’unico, ma la cura preventiva che evita la malattia, almeno in parte, e la rende comunque meno grave e non letale.
Questo non significa che la ricerca non proceda nella via delle cure alternative, ma non preventive.
E, dato che i guelfi e i ghibellini non sono morti dalle nostre parti, hanno ripreso forza e vigore e si esercitano in una lotta continua che spossa la gente , fisicamente psicologicamente e neurologicamente. Insieme al mercato.
Per non parlare del long covid che ormai è conosciuto dai tanti che si portano dietro effetti non sempre gravi o gravissimi ma molto spiacevoli, della brutta malattia.
Il dicembre scorso avevo scritto, forse prevedendone la difficoltà, e non era difficile, un articolo che purtroppo ha avuto un esordio e poi un esito simile al previsto e prevedibile.
E un altro altrettanto attendibile, purtroppo.
Condivido il pensiero, trovato fra le notifiche di FB, di di Valter Romani, e mi associo al gruppo delle “cavie” dato che mi sono vaccinata con AZ, convintamente, appena aperto il portale che riguardava la mia fascia generazionale il 4 aprile.
Quel che sarà il futuro non lo sa nessuno.Tanto meno chi sceglie di non vaccinarsi. Ai cui auguro, comunque, buona vita. E così ai vaccinati.
“Io ho fatto da cavia al vaccino.
Si. Anche questa volta nella vita mi sono voluto fregiare dell’onore di essere tra i primi, in trincea. Ho fatto da cavia per me è per gli altri.
Quelli che ancora oggi usano questo termine, evitino di farlo.
Di’ che non ti vuoi vaccinare perché hai paura ma non dire che non vuoi fare la “cavia”.
Hai perso il turno.
Sei ultimo in questa graduatoria.
La cavia l’abbiamo già fatta noi, anche per te.
Se ti vaccini ora puoi farlo consapevole del fatto che ci sono statistiche confortanti.
I rischi probabilmente sono paragonabili a quelli di altri farmaci che già usi.
I primi… Noi… Le vere cavie… questi dati non li avevamo.
Noi abbiamo rischiato… Tu puoi andare quasi sul sicuro, visto le statistiche”.
Carla Ceretelli

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