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Quando si tratta di tutelare gli interessi dei cittadini lo stato abbaia ma non morde: il caso delle società partecipate

di Rocco Todero | 28 Dicembre 2014

E’ stata concessa una nuova proroga sino al 31.12.2015 senza prevedere sanzioni reali o automatismi efficienti in grado di assicurare una volta per tutte il risultato promesso e mai realmente perseguito.

A differenza di quanto di solito avviene quando lo Stato esige qualcosa dai cittadini, allorché fa seguire i suoi minacciosi propositi, comunicati via legge, dall’esecuzione puntuale di fatti che mettono in ginocchio ora i contribuenti, ora i consumatori, ora gli utenti, quando si tratta di costringere la pubblica amministrazione ad alleviare il suo giogo asfissiante sull’intera popolazione il “Leviatano”, invece, abbaia ma non morde.
Emette ululati, sempre tramite provvedimenti legislativi, per mezzo dei quali intima agli innumerevoli accoliti che si annidano dentro la pubblica amministrazione (politici e dirigenti) di portare a compimento percorsi che dovrebbero consentire all’Italia di diventare un Paese veramente civile, ma se i suoi adepti non rispettano termini e condizioni indulge, sornione, con nuove proroghe e rinvii, emettendo ulteriori latrati legislativi senza tuttavia mai mordere efficacemente.
E’ dalla vigilia di Natale del 2007 che il Parlamento italiano (allora a maggioranza di centrosinistra) ha predisposto una norma di legge (articolo 3,comma 29 della legge n. 244/2007, c.d. finanziaria 2008) che imponeva alle pubbliche amministrazioni di cedere a terzi, entro la fine del mese di giugno del 2009, le quote di partecipazione delle società aventi per oggetto attività di produzione di beni e di servizi non strettamente necessarie per il perseguimento delle proprie finalità istituzionali.
L’intento (lodevole) è stato duplice: da un lato, arretrare e contenere finalmente il perimetro di azione della pubblica amministrazione nelle attività il cui esercizio dovrebbe essere di esclusiva competenza dei privati, giusto al fine di tutelare la concorrenza ed il mercato (comma 27 del medesimo articolo 3), dall’altro, cucire l’inarrestabile emorragia di denaro che a fiotti ha dissanguato l’erario pubblico. Naturalmente l’effetto collaterale più immediato, frutto di una benedetta eterogenesi dei fini, doveva essere anche quello di sottrarre posizioni di potere, prebende e possibilità di contrattazioni clientelari al ceto politico in un momento in cui l’antipolitica non la faceva ancora da padrona.
Nel mese di giugno del 2009, però, una nuova e diversa maggioranza politica di centro destra ha prorogato il termine entro il quale procedere alla cessione delle quote, spostandolo alla fine del mese di dicembre del 2010 ( art. 71, comma 1, lett. e) legge 69/2009).
L’originario proposito è rimasto inalterato, i cittadini sono stati rassicurati della (sincera?) irreversibilità della scelta, confermata anche da una maggioranza parlamentare di diverso colore, ma la proroga ha trasformato una buona intenzione in un latrato cui non è seguito un morso efficace ma un ulteriore ululato.
Abbaiare, d’altronde, non costa nulla, è fiato sospinto nella bocca, in questo caso inchiostro versato sulle pagine della gazzetta ufficiale della Repubblica Italiana; mordere, invece, richiede impegno, coerenza e palesa credibilità, quella credibilità che si acquista solo quando alle parole seguono i fatti, agli obblighi non rispettati le sanzioni.
E’ stato così facile per il legislatore continuare a spostare il termine, per adempiere all’obbligo di procedere alla cessione delle partecipazioni delle pubbliche amministrazioni nelle società di produzione di beni e servizi non essenziali, di anno in anno sempre più in là nel tempo.
Il 27 dicembre 2013 una nuova maggioranza, ancora politicamente diversa da tutte le precedenti, ha emesso l’ennesimo abbaio: il termine per la cessione delle quote è stato postergato al 30 aprile 2014 (art.1, comma 569, legge 147/2013). Questa volta, però, il Parlamento ha ritenuto di non potere continuare a tergiversare, cosicché ha introdotto un meccanismo automatico secondo il quale decorso inutilmente l’ultimo termine, “la partecipazione non alienata mediante procedura di evidenza pubblica cessa ad ogni effetto; entro dodici mesi successivi alla cessazione la societa’ liquida in denaro il valore della quota del socio cessato in base ai criteri stabiliti all’articolo 2437-ter, secondo comma, del codice civile “.
Insomma, basta! Questa volta il morso sarebbe scattato automaticamente per tutti gli inadempienti e chi fosse rimasto ferito avrebbe fatto meglio a prenotare pure un posto in infermeria.
Dopo sei anni si è preso atto dell’inerzia delle pubbliche amministrazioni e ci si è convinti, meglio tardi che mai, che forse le società pubbliche così appetibili per il mercato non dovevano essere e che dunque continuare a prevederne la cessione a terzi quale condizione per la dismissione dal settore pubblico poteva rappresentare un escamotage per non liberarsene mai.
Ma il cannibalismo, ahinoi, non è più pratica dei nostri tempi, casta non mangia casta e così il 6 marzo 2014 il Parlamento ancora una volta ha ammonito senza mordere, spostando il termine della cessione delle quote di partecipazione al 31.12.2014! ( art.2 decreto legge 16/2014).
Marco Valerio Lo Prete e Serena Sileoni ci informano sul Foglio che su questa vicenda i latrati e gli ululati dello Stato dovrebbero continuare perché così sembra che il Parlamento abbia deciso nella nuova legge di stabilità. E’ stata concessa una nuova proroga sino al 31.12.2015 senza prevedere sanzioni reali o automatismi efficienti in grado di assicurare una volta per tutte il risultato promesso e mai realmente perseguito. Forse, però, sarebbe stato meglio, per evitare di screditarsi definitivamente, che lo Stato avesse ammonito questa volta più decentemente senza prevedere alcuna ulteriore scadenza. Almeno così smetterebbe di abbaiare.

 

Pubblicato in : Primo piano

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