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Quando Napolitano tentò di far ragionare politicamente Berlinguer

Negli anni ’80, Enrico Berlinguer, segretario del PCI, denunciò la “degenerazione dei partiti”, accusandoli di clientelismo e occupazione delle istituzioni, puntando sulla “diversità morale” dei comunisti. Giorgio Napolitano, esponente migliorista del PCI, criticò questa visione, esortando a un approccio più dialogante con altre forze politiche per evitare l’isolamento del partito. La divergenza culminò con un dibattito pubblico e Napolitano fu emarginato dal partito per aver messo in discussione la linea dominante. Questo episodio evidenziò le tensioni interne al PCI tra moralismo e pragmatismo politico.

di Raffaele Romano | 9 Gennaio 2025

Quando Napolitano tentò di far ragionare politicamente Berlinguer.

Enrico Berlinguer affermava di rifarsi alla linea storica di Palmiro Togliatti che legava la linea del PCI ad un ruolo attivo nell’affrontare i molteplici problemi eliminando la fase rivoluzionaria e, dall’altro, toglieva il filosovietico Armando Cossutta dalla segreteria nazionale del partito. Ma agli inizi degli anni ’80 iniziò una fase di critica politica alla linea del compromesso storico molto dura e profonda, infatti dal rapimento Moro al 1981 aveva fatto perdere al Pci molti voti e, soprattutto, senza autorevoli sponde politiche nel campo della Dc. A tal riguardo l’intervista di Berlinguer al fido Eugenio Scalfari del 28 luglio 1981, sulla Repubblica, aprì un robusto confronto non più solo all’interno, ma addirittura all’esterno con Giorgio Napolitano che osò superare il limite imposto dal centralismo democratico. In quell’intervista estiva Berlinguer denunciò quella che lui riteneva “la degenerazione dei partiti”: che avevano occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, come gli enti locali, quelli di previdenza, banche, aziende pubbliche, istituti culturali, ospedali, università, la Rai Tv ed alcuni grandi giornali. Un atto d’accusa rivolto alla Dc ma, anche e soprattutto, al Psi mentre, secondo lui, i comunisti si erano esclusi da questa presunta deriva perché “per noicomunisti la passione non è finita”. Mentre per la Dc e il Psi “sono soprattutto macchine di potere e di clientela”. Un sistema in cui tutto (appalti, finanziamenti di ricerca, cattedre universitarie e così via) poteva essere ottenuto solo in base alla fedeltà a un partito o una corrente. In questo Berlinguer non fu incalzato da Scalfari che avrebbe dovuto e potuto ricordargli che i suoi segreti amici americani avevano adottato lo spoils system (letteralmente dall’inglese: sistema del bottino) che era la pratica politica, introdotta negli Stati Uniti d’America sotto la presidenza di Andrew Jackson, secondo cui gli alti dirigenti della pubblica amministrazione cambiavano con il cambiare del governo e di chi aveva vinto le elezioni. Jackson fu il presidente che aveva battuto il repubblicano John Quincy Adams e che diede vita, di lì a poco, alla fondazione del partito democratico americano nel 1828. Visto che la fase dello storico compromesso con la Dc si era esaurita se non proprio estinta Berlinguer si era messo a guidare il Pci verso una nuova svolta a sinistra senza, però, i socialisti. La qual cosa non aveva molto senso. L’intervista sulla questione morale edificava una presunta e astratta “diversità antropologica dei comunisti” rispetto agli altri partiti e rendeva, di fatto, impossibile il dialogo auspicato dai miglioristi, guidati da Napolitano il che contribuì a creare un isolamento del partito che allontanava qualsiasi ipotesi di alternativa democratica. L’ambiguità della linea politica del leader comunista venne fuori in modo evidente in quanto, come da tradizione, il Pci non veniva per niente escluso dallo spoil system italiano sin dal 1944, pur essendo stato sempre ufficialmente all’opposizione. Ciò avveniva quasi ovunque dagli appalti pubblici ad una presenza sempre garantita nella gestione di tutte le società pubbliche, senza dimenticare molte regioni, provincie e comuni in cui il partito comunista era il primo partito e quindi governava ed incassava incarichi. Per non parlare poi dei finanziamenti nel quali primeggiava in quanto, oltre all’oro di Dongo, riceveva continui e costanti finanziamenti dall’Urss, società amiche che gli riversavano regolari parcelle, il sistema cooperativo oltre a quant’altro avveniva sul piano locale. A tali affermazioni non potè resistere Giorgio Napolitano che il 21 agosto del 1981, sull’Unità ed in occasione dell’anniversario della morte di Palmiro Togliatti, richiamò e ricordò la lezione politica dello storico leader scomparso 17 anni prima che, di fronte alla nascita del centro-sinistra fra Dc e Psi, si impose affinchè il Pci scendesse e andasse incontro al riformismo, anziché pretendere di combatterlo “con vuote invettive” e, sostanzialmente, invitava Berlinguer a cambiare orizzonte e linea politica vista la fine del compromesso storico quasi urlando che il partito “non si limitasse alla critica e alla propaganda, ma a proporre soluzioni”. Ma il colpo finale Giorgio Napolitano lo diede all’asse portante della critica berlingueriana ovvero l’onestà e la diversità del Pci quando affermò: “non ci chiudiamo in un’orgogliosa riaffermazione della nostra diversità”, anche perché la denuncia dei comportamenti degli altri partiti “non può oscurare la nostra visione unitaria” e “la ricerca dell’intesa con quei partiti che rappresentano forze sociali interessate al cambiamento” e con i quali, oltretutto, il Pci governava in molte regioni e grandi città, riferendosi chiaramente al Psi e ai partiti laici come quello repubblicano. Le conseguenze furono in stile Pcus in quanto nella riunione della direzione nazionale del 10 settembre del 1981 fu messo sotto processo molto duramente in quanto, secondo i seguaci berlingueriani, aveva forzato il pensiero di Togliatti e favorito la descrizione di un attacco interno al segretario nazionale. La conseguenza fu dura e drastica, infatti fu allontanato dal comitato centrale del partito e dall’importante incarico quale responsabile dell’organizzazione, per destinarlo a quello di capogruppo alla Camera dei Deputati. Il centralismo democratico del Pci diede prova della sua inossidabilità allorchè Adalberto Minucci in quella riunione della direzione affermò che, secondo quanto riportato da Luciano Barca nelle Cronache dall’interno del vertice del Pci, edito da Rubettino Roma, 2005, vol. II a pag. 859: “Napolitano ha compiuto un errore politico. Bisogna evitare che in un momento di grave crisi le opinioni, pur lecite, di un dirigente, possano essere usate come uno strumento di contrapposizione………a questo punto Napolitano dichiara di accettare le critiche sul metodo, ma di essere sinceramente preoccupato del fatto che la pur giusta denuncia delle degenerazioni della politica oscuri l’ampiezza delle forze con cui è possibile portare avanti una battaglia di moralizzazione”.

La doppiezza comunista la fece da padrone anche nel comportamento del pubblico ministero contro Napolitano cioè Adalberto Minucci. Infatti lo stesso personaggio politico, a livello regionale piemontese, era in perfetto accordo coi socialisti ed il Psi con cui governava e gestiva. Sia nel 1975 che nel 1983, fu tra gli artefici e il gran tessitore nella coalizione di governo in Piemonte, che portò il socialista Aldo Viglione alla guida della Presidenza della Giunta Regionale per ben due volte.

Raffaele Romano

Pubblicato in : Cultura ed eventiTag: amministrazione, anni, aziende pubbliche, banche, battaglia, camera dei deputati, compromesso storico, crisi, diversità, elezioni, enrico berlinguer, giorgio napolitano, giornali, governo, Laici, macchine, napolitano, partito democratico, processo, psi, questione morale, rai, repubblica, riformismo, roma

Info Raffaele Romano

Raffaele Romano è laureato ed è iscritto all’Albo dei Giornalisti del Lazio.
Ha fatto studi storici e filosofici.
Da giornalista si occupa di Storia Contemporanea quindi, per inerzia, si deve occupare di geopolitica e di economia e finanza avvalendosi di 15 anni di esperienze in banca.
Non disdegna, ogni tanto, di scrivere articoli sul “Cinema ed il Teatro”.
Ovviamente tifa per il Napoli da sempre.
Ha collaborato con molte testate a partire dal glorioso “Avanti” dove ha imparato il mestiere.
Attualmente collabora con alcune testate on line e, dal 2016, svolge l’attività di volontario per il Messico della Onlus N.P.H. USA (Nuestros Pequenos Hermanos).
Più altre cose.
L’autunno scorso ha pubblicato “Andreotti, Craxi e Moro visti dalla CIA” con documentazione desecretata presso la Centrale di Intelligence statunitense e dal Dipartimento di Stato.
A fine settembre uscirà il sequel che si occupa del movimento sindacale italiano dagli anni ’30 agli ’80 del XX secolo.

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