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Quando le ACLI aprirono la strada al pluralismo politico cattolico

In occasione degli 80 anni delle ACLI, un documentario realizzato dalla Fap di Firenze esplora la transizione delle ACLI verso il pluralismo politico e l’autonomia dal collateralismo con la Democrazia Cristiana. Attraverso interviste a storici presidenti e focus sugli anni ’70 e ’90, il video ripercorre momenti chiave come la presidenza di Livio Labor e il Congresso del 1969, che segnò la fine dell’unità politica dei cattolici e l’apertura a nuove forme di partecipazione democratica. L’opera rappresenta un’importante riflessione sul ruolo del sociale e della società civile nella politica italiana.

di Gabriele Parenti | 20 Settembre 2024

In occasione degli 80 anni delle ACLI, Fap(Federazione anziani e pensionati) di Firenze ha realizzato un documentario con coinvolgenti foto d’epoca dell’Archivio Acli e interviste a quattro storici Presidenti nazionali: Emilio Gabaglio, Domenico Rosati, Franco Passuello, Luigi Bobba, che hanno guidato le Acli in momenti cruciali del loro cammino. Nel docu che ha un focus sugli anni ’70-’90 si parla anche di Livio Labor, di Giovanni Bianchi, per una panoramica su un periodo denso di mutamenti politici e sociali. Il video è su Youtube.

Il documentario è stato presentato in anteprima al Presidente della Regione Toscana Eugenio Giani dal Segretario provinciale della Fap Acli Claudio Barsacchi e dai componenti della Segreteria.

Il Presidente Giani, mostrando vivo apprezzamento per tale lavoro ha detto : “ Questo video è un documento prezioso. Racconta aspetti significativi del cammino delle Acli e allo stesso tempo documenta un mondo, quello delle associazioni di promozione sociale, il cui ruolo è sempre stato decisivo nel cammino delle istituzioni democratiche e nel percorso di crescita umana e sociale del Paese”.

Il video fa un focus su vicende storiche di 50 anni fa che oggi appaiono un passato remoto con questioni come quella della “rottura” dell’unità politica dei cattolici che non sono più nemmeno comprese ma che all’epoca provocarono discussioni, lacerazioni, crisi spirituali. Ripercorrerle non è una semplice ricerca del “come eravamo” ma serve a comprendere dinamiche politiche dell’epoca, segnate da schemi troppo rigidi che poi, quando si sono aperti i primi spiragli si sono rapidamente dissolti.,

In questo articolo ripercorriamo, dunque, un momento cruciale delle Acli, che è sottolineato appunto dal documentario: quello presidenza di Livio Labor: la conquista del non collateralismo e del voto libero, quando ancora erano saldi gli “storici steccati.”

La prima svolta si ebbe già al Congresso del 1966, ricordato come quello dei fischi alla Dc che segnalavano l’insofferenza nei confronti del Partito dell’unità politica dei cattolici.

Domenico Rosati nell’ intervista che ho realizzato per il nostro documentario ha ricordato che le Acli “nacquero come forza collaterale alla Dc ma poi gradualmente si resero conto che essa con il suo interclassismo non incarnava tutta la tensione e sociale che l’associazione aveva ”. Rosati mi ha anche sottolineato un aspetto curioso ma significativo l’inno delle Acli (che è del 1958 ndr) parla di “ lotta lunga e dura” e che il termine “lotta” non era abituale nel mondo cattolico, era una terminologia del movimento operaio nel suo insieme di cui le Acli si sentivano parte.

Aldo Moro, allora Presidente del Consiglio nel suo saluto al X Congresso disse di ritenere che la forza ideale delle Acli “comunque essa si vada articolando sia qualcosa di essenziale nella vita sociale e politica del Paese e che l’apporto comunque configurato (corsivo mio) degli ideali cristiano di libertà e di giustizia sia un apporto originale e insostituibile”i

Fu definito il Congresso del “ruolo vulcanico” delle Acli ” di una “coerente capacità anticipatrice”. Poi il ‘68 segnò ulteriore attenzione alle “forze del cambiamento”, identificate con le “forze sociali della sinistra democratica” con le quali si privilegiò il confrontoii.

Emergeva un’accentuazione politica che chiedeva “canali nuovi di partecipazione per una più diretta democrazia di base” Si arrivò così all’ XI Congresso Nazionale (Torino, 19-22 giugno 1969), che segnò la fine del collateralismo con la Dc, il voto libero degli aclisti,(proclamato per la prima volta in Italia da una associazione cattolica). Labor scelse un diretto impegno politico con il Mpl. Emilio Gabaglio fu eletto Presidente.

Il Congresso Torino aveva avuto una sorta di anteprima dal 3 al 6 gennaio con quello di Gioventù aclista (che contava ben 220mila iscritti) che si tenne a Viareggio. Il tema “Movimento operaio e condizione giovanile” evidenziava l’adesione alle lotte operaie e studentesche. Gli organi d’informazione dettero ampio spazio ai lavori in quanto si capiva che preannunciavano le scelte del Movimento aclista dando concretezza a quella politicità delineata a Vallombrosa 1968 in modo ancora sfumato.

Ho parlato di questo evento con Lorenzo Scheggi Merlini che ne fu un protagonista. Gioventù Aclista- ha ricordato Scheggi Merlini – era parte viva e attiva all’interno del Movimento che arrivava a quel fatidico 1969 al centro del dibattito politico, super monitorato dai media, col motore del dibattito interno molto su di giri. Aleggiava in maniera crescente, la “voglia di politica” in un campo più largo della sola Democrazia Cristiana.

All’assise di Gioventù Aclista intervenne Gabaglio il quale rilevò che senza proiezione politica, la lotta dei lavoratori non poteva raggiungere appieno i suoi obiettivi e che l’autonomia delle Acli non significava disimpegno ma “riscoperta di un modo nostro che ci appartiene di fare politica” negando che ciò fosse compiuto esclusivo dei partiti “a cui necessariamente dovrebbero ricondursi tutte le forme di associazione e di espressione.” iii

Le Acli giunsero quindi a Torino con una prospettiva già delineata. Nella relazione di apertura Labor esortò a sviluppare attività e iniziative “che del movimento operaio sono proprie e che hanno per fine la liberazione dell’uomo-lavoratore da ogni condizionamento e da ogni costrizione economica, culturale e politica“.

E proprio “da questa esperienza autentica di movimento operaio – rilevava Labor – indipendentemente dalla loro fede religiosa e dalla loro scelta politica o sindacale può venire recuperato in concreto anche il discorso della libertà politica”.

Circa il voto libero degli aclisti. osservò che […] Collateralismo significa appartenere in modo sostanziale ad un determinato sistema capace di gestire, a livello anche partitico, la rappresentanza politica del movimento stesso.” iv La mozione che sanciva queste scelte fu approvata dall’ 86% dei delegati.

Della figura e sul ruolo di Labor abbiamo parlato con il figlio Willy uno dei relatori in un recente incontro con cui le Acli hanno ricordato lo storico Presidente

Una biografia di tuo padre s’intitola Labor e la virtù dell’impazienza. Perché questo titolo ?

Mio padre era un impaziente. Ma l’impazienza, che nel privato può rappresentare un difetto, nella congiuntura politico/sociale della fine degli anni ’60 appariva come una virtù. Consentiva di non accettare più lo status quo di una società bloccata nella quale l’ascensore sociale non funzionava più. Consentiva di non rassegnarsi ma invitava a cercare altre strade, altri sbocchi politici diversi da quello, comodo e vincente ma che aveva perso la spinta innovatrice dei primi anni, della Democrazia Cristiana.

Labor figura centrale nella storia dell’Italia del ‘900…le sue scelte Acpol e Mpl aprirono orizzonti nuovi alla politica, ruppero schemi consolidati, come le barriere fra laici e cattolici….

Questo è certo. Io non ho vissuto politicamente, per motivi di età, quegli anni. Ma tante volte nella vita ho incontrato persone che mi raccontavano la dirompente novità che rappresentò quella esperienza. La prima volta che i cattolici votarono in massa contro le indicazioni della DC fu in occasione del referendum sul divorzio del 1974. Proprio poco dopo la fine del MPL. In quella occasione una gran parte di laici e cattolici marciarono insieme e credo non lo avrebbero fatto in ugual misura se non ci fossero state le esperienze precedenti che non ebbero fortuna politica anche perché le elezioni anticipate le colsero a metà del guado.

Lo strappo con la Chiesa non venne però con il Congresso ma l’anno successivo, quando il Convegno di studi di Vallombrosa (27/30 agosto 1970) lanciò l’ipotesi socialista variamente interpretata. Si trattava di uno scenario, una scelta di campo indefinita, perché altrimenti sarebbe entrata in contrasto con il voto libero sancito dal Congresso; ma ebbe grande eco nell’opinione pubblica.

A Vallombrosa Gabaglio indicò alcuni punti sui quali sviluppare l’impegno futuro: “una irreversibile scelta anticapitalistica e quindi il nostro essere forza del cambiamento; la necessità di approfondire la ricerca verso un futuro diverso per l’uomo, senza escludere l’ipotesi autenticamente socialista” declinata come “soddisfacimento dei bisogni sociali, la piena realizzazione dell’uomo nel lavoro, nella liberazione integrale dell’uomo” v.

Tanto bastò perché il Consiglio Permanente della Cei emanasse un duro comunicato contro le Acli nel maggio 1971. Poi ci fu un evento di enorme risonanza: il 19 giugno Paolo VI,  deplorò che le Acli “con le sue discutibili e pericolose implicazioni dottrinali e sociali” si fossero poste fuori “dall’ambito delle associazioni per le quali la gerarchia accorda il consenso”. Seguì il ritiro degli assistenti ecclesiastici. Questo fece grande clamore e, sulla stampa, apparvero titoli del tipo “La Chiesa sconfessa le Acli.”

Peraltro, già il 6 marzo 1970, quindi prima di Vallombrosa e dell’ipotesi socialista, la Cei aveva manifestato “perplessità e turbamento” per l’uso di “linguaggi inconciliabili con la visione cristiana” e richiedeva un chiarimento in merito alla comunione ecclesiale.

Essendo le Acli nate e vissute all’ombra del campanile l’evento fu traumatico e dette il via alla scissione la cui portata psicologica fu anche superiore alla perdita di iscritti e di Circoli perché la base fu disorientata e ci furono incertezze sulla tenuta del sistema associativo.

Vari ambienti della politica e della Gerarchia ecclesiastica(con amplificazione dei media) interpretarono impropriamente l’ipotesi socialista come ricerca di un nuovo collateralismo con i partiti di sinistra (in specie il Psi e il più temuto Pci). Quindi, anche per evitare strumentalizzazioni, le Acli fecero una retromarcia su Vallombrosa, non sui deliberati di Torino che restarono un punto centrale della loro azione

Ciò comportò le dimissioni di Gabaglio a pochi mesi dal Congresso di Cagliari del 1972 che lo aveva riconfermato Presidente. Furono gli anni in cui le Acli con la Presidenza Carboni si ridefinirono, e dettero prova di resilienza con la loro presenza nel sociale.

Nella già citata intervista, Domenico Rosati ha osservato che “occorse molta pazienza, amore per il movimento “ E ci fu un costante dialogo con la Chiesa che, però, solo negli anni ’80, durante il pontificato di Giovanni Paolo II tornò in piena sintonia con le Acli che si definivano “ movimento della società civile per la riforma della politica” che si muoveva lungo le direttrici della pace, della pianificazione globale, della diffusione dei poteri.

Il rilancio passò – durante la presidenza Rosati – dall’allargamento del sistema relazioni delle politiche per la costruzione di una “più larga intesa tra le forze democratiche e popolari» e di ribadire «la centralità della società civile come elemento di rigenerazione della politica” al di là, quindi, del dominio dei partiti. vi

Giovanni Bianchi e di Franco Passuello ampliarono la navigazione in mare aperto. Si era agli albori della seconda repubblica e i partiti si stavano rifondando con aperture alla società civile. Che però ebbero breve durata in quanto tornarono ad essere autoreferenziali e a porsi come unici interlocutori delle istituzioni.

Le scelte del 1969 furono anticipatrici dell’autonomia della società civile, base di un pluralismo e di una democrazia partecipativa che non si esprime solo nei partiti. Una conquista incompiuta perché il Terzo settore esprime l’autonomia del sociale ma il non collateralismo si è tradotto non di rado in un’ apoliticità tout court.

Viceversa, il fare, pur essendo requisito essenziale non esclude la soggettività politica articolata come analisi dei bisogni sociali, valutazioni critiche, proposte, in un ruolo non subalterno a quello dei partiti. E mi fa piacere che nel commemorare Labor, l’attuale Presidente nazionale delle Acli, Emiliano Manfredonia abbia osservato che “noi non siamo schierati in un partito, ma fare politica è uno degli impegni della nostra Associazione. Abbiamo questa grande eredità costruita nel tempo di pensieri, valori e spirito mai domo”vii.

Gabriele Parenti

i L’intervento di Moro da Youtube X Congresso delle ACLI. Quel comunque configurato fa pensare che Moro prevedesse la fine del collateralismo e ne prendesse atto senza alcuna riprovazione .

ii https://www.acli.it/le-acli-impazienti-verso-una-nuova-democrazia/ a cura di Archivio storico nazionale Acli

iii Aggiornamenti sociali,cit. marzo 1969 p.189

iv L. Labor, relazione– Torino, 19 giugno 1969). In ww.acli.it Le Acl impazienti cit.

v Relazione del Presidente Emilio Gabaglio al XVIII Incontro Vallombrosa, 27-30/8/1970, in A.S. .35-36, Ago 1970.

vi Le Acli impazienti cit.

vii https://www.acli.it/livio-labor-una-vita-nelle-acli-al-servizio-del-prossimo/

Pubblicato in : Cultura ed eventiTag: aldo moro, anni, anziani, chiesa, crisi, democrazia, dimissioni, discorso, elezioni, espressione, Eugenio Giani, figlio, firenze, futuro, giovanni paolo, intervista, italia, Laici, lavoro, mare, massa, merito, mondo, movimento, pensionati

Info Gabriele Parenti

Giornalista professionista e scrittore, ha svolto per numerosi anni, all’interno della RAI, attività di progettazione e conduzione di programmi radiotelevisivi per le reti nazionali e per la Sede Rai Toscana.

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