
Qui eravamo provincia di Mantova, esattamente a Pegognaga, in un salottino del Ristorante “Caminaccio”, non lontano dalla chiesa di San Lorenzo, metà anni Ottanta, i mitici Anni Ottanta. La fotografia parla.
Forlani paziente ed elegante si aggiusta la cravatta. Il giovane cronista osserva e attende il momento propizio per cominciare l’intervista. Dalla foto non si vede ma c’era anche un registratore a cassetta pronto a raccogliere le parole del leader democristiano e già presidente del consiglio, onorevole Arnaldo Forlani, giornalista raffinato e politico di lungo lunghissimo corso, morto a 97 anni nella sua casa di Roma l’altra settimana. Già presidente del Consiglio tra l’80 e l’81, più volte ministro, sfiorò nel ’92 l’elezione al Colle mancando per pochi voti il traguardo. Poi, per quello che gli amici chiamavano ‘zio Arnaldo’, arrivarono i guai, con il processo Enimont e Tangentopoli, e la fine della carriera politica. “Si può governare senza sembrare di stare al governo”, amava dire del suo impegno in politica, perché la cifra di Forlani era proprio quella di chi non sembrava ambizioso, anzi al contrario sempre un passo indietro, almeno in apparenza. Ingessato nel suo immancabile completo grigio. Una fama da pigro, quasi indolente. Apparentemente riluttante ad assumere cariche e responsabilità. Qui era in giro per il Mantovano, il Basso Mantovano, terra in cui venne alcune volte. Guardate la foto, osservate lo stile: giacca abbottonata, mano che aggiusta la cravatta al centro del petto, nodo perfetto stretto al collo di una camicia senza una grinza e lo sguardo concentrati verso il basso, sotto le grandi lenti di una montatura leggera e sottile. Quasi uno sguardo di pudore e di contegno. Di decoro. Francamente non ricordo i contenuti dell’intervista, sono passati quarant’anni. Ma ricordo la pazienza, il ragionamento, il pensiero, lo stile. Ecco lo stile. Forlani non aveva fretta. Adesso i politici hanno tutti fretta. Corrono. Rispondono al volo. Corrono più forte dei giornalisti che li rincorrono. Più che interviste quelle che fanno molte colleghe e colleghi oggi sono maratone, corse ad ostacoli. Vabbè, direte, altri tempi. Certo: altri tempi e anche altre persone. Altro stile. I colonnelli di Forlani a Mantova erano gli onorevoli Bruno Vincenzi, storico deputato di Moglia, area forlaniana e dorotea, con gli amici di corrente, fa impressione dire e scrivere corrente anche oggi, qualcuno direbbe d’area, gli onorevoli Romano Arioli e Mario Perani. Ah, che tempi. Forlani, come ricorda lo storico chef dell’Ambasciata Rinomato Ristorante, Romano Tamani, fece visita anche a Quistello, terra molto fervida di umanità democristiana, terra che ha dato i natali a Bruno Tabacci. Stile di relazione, stile di politico, stile di umanità. Un aneddoto che ci ricordava spesso ai tempi del Tg1 il collega Marco Frittella, per anni caporedattore politico e conduttore, esperto di aree democristiane. Si narra che un giorno, di un’estate molto calda, nella sede democristiana di Piazza del Gesù, gli amici di partito aspettassero con lui la chiamata del Quirinale per l’affidamento dell’incarico di formare il Governo. Pare che un amico avesse avuto una informazione in anteprima e si sia rivolto a lui così: “Guarda Arnaldo che devi prepararti. Devi andare al Colle fra un’ora o un’ora e mezza”. E Forlani con il noto tono flemmatico avrebbe risposto: “Con sto caldo?!”. Tra gli amici di area correva la notizia che lui, detto anche coniglio mannaro, non fosse così precipitoso e avventuroso nelle iniziative, anzi, rifletteva il più possibile e cercava soluzioni e parole alternative che non coinvolgessero particolari sforzi pindarici”. In quel “Con sto caldo”, con quella “esse” un po’ marchigiana più morbida e quel tono immaginabile del “si deve fare proprio adesso?”, c’è molto dell’anima politica e culturale dell’ultimo democristiano della prima linea dei ruggenti anni Settanta ed Ottanta. La “F” di quella sigla Caf, Craxi Andreotti Forlani, che fece la sigla di equilibrio per circa un decennio, vuoto per pieno, la “F” di quello sguardo quando andò al Quirinale per dimettersi nel 1981 a seguito di vari fattori, tra cui la scoperta dell’elenco della Loggia P2, e aver lasciato il “posto” al primo presidente del Consiglio laico della Repubblica, il repubblicano Giovanni Spadolini. Che anni, quegli anni! Ricordiamo tutti l’interrogatorio di Di Pietro e poi il ritiro dalla vita pubblica. Cita Giuliana Tomassoli, un episodio che disegna Arnaldo Forlani anche dietro le quinte degli ultimi anni. Scrive Giuliana Tomassoli che pochi anni fa gli inviò un libro di ricordi sui Cento anni di storia italiana ambientato nella città di Pesaro, dove era cresciuto. La sorpresa fu rispondere al telefono e sentire un asciutto “Sono Forlani”. L’amico e collega Luciano Ghelfi, storico Quirinalista del Tg2, aggiunge un altro tassello al mosaico del personaggio umano e politico postato in Facebook. “Arnaldo Forlani era la personificazione della prudenza. Un ricordo personale: giovanissimo redattore del GR2 della RAI vengo spedito in tutta fretta a intervistare il segretario della DC, che ha deciso per la prima volta di criticare le “picconate” del presidente Cossiga. Arrivo, breve conciliabolo, domanda. Finalmente ci siamo: “le accuse del Capo dello Stato alla Democrazia cristiana sono…”. Forlani non va avanti, riflette. Io imbarazzatissimo con il microfono davanti a lui muto. Non ho il coraggio di incalzarlo, siamo soli nel suo ufficio di Piazza del Gesù. Aspetto un tempo che mi pare infinito. Alla fine arriva un “…disdicevoli”. Il massimo per uno come lui”. Aggiunge Luciano Ghelfi: “Torno in redazione, e ovviamente nel montaggio levo la pausa. Alla Radio è facile. La faccio misurare dal tecnico: 15 secondi di meditazione, alla ricerca del vocabolo appropriato, che fosse né troppo, né troppo poco. Un altro modo di fare politica, oggi forse inconcepibile”. Giorgio Guidelli ha fatto un libro particolare: “Parole crociate. Arnaldo Forlani, profezie di un giornalista”. 2016 Quattroventi Editore. Perché Forlani fu anche giornalista di parola ricercata classica. Sottolinea Guidelli che in un convulso universo politico dove tutto sembra ideato in esclusiva, dove si amministra a suon di scoop, il messaggio di Arnaldo Forlani suona tanto antico quanto sorprendentemente anticipatore. In una parola: classico. Nato come giornalista e poi diventato politico, l’ex statista della Dc ha scritto pagine, articoli e discorsi che, allora passati sottotraccia, disegnarono con decenni d’anticipo l’Italia di oggi e le sue croniche problematicità. L’abilità dell’inedito Forlani qui esplorato, quello giornalista, fu di pennellare concetti complessi con aforismi e metafore semplici. E di tradurli in un’espressione lapidaria ma evocativa”. La storia ci dirà le proprie verità storiche quando sarà ora, la cronaca e la politica ci hanno già detto. La storia di un altro stile pare, tuttavia, fuori discussione.
Fabrizio Binacchi

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