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Quale integrazione per l’Europa?

di Marco Antonio Patriarca | 5 Aprile 2015

L’imposizione di un cammino a tappe forzate verso la sempre più ampia sovranità della Ue (soprattutto del Parlamento europeo), sempre che ciò sia possìbile, si presenta assai remota nel tempo.

Se le istituzioni europee sono state tutte ripensate a Maastricht (politica estera, sicurezza, cittadinanza, cooperazione, giustizia, moneta) nella prospettiva di un’unificazione politica, l’esperienza degli ultimi anni ha mostrato che le differenze, le patologie, e le incoerenze (fra gli Stati membri e tra questi e la Commissione) sono difficili da sanare e che, a quanto sembra, rendono quegli obiettivi difficili da realizzare. Si è reso evidente che la legislazione di Strasburgo, il sistema di voto e l’efficacia reale delle decisioni relative negli Stati nazionali sono cose molto complesse: diverse materie sono affidate a decisori differenti, gli ordini del giorno, l’agenda dei lavori parlamentari e le votazioni finali si giocano fra il Consiglio, la Commissione e la Corte Europea.

Ad esempio l’Atto Unico e il Trattato di Maastricht prevedono un voto a maggioranza per alcune materie. Poiché le decisioni relative, in virtù della supremazia delle legislazione europea, divengono vincolanti per lo Stato e per il giudice nazionale, può accadere, e di fatto accade, che un particolare Stato, rivendicando la propria sovranità, si trovi a rifiutare politiche alle quali è contrario.
In questa prospettiva l’imposizione di un cammino a tappe forzate verso la sempre più ampia sovranità della Ue (soprattutto del Parlamento europeo), sempre che ciò sia possìbile, si presenta assai remota nel tempo. Obbligare gli Stati nazionali a calibrare le loro politiche a tappe forzate verso un obiettivo troppo lontano (incertus an, incertus quando) può minare seriamente gli obiettivi fin qui raggiunti. Il timore è che prima che l’Alpha si combini con l’Omega, le differenze, le patologie e le incoerenze di cui sopra possano avere in Europa un effetto disintegrativo anziché integrativo, e causare per alcuni Stati inadempienze e infine il vero e proprio rigetto. E poiché l’integrazione dell’Europa “sempre più stretta” resta esigenza primaria nello spirito dei padri costituenti, degli Stati membri, e dell’aspirazione della massima parte dei popoli, bisognerebbe adottare altre misure più realistiche che diano solidità alle conquiste irrinunciabili fin qui raggiunte senza danneggiarne il valore.
Integrare non vuol dire soltanto integrare gli Stati nazionali alla Ue; nelle aspettative europee significa compenetrazione, armonizzazione, cioè integrarsi degli Stati fra loro. Il ruolo attuale dei parlamentari europei presenti a Strasburgo è di partecipare alle le decisioni europee, ma non quello di integrare fra loro l’agenda e le politiche dei rispettivi parlamenti. Per ciò fare dovrebbero essi stessi integrarsi direttamente nei parlamenti nazionali, viverne il dibattito e i lavori. Il “passo da gigante” avvenuto a Maastricht (1992) – cuore politico del Trattato di Lisbona – proponendo in modo perentorio il ruolo delle istituzioni europee, ha reso questi temi particolarmente spinosi. I problemi qui accennati e discussi fra politici e studiosi si stanno tingendo delle vecchie ideologie. Con Maastricht la UE ha perduto la sua vocazione sperimentale e liberale e ne ha assunta una dirigista (ancien régime) a pensiero unico, che per i 28 paesi non solo non funziona ma è addirittura dannosa per il futuro del progetto europeo.
Da una parte vi sono gli entusiasti {les ardents secondo Chardin) fautori del rafforzamento delle istituzioni europee per raggiungere a ogni costo la vetta degli Stati Uniti d’Europa; il loro slogan è semplice; “più Europa!”. Costoro bollano gli euroscettici e insistono sulla validità dell’attuale road map che non intendono, o non possono cambiare. La vedono solo momentaneamente interrotta dalla crisi economica e finanziaria europea e da quella specifica dell’eurozona.
Dall’altra gli euro-critici (più numerosi degli euroscettici), questi temono il dirigismo europeo, diffidano di decisioni prese dall’alto e temono il ruolo prorompente del diritto comunitario, la disuguaglianza di fatto fra Stati forti e deboli, temono le manipolazioni speculative dell’alta finanza sul debito pubblico degli Stati e sopratutto le sorti dell’Euro. Quest’ultimo viene percepito da alcuni dei 19soci-monetari come controproducente di interessi nazionali immediati e una trappola dalla quale alcuni Stati già studiano come uscire senza troppi danni.
Agli ardenti occorrerebbe ricordare che l’inarrestabile macchina politica della Eu avrebbe fatto bene, in occasione di alcuni incroci importanti (Maastricht), ad arrestare la “locomotiva”, ancora non pienamente sperimentata, per valutare meglio gli effetti preterintenzionali, potenzialmente negativi generati dal “passo da gigante” verso l’unità politica della Ue; gli errori, divenendo endemici (producendone altri per correggerli) potrebbero divenire irreversibili. La stessa idea di pensare all’Europa come un “gigante” o descrivere la geopolitica del mondo, come molti ragionano, in termini di imperi (americano, europeo, cinese, russo, brasiliano) potrebbe non essere la più realistica aspettativa per il futuro equilibrio del mondo nel quale gli attori economici e politici sono sempre più ravvicinati e i centri di decisione sempre più interdipendenti.
Come ha osservato Vaclav Klaus: […] esistono paesi molto piccoli che hanno creato grande prosperità ed avuto successo e la storia racconta di grandi imperi assolutamente inefficienti… non vi è mai stato un rapporto fisso tra successo economico e la dimensione dell’entità politica”.
Ai critici, dovendo ammettere che alcune loro critiche sulla prassi fin qui adottata si sono dimostrate tutt’altro che errate, si può osservare che sarebbe un crimine ‘gettare via il bambino con l’acqua del bagno’ e che se l’Europa raggiungerà l’unità politica si tratterà di un’unità politica nuova, consona ai tempi e diversa da quelle fin qui conosciute.
Ai fedeli tutori della sovranità nazionale, come se questa realmente esistesse, è utile ricordare che non esiste alcun esempio nella storia di Stati che avessero contemporaneamente il controllo politico, quello territoriale esclusivo, quello monetario, il riconoscimento internazionale, l’autonomia militare. Per questo la sfida di integrare gli Stati nazionali dell’Europa e lavorare per un mondo migliore, potrebbe essere appena cominciata.

Pubblicato in : Primo piano

Info Marco Antonio Patriarca

Docente per l’Area Europea dell’Agenzia per lo Sviluppo delle Amministrazioni Pubbliche

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