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Quale futuro per i partiti? Perché pensare a un rinnovo radicale

Più che della pandemia il governo Draghi è figlio del fallimento dei due governi che si sono formati dopo le elezioni del 2018, due governi che sono serviti a mettere in evidenza la miseria politica e culturale di tutti i partiti.

di Valentino Baldacci | 16 Agosto 2021

È chiaro a tutti che la nascita del governo Draghi è stata possibile in seguito al fallimento politico dei partiti, nessuno escluso, di destra e di sinistra. Questo governo non è figlio della pandemia: la pandemia è presente in tutto il mondo, in particolare in Europa: ma né la Francia, né la Germania, né il Regno Unito hanno scelto di affrontare la crisi mettendo da parte i partiti e affidandosi a un personale di governo di tipo nuovo, non proveniente dalle consuete carriere politiche.

Più che della pandemia il governo Draghi è figlio del fallimento dei due governi che si sono formati dopo le elezioni del 2018, due governi che sono serviti a mettere in evidenza la miseria politica e culturale di tutti i partiti, con la figura simbolo di un Presidente del Consiglio che passa disinvoltamente dalla guida di un governo di destra a uno di sinistra, anche se si tratta di etichette di comodo, evidentemente, ma tanto vale assumerle dal lessico corrente.

Adesso i partiti avrebbero la possibilità e il tempo di ripensare se stessi e di rigenerarsi, il che significherebbe procedere a un cambiamento dei criteri di selezione delle proprie classi dirigenti. In realtà non si scorgono segnali che essi vogliano procedere in questa direzione. Si avverte sempre più diffusa una certa insofferenza per il governo Draghi e in particolare per il Presidente del Consiglio, così diverso per formazione, per linguaggio, per stile di governo, per capacità dai canoni consueti dell’attuale classe politica. Un’insofferenza che è frenata soltanto dai successi che il governo Draghi sta ottenendo in campo economico e anche nella lotta alla pandemia e dal crescente consenso diffuso nel Paese.

I partiti dovranno affrontare, in tempi abbastanza ravvicinati, due scadenze che li metteranno di fronte alle loro responsabilità. La prima è l’elezione del Presidente della Repubblica. È evidente che i partiti attendono con ansia questo momento per riprendersi il centro della scena politica; ma se si pensa alle precedenti esperienze questa scadenza può anche diventare un nuova occasione per metterne in evidenza l’inadeguatezza. Se si formerà rapidamente una maggioranza in grado di eleggere una persona che per preparazione e per profilo etico-politico può essere considerata all’altezza di svolgere il ruolo di Capo dello Stato i partiti avranno fatto un passo avanti sulla strada del loro rinnovamento. Ma se, come è possibile e persino probabile, finiranno nelle secche delle trattative infinite, delle alchimie degli equilibri non solo tra i partiti ma anche tra le correnti interne, allora la caduta della loro credibilità dei partiti si accentuerebbe ulteriormente.

L’anno successivo ci saranno le elezioni politiche e questa sarebbe, in misura ancora maggiore, l’occasione per il rinnovamento del sistema politico e con esso dei partiti. Ma anche, e soprattutto, in questo caso i segnali che vengono diffusi sono scoraggianti. Sembra che l’unica cosa che li appassiona sia la solita diatriba sul cambiamento della legge elettorale. Ne abbiamo cambiate così tante, negli ultimi decenni, di leggi elettorali, da esaurire tutta la gamma prevista dagli studi dei sistemi elettorali, tanto che adesso sembra che si pensi di tornare alle origini, a un sistema proporzionale. Ma proprio l’esperienza di questi decenni ha dimostrato che il cambiamento della legge elettorale produce effetti effimeri e non incide sulle caratteristiche di fondo del sistema politico e della classe dirigente.

Ogni tanto si sente riparlare dell’elezione di un’Assemblea Costituente incaricata di rinnovare la parte seconda della Costituzione. Questa sarebbe certamente la via maestra ma si tratta di una proposta che finora trova il consenso solo di formazioni politiche minori, non in grado di determinare una spinta decisiva nell’opinione pubblica. Forse sarà necessaria una crisi del sistema politico ancora più profonda di quella che ha portato alla formazione del governo Draghi. Ma in questo caso non è detto che il sistema democratico sia in grado di reggere all’infinito.

Valentino Baldacci   (lavocerepubblicana.it)

Pubblicato in : #Pensalibero24, SituazioneTag: assemblea costituente, capo dello stato, classe dirigente, classe politica, consenso, costituzione, crisi, draghi, elezioni, elezioni politiche, europa, fallimento, figlio, francia, futuro, germania, governo, la germania, legge elettorale, mondo, presidente del consiglio, presidente della repubblica, repubblica, selezione, sistema politico

Info Valentino Baldacci

Valentino Baldacci ha insegnato nella Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” dell’Università di Firenze. È autore di numerose pubblicazioni, fra le quali: Liberalismo e liberismo, liberalismo e borghesia nel pensiero di Piero Gobetti (1963); Estremismo e catastrofismo in Franco Rodano (1964); Il calcio come ideologia (1970, con Gerhard Vinnai); Pinocchio e la sua immagine (1981, con Andrea Rauch); L’”Encyclopédie” nella Toscana del ‘700: successi e fallimenti di progetti editoriali (1985); II 18 aprile 1948: la campagna di Toscana (1988); Filippo Stecchi. Un editore fiorentino del Settecento fra riformismo e rivoluzione (1989); II lampione e la lanterna: una chiacchiera sulla satira politica nella Toscana del Risorgimento (1993); La satira politica nella Toscana del Risorgimento – Periodici 1848/1860 (1993); Pietro Leopoldo, un grande riformatore (2000); Il sistema dei beni culturali in Italia – Valorizzazione, progettazione e comunicazione culturale (2004); Gli itinerari culturali – Progettazione e comunicazione (2006); Guadagnarsi il pane. Luoghi e tempi del lavoro in Toscana tra ‘800 e ‘900 (2008, con Zeffiro Ciuffoletti); La Toscana nell’età del Risorgimento (2010 – con Cosimo Ceccuti); Ernesto Nathan, Paolo Orano e l’antisemitismo in Italia (2012); Giovanni Spadolini: la questione ebraica e lo Stato d’Israele. Una lunga coerenza (2013); Tre diverse concezioni del patrimonio culturale (2014).

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Dr Anvilon

    16 Agosto 2021 alle 15:13

    Essere d’accordo è “atto dovuto”, ma purtroppo non sufficiente siccome l’arretramento culturale della nuova generazione post ’68 è stato programmato con scienza e cattiva coscienza in un paese già impretagliato di suo.

    Rispondi

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