Qualcuno, anzi più di qualcuno, vorrebbe suonare le campane a morto per le Province. Da un po’ di anni si parla di una loro possibile soppressione, attraverso una modifica Costituzionale, perché le loro competenze potrebbero essere ridistribuite tra Regioni e Comuni e nelle città più grosse inserite nelle Aree metropolitane. Soprattutto a seguito delle polemiche sui costi della politica, la Provincia come organismo amministrativo appare sicuramente il più fragile tra la Regione, emblema del decentramento politico, e il comune, emblema del decentramento amministrativo e principale organo di contatto tra cittadino e pubblica amministrazione. Se si guardano i numeri, certo un po’ di spavento viene: le province italiane sono 109, esclusa la Valle d’Aosta che è una regione-provincia e formalmente non ha altre province essendo una. Se si fanno un po’ di calcoli, anche del droghiere, per ogni provincia ci sono due presidenti, uno di giunta e uno di consiglio, dieci assessori in media e 30 consiglieri, viene fuori che solo di politici eletti ci sono 5.000 persone occupate. Un bel numero. Ma forse il risparmio sarebbe solo virtuale perché i dirigenti, i funzionari e gli impiegati li devi ricollocare in altri enti, mica li puoi buttare o mandare a spasso, e il cosiddetto personale politico, presidenti, assessori e consiglieri sicuramente si riconvertiranno in altre amministrazioni pubbliche o parapubbliche. Come sempre, per i veri risparmi, bisogna fare bene i conti. Sarebbe ben imbarazzante e strano fare una battaglia epocale per cancellare 109 amministrazioni provinciali e poi scoprire, alla fine della storia, che si risparmiano davvero 100 o 200 mila euro in tutta Italia perché politici, personale e altre spese si riciclano. Forse il vero problema non è tanto quanto costano le province ma cosa producono le province per giustificare i loro costi. E sicuramente lo scandalo non è tanto nel lavoro delle province esistenti ma nella pervicace provocazione politica di proporne altre, di nuove. Decine di proposte e progetti di legge in Parlamento per fare nuove province quando il problema invece sarebbe aggregare e coordinare e non parcellizzare. Un po’ di nostalgia viene. Per il buon senso, che a volte latita. E la nostalgia si fa canaglia quando,venti e trent’anni fa, si aveva una maggiore aspettativa del ruolo delle province. Alla Gazzetta di Mantova, primi anni Ottanta, capitava spesso che il direttore Bulbarelli mi mandasse a seguire i consigli provinciali. A Luciano Spagna toccavano i consigli comunali serali notturni, a me i più distesi dibattiti pomeridiani di via Principe Amedeo. C’era tempo per le delibere sulle strade dell’assessore Mori e dei provvedimenti sulla caccia dell’assessore Politi, o per i piani scolastici e dell’istruzione e cultura dell’assessore Romano Ferrari, che poi divenne anche presidente della Provincia. Lo schema politico era presidente comunista vicepresidente socialista. Non c’era ancora il presidente del consiglio provinciale. C’era un clima rilassato, ma a volte sugli ordini del giorno, magari proposti dall’opposizione democristiana capitanata da Bruno Bnà si accendavano i fuochi delle polemiche, dai missili americani alla guerra in qualche parte del Mondo. Sul tardi a consiglio molto avanzato arrivava un giovane consigliere provinciale del PCI di nome Gianfranco Burchiellaro, all’epoca studente universitario. Come cronista c’era di che divertirsi anche per le battute sagaci che si scambiavano tra banchi della maggioranza e dell’opposizione sino agli interventi fiume di Cesare Baroni che veniva ascoltato come un’autorità autorevole della politica. “Signor presidente la ringrazio, la delibera è opportuna ma…” e giù mezzora di precisazioni. Fino a quella seduta, ultima prima delle feste di fine anno, quando il presidente comunista Maurizio Lotti auguro’ “buon santo Natale”. E divenne, con quella parola “santo” pronunciata da un comunista ai primi anni ottanta, la notizia da titolo. Andava così. Soave clima provinciale. www.virgola1.splinder.com
Fabrizio Binacchi

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