Sono trattati come dei privilegiati, con tre mesi di ferie, poche ore di lavoro settimanale, insomma: una pacchia! Invece, è semplicemente falso.

Ovviamente, come in tutti i mestieri, come accade in tutte le professioni, ci sono gli insegnanti bravi e quelli meno bravi, ci sono professori in gamba e alcuni senza vocazione, ci sono persone che meritano e persone che latitano, ci sono docenti validi e docenti che dovrebbero dedicarsi ad altro, ci sono maestri e capre. Ma la funzione degli insegnanti resta fondamentale. Anzi, è diventata nevralgica, cruciale, non più rinviabile. E’ questa la frontiera di un Paese alla deriva e che voglia uscire dalla crisi. In altre parole, i professori dovrebbero essere dei maestri. Sono dei maestri. Andrebbero rispettati, ringraziati, applauditi per il lavoro che svolgono e che portano avanti dalla mattina alle otto, con l’ingresso in aula per la prima ora di lezione, a tarda sera, quando terminano di correggere i compiti in classe o di preparare la lezione per il giorno dopo. Senza contare le riunioni, gli incontri con le famiglie, le ore per il collegio dei docenti, il consiglio di classe, l’aggiornamento, gli scrutini, il recupero dei debiti scolastici e chi più ne ha più ne metta. L’elenco degli impegni lavorativi dei professori sarebbe troppo lungo. Ma sono trattati come dei privilegiati, con tre mesi di ferie, poche ore di lavoro settimanale, insomma: una pacchia! Invece, è semplicemente falso. Quello che è vero, al contrario, è che senza un riconoscimento sociale del ruolo svolto dai professori e senza il ripristino dell’autorevolezza del ruolo di insegnante nel comune sentire, anche gli studenti perdono la loro centralità nella Scuola e tutto si frammenta, si sgretola, si disgrega. E il Paese affonda. Eppure, malgrado tutto, in questo lungo tempo di crisi, il più importante impegno sociale e d’integrazione civile viene svolto dai professori, dai dirigenti scolastici, da tutto il personale che lavora nelle scuole come fosse una trincea. Senza plausi e senza onori. Per senso di responsabilità. Insomma, per uscire dalla crisi è necessario entrare nel futuro. E il futuro esiste soltanto se c’è memoria. E la Scuola è il luogo principale dove la memoria coltiva il futuro. E mi riferisco innanzitutto al futuro dell’essere umano, della persona, dell’individuo e dell’intera collettività, dell’Italia e dell’Europa. Perlomeno, il futuro delle nostre città. La Scuola è la nostra frontiera. Anche l’Università, ovviamente. Ma un Potere cinico e fine a se stesso, affarista e ignorante, ha trasformato la Scuola in un’appendice marginale della società affidandole un ruolo secondario rispetto alla responsabilità della formazione di nuovi cittadini, consapevoli e coscienti. Prima, molto prima, a segnare il percorso formativo dei ragazzi, ci sono la televisione, il web, internet, la tecnologia, la burocrazia, i social-network. Ma tutte queste cose sono dei mezzi e non possono diventare il fine. Sono degli strumenti e non devono diventare lo scopo della collettività. L’uscita dalla crisi passa attraverso la cultura, l’arte, la ricerca, la scuola, l’università, la bellezza. Invece, niente. I problemi della Scuola sono tantissimi, sono sempre gli stessi e si aggravano ogni giorno di più. La burocrazia è soffocante, i soldi sono pochi e le spese sono troppe, mancano gli strumenti didattici, le aule sono mal ridotte, gli ingranaggi a volte non girano, la struttura è bolsa e ingabbiata. E non basta: le mancanze e le responsabilità sono diffuse e il sistema scolastico appare spesso inadeguato alle sfide del futuro. Ciascuno dovrebbe impegnarsi a migliorare se stesso. E’ il compito che ciascun docente dovrebbe assumersi. Il cambiamento parte dalla restituzione sociale della funzione, dell’autorevolezza e dell’importanza dei professori. Altrimenti, lo studente (il futuro) non è più il fine della scuola, ma diventa soltanto un mezzo, uno strumento che serve a giustificare l’esistenza della scuola e, dunque, il fine ultimo della scuola diventa quello di essere autoreferenziale. Ne riparleremo ancora.

avrei preferito, nella mia vita scolastica, che tutti i professori avessero le stesse capacità di insegnamento. Invece non è stato così… anche nella scuola ci sono alunni che hanno genitori molto affabili nell’amicizia con gli insegnanti… a questo di risposta c’è un atteggiamento totalmente diverso con chi non ha genitori altrettanto presenti. Caricare di compiti i ragazzi ogni santo giorno… permettere che ogni anno i libri non siano idonei ad essere utilizzati perché cambiate poche virgole… mi viene da dire solo una cosa… non tutti meritano di insegnare e molti accettano regole lobbistiche. w. la meritocrazia iniziando dagli insegnanti. propongo vaucher all’alunno.. che sia lui a la sua famiglia a scegliere la scuola migliore. Grazie Pier Paolo.
Presente!!! Sono un’insegnante, una di quelle che si è vista allungare in corso d’opera il periodo lavorativo. Andrò in pensione a 67 anni. Intanto ogni giorno combatto nella mia trincea, contro la pigrizia degli alunni, la disperazione dei genitori che non hanno tempo capacità di seguire i figli (scuola superiore), la resa di alcuni colleghi, la stupidità della burocrazia, l’accumularsi dei settori fi impegno(BES, DSA, alunni in difficoltà, recuperi, accorpamenti con altri istituti con mission diversissime, preparazione delle lezioni, controllo su internet che gli alunni non copino… mi fermo per pietà di me e degli altri), la solita correzione dei compiti, la frustrazione di vedere i propri sforzi a volte inutili, a volte irrisi… Sì, mi fermo ancora, perché è davvero troppo. Ma la cosa peggiore è la solitudine, o almeno la sensazione di essere da soli, quando va bene, dei nemici degli alunni quando va male. Intanto durante le vacanze di Natale rimetto tutto quello che non sono riuscita a fare prima. Sono stanca. Ho a malapena la forza di sperare, ma non mi arrendo. Aspetto notizie.
“Il cambiamento parte dalla restituzione sociale della funzione, dell’autorevolezza e dell’importanza dei professori”. Da insegnante mancata, per scelta, nel periodo postsessantotto, chè non mi sentivo di entrare in classe tutti i giorni per una vita…condivido Adalberto e sostengo la categoria. Sperando che le buone intenzioni di chi governerà nei prossimi anni, siano attuate.
Finalmente!
Grazie a Pier Paolo Segneri.
E grazie, per obiettività, a Matteo Renzi, che tesi analoghe ha sostenuto di recente, in pubblico
Adalberto Scarlino
insegnante di scuola media superiore fino all’anno scolastico 2007/2008