Alla radice del tutto c’è un costante e spasmodico bisogno di legittimazione esterna.

Sulla primarie, come vedete, è stato detto e scritto di tutto e di più. In una diatriba in cui pare difficile dare un contributo sensato.
Meglio allora uscire dall’immaginario retorico o complottardo, per cercare di descrivere il fenomeno così come si è concretamente manifestato nel nostro Paese e, aggiungiamo, solo nel nostro Paese. A partire dal fatto che le primarie, in Italia, e da molti anni a questa parte, le primarie sono state indette, e su scala industriale, dalla sinistra e solo dalla sinistra.
Un segnale di superiorità? Forse, ma certamente un segnale di differenza.
Possiamo così dire, in prima battuta, che la sinistra ha un bisogno costante di indire delle primarie, mentre altrove questo bisogno non si avverte. Perché?
Prima risposta, ovvia e al tempo stesso gratificante: “a sinistra abbiamo insieme veri partiti e vera democrazia mentre al di fuori dei nostri sacri confini questi elementari requisiti mancano”. Una contrapposizione che però è valida solo nei confronti del Pdl e di Berlusconi. Qui, il partito è stato inventato dalla persona, così come il suo gruppo dirigente e i suoi parlamentari, e questa stessa persona detiene obbiettivamente il potere di vita o di morte sulle sue creature, in una logica totalmente unidirezionale. Ma quando passiamo alla Lega il quadro cambia, qui siamo di fronte ad un partito vero, ad un partito che per cambiare radicalmente linea, leader e gruppo dirigente ha semplicemente convocato un congresso.
Il centro poi è fatto di partiti tradizionali e di movimenti-progetto. Nei primi, come l’Udc, tutto procede senza scosse e senza problemi, dunque nessun bisogno di indire primarie. Negli altri c’è un legame indissolubile tra progetto e progettista, nel senso che il secondo nasce se c’è il primo. E, dunque, anche qui, parlare di primarie non avrebbe alcun senso.
Per concludere su questo punto, i parametri della democrazia e, al limite, del nuovismo spiegano assai poco. In altre parole, i dirigenti Pd si rivolgono costantemente all’esterno non perché siano più democratici o più attenti allo spirito del tempo., ma per un altro e fondamentale motivo.
Ad avviso di chi scrive, alla radice del tutto c’è un costante e spasmodico bisogno di legittimazione esterna. Bisogno che ha accomunato e accomuna sia quelli, come Prodi e Veltroni, che hanno fatto, diciamo così, delle primarie finte, sia quelli, come Bersani che hanno addirittura indetto, nel giro di tre anni, due primarie vere.
Ora, questo “costante e spasmodico bisogno di legittimazione” è insieme frutto di una pressione esterna e di una esigenza interna. Ambedue derivanti – ed è questo il punto finale e decisivo – da una triplice “carenza di egemonia”, del partito rispetto alla più grande area di centro-sinistra, del gruppo dirigente del Pd rispetto al partito stesso e, infine, del leader designato rispetto allo schieramento che aspira a guidare e a rappresentare.
Questi elementi cominciano a manifestarsi con Prodi e Veltroni. Il primo ha in mente l’Ulivo, ma sente di poterlo imporre a Pds e Margherita, ancora recalcitranti, solo se e in quanto, “unto dal popolo” attraverso le primarie.
Veltroni ha in mente un Pd radicalmente diverso dal passato, per natura e orientamenti, ma per realizzare il suo disegno non gli basta un congresso, vuole il “concorso esterno”. Nell’un caso come nell’altro l’apporto di legittimità attraverso i meccanismi tradizionali di partito viene considerato irrilevante, anche perché mai frutto di quel “dibattito interno” che non c’è e di cui nessuno avverte l’esigenza.
E però il tema della legittimazione rimane, allora, sotto traccia, ma per esplodere ora con violenza nello scontro Bersani-Renzi-Vendola. In cui tutti e tre la cercano con uguale intensità. Vendola, per condizionare in modo determinante il modo di essere della sinistra; Renzi, in nome di un diverso modello di partito e di una diversa linea politica; Bersani, per consolidare il suo progetto e la sua leadership, mai oggetto di un dibattito reale all’interno del Pd ma proprio per questo soggetto ad una più o meno sotterranea, ma continua messa in discussione.
In quest’ottica scompare tutto il vecchio mondo della sinistra, con i suoi simboli, i suoi riti e le sue certezze: scompaiono i partiti, gli iscritti, i congressi, i dibattiti, i documenti, le correnti, le azioni collettive, i programmi scritti e impacchettati, le “scritture” di ogni ordine e grado, i “collettivi” anch’essi di ogni ordine e grado.
Per molti, compreso il sottoscritto, un male. Il fatto è, però, che non vale, ad esorcizzarlo, il richiamo alle armi. Perché, a distruggere lentamente il nostro vecchio mondo non è solo l’aggressione esterna, ma soprattutto l’irrimediabile perdita di vitalità e di significato.

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