
Le origini della filosofia, quella branca del sapere che tanti affanni ha suscitato in tanti noi studenti liceali, e oltre, vengono fatte risalire alla Grecia del VII-VI secolo a.C. Ricordo che la mia professoressa del liceo nel corso della prima lezione introdusse la classe allo studio della materia esponendole il significato di alcuni termini linguistici, di uso non comune ma comuni all’uso del linguaggio filosofico.
Da sempre, il linguaggio usato è uno strumento di comunicazione. Molto tempo prima della filosofia, e ancor prima dell’utilizzo di qualsiasi strumento linguistico di rappresentazione e quindi di comunicazione, il pensiero dell’homo sapiens costituiva il più im-mediato strumento di rappresentazione e quindi di comunicazione con l’essere. Cosa avrà pensato il primo uomo a contatto con se stesso e l’essere che lo circondava? E’ un interrogativo che sovente ricorre nelle narrazioni del tempo pre-logico; narrazioni che culminano nella storia del mito, che è già rappresentazione e quindi comunicazione della mediazione tra il pensiero e l’essere di quel tempo che fu.
E pertanto, in origine, la filosofia rappresentò essenzialmente la fine di un percorso durante il quale il tentativo di definire con il linguaggio verbale il rapporto tra pensare e essere aveva raggiunto l’unico approdo possibile: lo stesso è il pensare e ciò a causa del quale è il pensiero, perché senza l’essere nel quale è espresso, non troverai il pensare. Infatti, nient’altro o è o sarà all’infuori dell’essere, poiché il destino lo ha vincolato a essere un intero e immobile (Parmenide, Poema sulla natura). Identità dunque di pensiero e essere, ma anche impossibilità (o incapacità?!) di darne una definizione, identitaria, una ed una soltanto, quale che fosse.
Per dirla in breve, questa impossibilità è dimostrata o resa di per sé evidente dalla diversità della dimensione spazio-temporale tra la rappresentazione dell’ev-ento e l’ev-ento medesimo. Si tratta di una dimostrazione per assurdo, mediante un procedimento che potremmo definire di sovrapposizione. Lo spazio-tempo della rappresentazione non coincide assolutamente con lo spazio-tempo dell’evento. La dimostrazione per assurdo è molto usata in matematica, branca del sapere che nasce anch’essa in forma simbolica e segna anch’essa la transizione da una rappresentazione iconica ad una sintattica. L’esempio classico è rappresentato dalla costruzione del terzo lato del triangolo: le due immagini di seguito rappresentate evidenziano la differenza (solo) quantitativa mediante semplice sovrapposizione dell’una alle altre e viceversa..
Ma dal punto di vista della definizione dell’identità esiste anche un problema che non è solo quantitativo!
In epoca pre-omerica, il termine verità ha a che fare con il ricordo ed è aletheia, composto di a-privativa e della radice ladh, ovvero “essere ignoto, far dimenticare, dimenticare”. Il termine pertanto non ha un valore esistenziale, nel senso che può essere usato solo nell’ambito di un dicere in cui uno solo dei due o più soggetti parlanti conosce la verità, riferisce cioè il vero rispetto ad un’esperienza da lui solo vissuta. Seguendo questa via, in Protagora emerge il discorso logico che tutte le cose sono vere o false secondo il giudizio di ognuno e la conoscenza è solo un qualcosa che attiene alla competenza tecnica con cui una realtà viene trasmessa. Una maggiore competenza tecnica riduce il margine di errore, ma non può escluderlo.
E quindi, di quale conoscenza parliamo! Essa non sarà mai vera certezza, e questo Parmenide lo dice chiaramente: non esiste altro approdo che quello della mera identità tra pensiero e essere, nulla più la Sorte ci ha consentito. E se l’errore non è assolutamente escluso dalla mediazione di (ogni) uomo tra (il suo) pensiero e (il suo) essere, a maggior ragione nulla di più potrà fare il linguaggio, perché, come argomentato da Gorgia, se pure una verità esistesse, non sarebbe conoscibile, e se pure fosse conoscibile, di certo non sarebbe trasmissibile.
Ma di impossibilità vera e propria deve trattarsi? O non, piuttosto, di incapacità e quindi utilizzo di un mezzo (medium) non appropriato? E’ questo il tentativo, forse (?!), rivelatosi senz’altro vano, che condurrà Aristotele alla fondazione di un nuovo discorso logico basato sulla distinzione tra fisica e metafisica dell’essere.
Per un verso, la teoria logica doveva fare i conti con il paradosso cosiddetto dell’uno e dei molti. Esso sta nel fatto che “l’uno, qualora come unità di misura venisse diviso in parti più piccole, diventerebbe molti e quindi dal punto di vista logico-linguistico aumenterebbe, in quanto ciascuna delle parti sarebbe a sua volta una” (L. Borzacchini). In Aristotele, il problema è posto in questi termini: “Per tutte le cose che hanno una pluralità di parti e il cui tutto non è paragonabile a un mucchio e la cui interezza è qualcosa che si distingue dalle parti, è indispensabile proporre una certa causa” (Metaphysica 1045 a7-11). Aristotele sostiene dunque che le parti del tutto esistono solo in potenza, esse hanno un’esistenza secondaria: essere in potenza e essere in atto.
Inoltre, la stessa teoria logica doveva scontrarsi con i paradossi occasionati dalle relazioni uguale/diverso e maggiore/minore. Aristotele, sulla scia di Zenone, continuerà a declinare il predicato di uguaglianza in termini esclusivamente di quantità, ovvero: “Cose che sono uguali alla stessa cosa, sono uguali tra di loro, e se uguali sono aggiunti ad uguali, i totali sono uguali, e se uguali sono sottratti da uguali, i resti sono uguali, e cose che coincidono tra di loro sono uguali tra di loro, e il tutto è più grande delle parti” (Elementi).
In definitiva, Aristotele non risolve la questione dei paradossi in quanto semplicemente “rimuove” il problema alla radice; nello specifico, egli sostiene ad esempio che “l’infinito non ha forma e quindi è inconoscibile, è solo materia, il suo essere è pura privazione, e la sua sostanza è data da il continuo e il sensibile” (Physica, 208 a1) (L. Borzacchini). Per Aristotele, quindi, l’infinito esiste solo in potenza. E ancora, ecco come si presenta in Aristotele la soluzione (rimozione) del più celebre paradosso zenoniano di Achille e la tartaruga: l’infinito (continuo) è considerato sempre e comunque divisibile in punti, ma non attualmente composto da punti. Per Aristotele, spazio tempo e moto (divenire, negazione) sono o tutti continui o tutti discontinui: “il movimento è nel mobile” (Metaphysica; 1066 a27, 1074 a25-28). Ne deriva che Aristotele riduce la dimensione spazio-temporale a quella spaziale. Come per l’infinito, in Aristotele l’esistenza dei punti è solo potenziale: “Istante non è una parte (…) il tempo non sembra composto di istanti (Physica, 218 a7). Impossibile per gli istanti, come per i punti, essere vicini l’un l’altro (218 a9)”.
Anche per Aristotele, dunque, quella che si sarebbe potuta ritenere presunta incapacità si dimostra in effetti im-possibilità! Eppure Aristotele, abbandonando la via di Parmenide, inaugurerà un nuovo sentiero, basato sulla separazione tra pensiero e essere. Sentiero che, attraverso due millenni circa, farà della Filosofia nient’altro che un esercizio di giochi linguistici (Wittgenstein) e produrrà ai giorni nostri l’avvento del paradiso della Tecnica! Un tempo assimilabile ai circa 2200 anni durante i quali il sole equinoziale occupa ciascuna costellazione zodiacale, ma questa è un’altra storia, che evoca percorsi del sapere efficacemente narrati nel saggio di G. De Santillana e H. von Dechend, Il mulino di Amleto.
Il domani naturalmente è incerto, ma all’orizzonte si affaccia già da qualche tempo quella che si definisce una nuova realtà, virtuale! Staremo a vedere …

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