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PRI: IL PARTITO CHE NON C’È PIÙ

La direzione nazionale del PRI, ha sospeso l’On.Giorgio La Malfa per sei mesi, non potendo per statuto espellerlo. L’ attuale PRI è il fantasma di sé, che con lo 0,01% nazionale vuol far credere di essere determinate, invece di meditare sulla sua effimera capacità di attrarre consensi. Di Enrico Martelloni

di Enrico Martelloni | 13 Dicembre 2010

Non era mai accaduto nella storia del piccolo ma glorioso partito repubblicano italiano, che un suo iscritto, di sicuro il più conosciuto e stimato, fosse sospeso per la posizione dichiarata di non appoggiare il governo al prossimo e decisivo confronto in parlamento. La direzione nazionale del PRI, ha sospeso l’On.Giorgio La Malfa per sei mesi, non potendo per statuto espellerlo. Cita il documento nella sua parte conclusiva “ In considerazione delle sopra illustrate condizioni di particolare gravità, anche politica, a termini statutari la Dn delibera la sospensione dal partito per un periodo di sei mesi dell’iscritto Giorgio La Malfa con 24 voti a favore e uno contrario”. Come a dire: una decisione bulgara. “Infine” Termina ” la Direzione Nazionale ha deciso il deferimento al collegio dei probiviri dell’onorevole Giorgio La Malfa. Finisce così un partito che dalla sua divisione, avvenuta nel 1994, ha tentato di sopravvivere, stentando, appoggiandosi un po’ a manca e un poco a destra. I repubblicani non hanno più il loro partito, il più antico d’Italia, fondato da Ghisleri nel 1895 riunendo i mazziniani e i repubblicani italiani. Da quel momento, negli oltre cento anni di Storia, il PRI ha proseguito nei suoi valori ed ideali facendo politica. Da partito laico ha partecipato a battaglie fondamentali, alcune drammatiche, per le sorti del paese. La visione particolare e non classista, intransigente, mai populista, da sempre l’ha posto in una posizione minoritaria, ma non per questo meno emancipata e progressista, perfino nei primi anni sessanta e in pieno boom economico, quando il partito rischiava di scomparire. Senza doverne fare l’elenco dei tanti iscritti al PRI che hanno contribuito alla crescita del nostro paese. Tornano alla mente con facilità, il conte Sforza per la politica estera, Ugo La Malfa che rifiutò dicasteri nei governi ai tempi della guerra fredda, quando era necessario il suo appoggio a formarli. Ancora: Biasini segretario del PRI, Giovanni Spadolini prima e dopo il suo “Tevere più largo”; allora la chiesa era un’altra cosa e, sia pur difficile, esisteva un dialogo, che ora non c’è più e fa pensare a quanto lontani sono quei giorni. Il PRI ha saputo affrontare vere battaglie sociali e civili per l’emancipazione femminile, il divorzio, per l’ambiente e i parchi nazionali, sempre prima degli altri, anticipando gli altri, perché i repubblicani non erano di “sinistra”, erano “Oltre”. Erano liberi, per lo sviluppo scientifico, vicini ai bisogni degli italiani. Erano europeisti convinti dell’Europa dei popoli fin dal 1836! Ora cosa è diventato il PRI…nulla, un sacco vuoto, per il più sbiadito, che rifiuta il politico che nel bene e nel male è stato responsabile in questi anni anche del suo declino, lasciandolo in mano a questa direzione che non trova altro modo che allontanarlo dal partito, quando il PRI non ha mai avuto nulla a che fare con questo governo, che se lo ha sostenuto, lo ha fatto per ragioni che ora non sussistono più o sono mancate. Non esiste nessun muro di Berlino che può giustificare il sostegno ad un governo che alla maggioranza dei repubblicani non piace. L’ attuale PRI è il fantasma di sé, che con lo 0,01% nazionale vuol far credere di essere determinate, invece di meditare sulla sua effimera capacità di attrarre consensi. Il PRI è morto, è il partito che non c’é.

Enrico Martelloni

Pubblicato in : Primo piano

Info Enrico Martelloni

Fiorentino di nascita ma senese d’adozione, disegna su qualsiasi elemento gli capiti in mano, passando da una vignetta pungente ed irridente ad un ritratto del proprio interlocutore con estrema naturalezza. Nasconde una profonda sensibilità ai temi ucraini, ben raccontati su questo sito.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Giuseppe Selvaggi

    16 Dicembre 2010 alle 18:06

    Meglio avere come motto “Meno male che Giorgio c’è” che avere quello “Meno male che Silvio c’è”. Ognuno ha il motto che si merita nella vita.
    La battutina sul cognome è robetta da “fede” (emilio).

    Rispondi
  2. Renato Traquandi

    16 Dicembre 2010 alle 17:41

    Meno male che Giorgio c’è è il motto dei selvaggi.
    Santiddio, io ho risposto solo a chi
    aveva detto che “è morto il PRI”.!!!!!!!
    Che poi 12.000 o 1.500.000 non fa una sola idea valida, alzi la mano chi non è daccordo.
    Io resto mazziniano, anche se l’AMI non è più
    con il PRI; resto ancora presidenzialista e laico, non mi considero ne di destra ne di sinistra, mi considero al di sopra (anche se questo manifesta vanità), e continuo a vivere e difendere i miei principi nel mio “piccolo mondo antico”: Voglio morire repubblicano.
    Ribadisco che Giorgio La Malfa, carissimo amico, ha il diritto di fare quello che vuole, ma non può muoversi, quale esponente, prestigioso quanto si voglia, senza prima aver condiviso un dibattito interno e seguire le direttive statutarie del Partito.
    Anche lui non è che una parentesi, un capitolo, anche se importante, di una storia prestigiosa, che continua il suo tracciato con quello che gli resta, pure senza di lui.

    Renato Traquandi

    Rispondi
  3. Giuseppe Selvaggi

    16 Dicembre 2010 alle 16:18

    Il Pri ha potuto festeggiare i suoi cento e rotti anni di storia grazie a uomini come Giorgio La Malfa. Uomini che durante il Regno d’Italia, il fascismo e l’Italia repubblicana hanno sempre saputo garantire AUTONOMIA intellettuale al Partito grazie alla cultura e all’ intelligenza dei dirigenti, purtroppo nella famigerata seconda Repubblica qualcuno ha pensato bene di sostituire la preparazione culturale, economica e politica con la bellezza e/o la ricchezza sfacciata. Ricordo ai repubblicani che se ancora celebrate congressi e avete dirigenti e iscritti lo dovete solo ed esclusivamente a Giorgio La Malfa che si oppose, dopo quel terremoto chiamato tangentopoli, allo scioglimento del Partito quando andava di moda fondarne di nuovi. (Chi si ricorda di Alleanza Democratica?)
    Non contano i numeri, 12.000 o 120.000 iscritti che differenza fanno? Quello che conta sono le idee, i programmi e soprattutto l’entusiasmo. L’importante è averne!
    Mi considero un cittadino della Repubblica Italiana e non un cittadino di quel paesino chiamato Mediaset. Valuto la politica solo ed esclusivamente per il vantaggio o svantaggio che può arrecare alla mia/nostra PATRIA UNA ED INDIVISIBILE.
    Viva il Partito Repubblicano di Giorgio La Malfa.

    Rispondi
  4. Renato Traquandi

    16 Dicembre 2010 alle 14:16

    MI dispiace, ma non sopporto le bugie.
    Giorgio La Malfa, come suo padre Ugo, come
    Spadolini, Pacciardi, Sforza. e tutti gli altri, non sono che segmenti… capitoli di una storia che continua, passando sopra la testa anche di chi ha scritto questo trito necrologio.
    Il Partito Repubblicano esiste, anche se Martelloni e La Malfa se ne allontanano, e Tristano Governi è morto.
    E’ piccolo, oggi nei numeri, con i suoi 12.000 iscritti ( dato 2009); centoquaranta consiglieri nazionali e 40 membri della direzione Nazionale; più Nucara Francesco, deputato nel Gruppo Misto.
    Ha un quotidiano, alcune proprietà e un
    programma….. quindi vive.

    Renato Traquandi

    Rispondi
  5. Giuseppe Selvaggi

    15 Dicembre 2010 alle 09:12

    Non vedo l’ora di veder rinascere il polo (o pollo?) liberaldemocratico grazie al congresso di un movimento politico che forse raggiunge quota 0,000001% (cifra da prefisso telefonico, come lo definì il cavaliere). Mi chiedo cosa ne penseranno i cardinali amici dell’attuale maggioranza di governo. Attenti alle scomuniche di don Tarcisio.
    Quanto alla senatrice Sbarbati mi sarei aspettato un pò di coerenza, farsi eleggere nelle liste del Pd e poi passare con l’Udc (non sapeva prima delle elezioni cosa era o meglio non era il Pd?). Mi ricorda una certa on. Binetti, prima Pd poi Udc. La coerenza e l’onestà intellettuale avrebbero richiesto le immediate dimissioni. Mi rendo conto che son valori da Prima Repubblica.
    Viva il Partito Repubblicano di Giorgio La Malfa.

    Rispondi
  6. Enzo Baccioli

    14 Dicembre 2010 alle 21:29

    Il P.R.I. … c’è sempre … è semmai Giorgio L.M. … che stà evaporando … stasera poi, dopo che il terzo “pollo” è uscito brucciacchiato dal forno di Montecitorio (ho scritto Montecitorio, non Montegiancarlo) … il pericolo catto-fascista (Casini+Fini) sembra scongiurato ed il P.R.I., con il suo 46° Congresso, potrà quindi pensare con maggiore alacrità alla realizzazione del polo Liberaldemocratico …

    Rispondi
  7. Simone Aiazzi

    14 Dicembre 2010 alle 18:49

    Caro Enrico,
    il grido di dolore lanciato è tale e così forte da far risuonare di se l’intero nostro paese.
    Non credo tuttavia che il Partito Repubblicano (inteso come contenitore ideale e non come nomenclatura) sia morto, credo piuttosto vi sia la volontà di dimenticare da dove eso proveniene e gli obbiettivi verso i quali occorre andare; trascurando le idealità che lo hanno sempre sorretto o che lo sorreggerebbero ancora per il futuro.
    Purtroppo non posso che condividere quanto emerso nel corso del recente intervento reso al Senato dell’onorevole Sbarbati in occasione del voto di fiducia al governo che, lucidamente, e scevra da personalismi di maniera, ha messo in luce come la costruzione “biplare” voluta a destra e a manca, ha soltanto prodotto (forse perchè voluta) l’annientamento delle identità ideali e culturali di questo grande e glorioso paese. Negazione che oggi mette persino in dubbio la stessa forma “Repubblicana”.
    Molto volgarmente “mala tempora currunt”.
    Ho tuttavia la profonda convinzione che il “popolo repubblicano” saprà reagire ed agire come sempre ha fatto nella storia.

    Rispondi
  8. Giuseppe Selvaggi

    14 Dicembre 2010 alle 09:04

    Sono stato iscritto al Pri per anni e con immenso orgoglio ho militato nel Partito che fu di Eugenio Chiesa, Colajanni, Sforza, Pacciardi, Ugo e Giorgio La Malfa, Spadolini. Decisi di abbandonare il Partito in seguito alle scelte errate e sconsiderate sancite dal congresso di Bari del 2001. Da allora non ho mai rimpianto di aver abbandonato il Partito e con la recente decisione di sospendere l’on. Giorgio La Malfa le mie catastrofiche previsioni si vedono tutte confermate. Ho sempre avuto immensa stima per Giorgio La Malfa che considero il politico più preparato e intelligente presente nell’attuale Parlamento, ricordo che in passato quando l’on. La Malfa parlava rimanevo incantato dalla sua preparazione ed immensa cultura che con grande generosità elargiva ai presenti. Un uomo completo e degno di ricoprire ogni alto ufficio con grande serietà e competenza. Purtroppo la repubblica dei mediocri di un uomo come Giorgio La Malfa non sa cosa farsene. Vedere oggi l’on. La Malfa, che io continuo a considerare il vero segretario e unico uomo politico del Pri, sospeso mi sconcerta e mi avvilisce. Voglio pubblicamente esprimere la mia solidarietà e vicinanza all’on. La Malfa per quanto accaduto. Per quanto riguarda i signori del partito mi sento di dedicar loro poche e semplici parole: “ai posteri l’ardua sentenza”.
    Viva il Risorgimento, viva l’Italia Unita e Repubblicana.

    Rispondi
  9. tommaso ponzanelli

    13 Dicembre 2010 alle 20:05

    quando ci fù la prima scissione e pacciardi formò la coccarda ero un bimbo ricordo, come fosse ora, che qui nella mia carrara molti repubblicani piangevano per quello che era accaduto. sempre se ricordo bene le motivazioni più che politiche furono “caratteriali”, sicuramente due figure eccezionali, due personaggi e due personalità forti. oggi, come allora, in un PRI che, è inutile negarlo, di fatto non esiste più è risuccesso un episodio simile. anche questa volta il problema è “caratteriale”. sono certo che se il PRI fosse stato attivo, se ci fosse stata vita interna di partito, se le sezioni fossero attive e la voce dei repubblicani di “periferia” fosse stata ascoltata oggi avremmo un PRI forete e non saremo qui a parlare di sospensioni e di probiviri. non è un problema di chi ha ragione il problema che la storia ai repubblicani non ha insegnato proprio nulla. oggi come ieri e come a bari, ho un solo sentimento
    : GRANDISSIMA TRISTEZZA!!!!!! chi ha perso ancora una volta sono gli ideali per i quali tutti i repubblicani nessuno escluso hanno lottato. quanto accaduto è un fallimento della direzione del partito e sarebbe opportuno che tutti nessuno escluso dessero le dimissioni.

    Rispondi
  10. Federico Baldini

    13 Dicembre 2010 alle 18:07

    “Non era mai accaduto nella storia del piccolo ma glorioso partito repubblicano italiano, che un suo iscritto, di sicuro il più conosciuto e stimato, fosse sospeso per la posizione dichiarata di non appoggiare il governo al prossimo e decisivo confronto in parlamento”: il 12 dicembre 1963 Randolfo Pacciardi, non un semplice iscritto ma uno dei leader repubblicani più stimati e amati il quale aveva ottenuto poco prima il 40% dei consensi al Congresso Nazionale del PRI, non votò la fiducia al primo governo di centrosinistra presieduto dall’On. Aldo Moro e venne, proprio in contrapposizione con la linea politica di Ugo La Malfa, espulso dal partito. Pacciardi tornerà nel PRI solo nel 1981 con Giovanni Spadolini Segretario. Giusto per essere precisi…
    p.s.: proprio perchè il PRI vuole essere ancora un partito, per quanto piccolo, non si poteva accettare che uno dei due parlamentari firmasse la mozione di sfiducia senza nemmeno aspettare la decisione della Direzione Nazionale del partito…

    Rispondi

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