• Passa al contenuto principale
  • Skip to after header navigation
  • Skip to site footer

Iscriviti alla newsletter

  • Facebook
  • Twitter
  • YouTube
Pensalibero.it, Informazione laica on line

Pensalibero.it, Informazione laica on line

Quotidiano on line indipendente di area laica dove parlare di politica e tanto altro

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

Pre/post riformismo. Riformati e riformatorio, terzomondani e bonapartisti

Chiamale riformista, liberale, come prima le chiamavi capitalista, comunista; le emozioni non cambiano. Le mode però le sdoganano, le autorizzano. Di Giuseppe Mele

di Giuseppe Mele | 15 Aprile 2021

Decenni di avanzi, molteplici edizioni dell’Avanti, sopravvivenze di storie politiche defunte e talkianamente sopravviventi, ripropongono con giusta nostalgia quell’età dell’oro in cui l’Italia toccò il proprio acme per poi avvilupparsi in una continua e sempre più veloce caduta nella quale tutt’oggi precipitiamo. Il termine magico è riformisti che nell’idea generica di un popolo alto, coltivante ancora passione e gossip politici, si identifica in una sinistra moderata e progressista, se non rossa, rosa. Il problema si mostra tutto quando all’appello riformista rispondono i cattolici sociali ed i liberali, i libertari ed i laici, i mercatisti ed i programmatori. È successo già con i liberali cui è toccato di accogliere fra le prime fila Gramsci e Di Vittorio, parimenti a Bottai e Gentile. D’altronde non si può escludere dalle feste chi illumina il party, né i migliori elegantoni ed i più charmant; come escludere dal circolo danzante Pittigrilli e Magri?

Già alle sliding doors all’italiana l’aristocratico Casaleggio preme per entrare ora tra i riformisti ora tra i liberali; dietro di lui la massa dei ciompi sullo zoccolo infangato mostra un calzino raffinato, viatico per l’ammissione. Nelle cose alla moda tutti vogliono entrare. La Baker voleva passare da bianca e per lei si coniò la razza creola. L’Harris vuol passare da nera e si è ricollocata l’India accanto al Congo. Tutto dipende dalle mode. C’era un tempo in cui la violenza era di moda. Oggi è di moda il pacifismo. Non cambia la sostanza sotto il luccichio; guerra, conflitto, armati e vittime restano, spesso con il medesimo volto. Chiamale riformista, liberale, come prima le chiamavi capitalista, comunista; le emozioni non cambiano. Le mode però le sdoganano, le autorizzano.

È un gran riformatorio, che ha perso il suo carattere tremendo, correttivo e punitivo. Nel quale non si può condannare per la minore età, non si può criminalizzare perché la colpa è della società, non si può punire perché bisogna applicare la moral suasion, perché nessuno mi può giudicare e tutti i gatti sono bigi. Ed anche i Franti sono bravi ragazzi, dopo aver esaltato per decenni i Lucignolo. La soluzione trovata, senza l’occhio del medico caritatevole, è lasciare che tutto marcisca e che il mercato, con la sua lenta e dura legge del tempo, alla lunga mostri chi vince e chi perde. Ci si affanna a ripetere che tutto deve essere win-win, senza winner e loser; ma sono appunto bugie in buona fede del medico misericordioso.

Fra parentesi, bisogna ricordare l’enorme ruolo ricoperto dalle famiglie nel caso italiano. Le famiglie da cui provenivano i figliuoli finiti in riformatorio: ma anche i riformati, cui le ricette di un medico pietoso, avevano risparmiato tante brutte ed inutili esperienze di vita. Mode o non mode, infatti, sono le famiglie a coltivare i conflitti, tradimenti, amori ed amorazzi, avvelenamenti, spergiuri, alleanze e pentitismi; le famiglie di politici, di prelati, di imprenditori, di professori e di criminali usavano le teorie, i profitti, gli omicidi ed i processi sotto alte egide intellettuali, teoriche e storiche. Restava nella sostanza una guerra e pace tra famiglie ed alleanze di famiglie, che non poteva mai avere fine, sine fine mai.  I ragazzi di ciascuna non erano mai riformati o da riformatorio, mentre lo erano tutti quelli delle famiglie avverse.

Nel vero riformatorio, con dura espressione da vox in deserto, si ripete inutilmente che il riformismo non esiste. Era la teoria menscevica dell’abbattimento graduale del mercato libero tramite l’avanzata della programmazione statalista e collettiva. Morì pian piano, da ultimo in Italia. L’abbatté da noi il più grande riformista di tutti, un tal Craxi, che collaborava con uno che non era mai stato riformista come Martelli. Fu Craxi che deriformistizzò il partito socialista, praticamente all’insaputa dei suoi. I socialisti, mentre il loro partito smetteva di essere stalinista come ai tempi di Morandi, e smetteva di credere del tutto alla rivoluzione, non guardavano, traccheggiavano ed al peggio, facevano come tutti i sinistri italiani, cioè si attaccavano ai miti storici, falsi e bugiardi, della resistenza rivoluzionaria tradita. Intanto pero il riformatorio aveva funzionato.

L’ex primo partito di sinistra del paese nella sostanza non era più neanche riformista, aveva contribuito sostanzialmente alla vittoria epocale del capitalismo nella guerra fredda, superando l’ultima spallata bolscevica, riedizione del’19, fondata sul terrore in Occidente. La nuova era avrebbe visto nuovi paradigmi in cui la destra avrebbe sostenuto un mercatismo libero, si fa per dire, e la sinistra si sarebbe identificata con un mercatismo arginato da molti vincoli socioeconomici. Le famiglie, però, per proseguire gli odi e gli amori di sempre cercavano gli antichi paradigmi, li tenevano vivi come le carni imbalsamate di Lenin. Facevano una fatica tremenda. L’eroe capitalista, il riformista deriformistizzatore, Kraxi, era anche il baluardo della via italiana parasovietica dell’indipendenza economica via partecipazioni statali. Bisognava abbatterlo ma all’interno della vittoria capitalista sul cui carro del vincitore tutte le famiglie saltavano. Farlo fuori e annichilire l’indipendenza economica nazionale fu un tutt’uno. Gollisti e Merkel furono più previdenti al momento delle loro idi di marzo.

La vittoria capitalista Usa attentava, già sul mero piano dei consumi, all’indipendenza europea e nel vecchio continente, ci si attaccava alla difesa programmata e pubblica della propria economia, per non vedersela frantumata d’oltre atlantico. Era la solita strategia bonapartista, punto di incontro tra le istanze destre e sinistre, della modernizzazione. I cahiers de doléances popolari (da tradurre in requisitorie di avvocati, giornalisti e maestri al ceto mediobasso) avviavano i cataclismi sociali universali ma per stabilizzarne i frutti, con guerre a scapito di altri, ci voleva un Cesare riformatore. D’altronde il popolo, massa confusa, mai si è rivoltato e mai è giunto al potere che è rimasto disputa tra il dittatore popolare e l’oligarchia dei migliori (e questa era sinistra e destra nell’antichità). I Cesari avrebbero dato i diritti sociali europei nello strano puzzle dei Napoleoni, Bismarck, Gambetta, Mussolini; quei diritti alla cui strenua difesa si dice corrisponda la sinistra, mentre vi monta la guardia la destra. Il modello anglosassone pretende la soluzione dell’allargamento dell’arricchimento che pure i bonapartisti pretendevano per il proprio popolo, in quanto migliore, combattente e vincitore.

Al bellicismo popolare e nazionale francese, comune, con alterne fortune, ai russi, ai tedeschi, agli stessi americani (ma mai ai cinesi, sempre perdenti), si contrapponeva il grimaldello della globalizzazione, dei terzomondani. Con la scusa del salvataggio dei popoli poveri del mondo, già da terzomondisti, alleati dei nemici, i terzomondani svilupparono un’ampia strategia finanziaria, digitale ed ambientale, utile a frastornare e drogare i già indeboliti (bonapartisti) europei. Tanti nobili sentimenti, tanti mirabolanti progressi tecnologici, tanti danari in più da creare con la bacchetta magica non potevano che abbindolarli. Seguirono così un turbocapitalismo che non conoscevano nel quale ogni idea sinistra illanguidì fino a sparire, i religiosi persero fede ed i liberali senso di notabilato. I liberali per anima e tradizione non potevano che trovarsi con i terzomondani, di cui però capivano a stento parole, movenze, costrutti logici. Non potendo che vergognarsi di una simile conclusione, soprattutto di fronte ai vecchi patriarchi possidenti, si diedero ad un trasformismo vago, senza vergogna per sé stessi. Ma questa è un’altra storia. 

Non c’è dubbio che i colossi, fatti passare per riformisti, oggi non sarebbero altro che bonapartisti.

Giuseppe Mele

Pubblicato in : EditorialeTag: capitalismo, craxi, dittatore, espressione, finanziaria, globalizzazione, gossip, italia, Laici, Liberali, massa, mercato, merkel, mondo, mussolini, partito socialista, professori, riformismo, socialisti, soluzione, usa

Info Giuseppe Mele

Studi tra Bologna, Firenze e Mosca.Già attore negli ’80, giornalista dal 1990, blogger dal 2005. Consulente UE dal 1997. Sindacalista della comunicazione, già membro della commissione sociale Ces e del tavolo Cultura Digitale dell’Agid. Creatore della newsletter Contratt@innovazione dal 2010. Direttore di varie testate cartacee e on line politiche e sindacali. Ha scritto Former Russians (in russo), Letture Nansen di San Pietroburgo 2008, Dal telelavoro al Lavoro mobile, Uil 2011, Digital RenzAkt, Leolibri 2016, Renzaurazione 2018, Smartati, Goware 2020,Covid e angoscia, Solfanelli 2021, Il Male assoluto sullo schermo 2022.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Dr Anvilon

    17 Aprile 2021 alle 18:56

    Una maggiore chiarezza nell’esposizione concettuale (valida per chi già conosce i problemi riassunti in punta di fioretto) renderebbe maggiormente gradevole l’articolato dotto pensiero, in particolare per i giovani cresciuti volutamente nell’illusione della conoscenza. E questo in un paese impretagliato sotto ogni profilo di scuola.

    Rispondi

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Sidebar

Iscriviti alla nostra Community WhatsApp

Ultimi commenti

  • Ugo Malasoma su Naza non è un film documento ma verità amputata
  • Anna La Mattina su Sánchez chiude il ciclo e porta la Spagna alle urne: la casa fa saltare la maggioranza!
  • Enzo Baccioli (Nuvola Rossa) su Giorgetti, l’uomo che sta rimettendo in piedi l’Italia mentre gli altri chiacchierano
  • Enzo Baccioli (Nuvola Rossa) su Giorgetti, l’uomo che sta rimettendo in piedi l’Italia mentre gli altri chiacchierano
  • Luca Bagatin su Giorgetti, l’uomo che sta rimettendo in piedi l’Italia mentre gli altri chiacchierano
  • Salvatore D'ostuni su L’habitat che ci pensa dentro
  • Luca Bagatin su La rivoluzione del lavoro e la fine del socialismo novecentesco
  • Luca Bagatin su L’aggressione russa alla democratica Ucraina: una guerra dimenticata
  • Puccio Cartoni su Il ricatto della storia: firmare o sparire

Argomenti

aduc anni berlusconi cina commissione consenso conti costi costituzione crisi democrazia dichiarato elezioni euro europa firenze francia futuro germania giovani governo italia lavoro lega mercato merito milano mondo movimento nato natura notizia parlamento pd persone processo renzi repubblica roma scuola soldi stati uniti sviluppo toscana usa

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Pensalibero.it

REDAZIONE

Direttore Responsabile
ad interim
Cesare Mannucci

Vice Direttore
ad interim
Claudio Tirinnanzi

WebMaster
Claudio Tirinnanzi

redazione@pensalibero.it

Rimani aggiornato

Attraverso la nostra newsletter riceverai settimanalmente tutti i nostri aggiornamenti

Iscriviti ora

Chi siamo

  • Chi siamo
  • Credits
  • Autori
  • Accesso autori

Note

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Copyright 2004 © Tutti i diritti riservati. Iscrizione al Tribunale di Firenze n. 5418 del 21-4-2005. I contributi al sito non sono retribuiti