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Potere ai dipendenti per rilanciare un’impresa: il workers buyout a Nordest

di Redazione Pensalibero.it | 9 Aprile 2018

Sono almeno una decina le medie aziende manifatturiere del Nordest risorte grazie ai propri dipendenti. Una tradizione, quella legata del workers buyout locale, che negli ultimi 10 anni circa ha prodotto solo cooperative di successo e nessun fallimento né in fase di start up né negli anni successivi.

Ma il Wbo, a Nordest, nasce ancora prima della legge Marcora, quella che dal 1985 offre strumenti specifici a tutt’oggi fondamentali per il successo di molte operazioni. E se la Clm (Cooperativa lavoratori metalmeccanici) di Roncà a Verona, sorta ancora nel 1977, e la padovana Minucoop di Due Carrare, presa in mano dagli operai a partire dal 1980 anche senza gli strumenti della legge Marcora, hanno saputo consolidarsi come realtà di primo piano nella meccanica nazionale e internazionale, il Cantiere Navale Polesano (Cnp) già nel 1990 aveva potuto giovarsi degli strumenti della Legge.

Il boom con la crisi
È però con l’inizio della crisi nel 2009 che si assiste a un vero e proprio boom del fenomeno con ben 6 operazioni in 8 anni. Operazioni il cui valore economico supera i 5 milioni (il 40% investito dagli stessi lavoratori) e che occupa oggi circa 200 persone. È stata per prima la D&C di Saletto di Vigodarzere a Padova ad aprire, nel 2010, una nuova stagione di riscatto per i lavoratori. Proprio in quell’anno l’ex Modelleria Quadrifoglio, che occupava 16 dipendenti chiudeva i battenti. Ma proprio 10 di quei 16 dipendenti presero le redini della società per portarla, oggi, sostanzialmente ai livelli occupazionali pre-crisi. Ma ci sono voluti 4 anni per vedere un’altra società in crisi rimessa in piedi dai lavoratori. È ancora una storia padovana, quella della tipografia Zanardi della zona industriale della città, a catalizzare per l’interesse della collettività su questo genere di operazioni, mentre quello stesso anno, dal fallimento Morupa di Castagnaro nel Rodigino, nasceva la coop Kuni, attiva nel settore del legno per le navi da crociera e da diporto. L’anno dopo a Gruaro nel veneziano sorge Sportarredo Group, cooperativa industriale specializzata nella realizzazione di apparecchiature solarium e per l’estetica, che ha visto 7 dei 41 lavoratori presenti in azienda scommettere su un progetto industriale che ad oggi conferma la propria crescita economica e occupazionale. Nel 2016 è di nuovo una società del veneziano, la Berti di Tessera, attiva dal 1962 nel settore del vetrocamera e dei serramenti a vedere, dopo il fallimento del 2015, 22 dei suoi 47 dipendenti investire le proprie indennità di mobilità in un rilancio confermato da un ritorno ai livelli occupazionali del 2015.

L’operazione clou nel 2017
Ma è con l’estate del 2017 che si compie la più grande delle operazioni di workers buyout mai viste nel Veneto, quella della Cooperativa Fonderia Dante nata da una costola del gruppo Ferroli.
«Sebbene negli ultimi anni il numero dei Wbo sia cresciuto notevolmente» spiega Adriano Rizzi presidente di Legacoop Veneto «non si tratta di operazioni facili: meno del 10% dei casi che analizziamo hanno le condizioni per diventare realtà di successo e di queste meno della metà lo diventa veramente». All’individuazione di un piano industriale credibile infatti deve aggiungersi un gruppo coeso che investe tutta la propria indennità di mobilità (Naspi) in una nuova impresa.

Una legge ad hoc
Un percorso reso più facile dalla legge Marcora del 1985 che offre un diritto di prelazione ai lavoratori e, nel contempo, permette loro di ottenere in un’unica soluzione il valore complessivo del proprio ammortizzatore sociale. Una legge che ha istituito nel 1986 uno strumento finanziario importante a supporto di queste iniziative: il Cfi (Cooperazione Finanza Impresa) che dalla sua costituzione ha erogato 205 milioni di euro di finanziamenti a oltre 300 cooperative. Ma anche Legacoop ha messo al servizio dei Wbo un altro strumento finanziario fondamentale: Coopfond, il fondo nato per incentivare la crescita della cooperazione e finanziato dal 3% degli utili delle società cooperative iscritte alla Lega. Sono questi i due soggetti che spesso si trasformano in soci di capitale, riservandosi il diritto di nominare un collegio dei revisori della società. «Quello che facciamo come associazione» conclude Rizzi «è essenzialmente un’analisi economico finanziaria di fattibilità ma ci occupiamo anche di un altro aspetto essenziale: lavoriamo alla sinergia di tutti gli attori che rendono possibile un workers buyout: i sindacati, gli istituti finanziari, gli strumenti come Cfi e Coopfond, i rappresentanti delle società. Una specializzazione che ci viene riconosciuta in Italia grazie anche a indici di successo massimi».

(tribunatreviso.gelocal.it, 21.03.2018)

 

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, azienda, costituzione, crisi, dante, euro, fallimento, finanziaria, italia, lega, nato, navi da crociera, persone, riscatto, sindacati, soluzione

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