
Ecco, il Tea Party, afferma qualcuno, è nella pancia della storia degli Stati Uniti, una storia antica (si, ma non troppo) e certamente mai dimenticata. Il Boston Tea Party è stato la scintilla della rivoluzione americana: è il 16 dicembre 1773 e un gruppo di coloni americani distrugge svariate ceste di tè per protesta contro la tassazione imposta dalla madrepatria Inghilterra.
Ed è il grimaldello fiscale l’arma con cui, per Facco, occorre molto concretamente battersi contro il Leviatano, perché – egli dice – “bisogna avere il coraggio delle azioni”. Non manca un po’ di dialettica quando il bocconiano Pier Camillo Falasca afferma di non condividere il rifiuto della politica, o meglio della politica attraverso i partiti. Politica e antipolitica si confrontano e si scontrano anche in questa casa e non c’è dubbio che elementi di pregio siano presenti in entrambe le prospettive. Accanto a Facco c’è però un altro coraggioso, un altro uomo del fare (e non solo di parole, insomma un non politico….) tal Giorgio Fidenato da Pordenone, di professione agricoltore, il quale lo Stato lo sta sfidando da anni: Irpef, contributi Inps e quant’altro rientrante nel famigerato cuneo fiscale ha deciso di versarli direttamente ai dipendenti, in busta paga, rifiutandosi di continuare a fare l’esattore per conto dello Stato: è la battaglia per la abolizione del sostituto di imposta, che è ancora in corso. E siccome gli uomini duri amano condurre anche più di una sfida contemporaneamente, Fidenato ha aperto anche il fronte Ogm – contro cui si appuntano avversioni (e sicuramente interessi economici) convergenti e, al momento, preponderanti: “Ma perché, a differenza che in Slovacchia, Spagna e Romania, nel mio terreno non posso piantare ciò che mi pare?” Insomma, che cosa resta della proprietà privata in questo Paese?
Vita, libertà, proprietà, sono i valori per cui questi uomini hanno deciso di battersi. Consapevoli che l’Italia non è l’America, che qui è tutto più difficile. Ma intanto ciò che conta è la battaglia culturale: risvegliare le coscienze, proporre un paradigma diverso, mettere in testa il tarlo del dubbio, ovvero che il film che si è sempre visto non sia l’unico che ci è dato di vedere e di vivere, che quindi possiamo fare di meglio.
Ma per diffondere il nuovo verbo, occorrono pazienza, disponibilità all’ascolto e generosità, una cassetta degli attrezzi di cui – qualcuno ammette senza ipocrisie – coloro che mettono la libertà e l’individuo al primo posto non sono necessariamente forniti.
E Berlusconi? C’è una parola anche per lui, naturalmente, anzi più di una e davvero poco lusinghiera: è sceso in campo nel 1994 promettendo una riduzione della pressione fiscale, ma in sedici anni non è mai arrivata, al contrario!
Ciò che dilaga in questo Paese è la menzogna universale, la verità è merce rara: l’unica vera rivoluzione, di cui pochi sono capaci.
La stoccata finale tocca all’economista Francesco Carbone: “Il benessere non lo dà lo Stato, ma la funzione imprenditoriale. Il male da curare è la terapia con cui gli Stati stanno cercando di affrontare questa crisi” che, tra parentesi, non sembra finire mai. Mentre è riunito il consesso, Wall Street, dopo una giornata difficile su tutti i mercati mondiali, sta cedendo quasi il 4 per cento. Carbone fa profezie di sventura e preannuncia entro 5 anni la fine di questo sistema, che “è arrivato al capolinea”, frutto com’è di una alleanza perversa tra Stati e banche, una simbiosi che ha distrutto, incenerito – con la proprietà – anche tanta, tantissima ricchezza.
La serata sembra proporre un epilogo incerto: non basta il grato sapore dei bei concetti, non andranno oltre il buio della notte le quattro chiacchiere tra amici, anche qui come sempre nella vita è la continuità la sfida da vincere. Il futuro ci dirà se a Prato – questa sera – e altrove, nei prossimi giorni e mesi, avrà preso piede un movimento inedito, piccolo magari, ma solido, che possa costituire, anche mediaticamente, un valido contraltare alla dominante cultura statalista di questo Paese.
Intanto, comunque si parla di questo Tea Party, un nome, un programma…. Quando un’amica ha visto su Facebook che avrei partecipato al “Tea Party”, mi ha detto: “Beh anche io sono appassionata di tè, di ogni tipo di tè! Peccato che ho già altri impegni per domani sera e non posso venire”. Non è una battuta. E la cultura della libertà è forse anche meno conosciuta.
Paolo Marini
POSSO OFFRIRVI UN TEA AL GUSTO DELLA LIBERTÀ…?
il Tea Party, afferma qualcuno, è nella pancia della storia degli Stati Uniti. Il Boston Tea Party è stato la scintilla della rivoluzione americana: è il 16 dicembre 1773 e un gruppo di coloni americani distrugge svariate ceste di tè per protesta contro la tassazione imposta dalla madrepatria Inghilterra. Ora è una moda che potrebbe dilagare in Italia.
Di Paolo Marini

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