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Portogallo: il governo vince e sopravvive

di Alberto Pasolini Zanelli | 12 Ottobre 2015

Il povero, umile Portogallo continuerà ad avere il 20 per cento della popolazione confinata al salario minimo di 500 euro mensili, ma i suoi governanti possono anche sostenere che il peggio è alle spalle.

Di risultati delle elezioni portoghesi di domenica ce ne sono due, basati sulle stesse cifre ma contrapposti. C’è quello numerico e c’è quello politico e l’attenzione a Lisbona e fuori si è concentrata sul secondo dal momento in cui dalle urne sono cominciati ad emergere i commenti e le interpretazioni in anticipo sulle cifre. Leggiamoli, dunque, queste due serie di numeri e poi toccherà al lettore, soprattutto quello straniero meno coinvolto emotivamente, di continuare il gioco soggettivo e suggestivo di tutte queste cifre. Quello che conta, volendo, è il più indiretto tra i computi, che si riassume in una frase breve breve: il governo sopravvive e da ciò si può dedurre che ha vinto. Ed è vero se si guarda alle conseguenze più indirette ma anche forse più importanti: il Portogallo non ha copiato né la Grecia, né la Spagna e ha confermato di essersi rassegnato (ma evidentemente non entusiasta) a un’altra legislatura all’insegna dell’amara cura dell’Austerity. Che continua, ma con qualche miglioramento. O almeno, ed è già tanto, non si è ulteriormente aggravata e qualche sorriso gli spetta, da Bruxelles e da Berlino probabilmente di più che da Lisbona. Il bilancio politico è, insomma, misto. Mediocre in sé, ma tale da suscitare le invidie dei colleghi di Atene, di Madrid e naturalmente anche di Roma. Il povero, umile Portogallo continuerà ad avere il 20 per cento della popolazione confinata al salario minimo di 500 euro mensili, ma i suoi governanti possono anche sostenere che il peggio è alle spalle. La crescita che a Roma ancora si evoca come traguardo o almeno si sogna, è cresciuta molto di più, cioè dell’1,5 per cento rispetto all’anno scorso; l’occupazione è in ripresa, i titoli di Stato portoghesi sono calati in tre anni da un vertiginoso 18 per cento a un 2,3 per cento, sempre troppo alto ma ragionevole. Il debito continua ad essere alto, vicino al 130 per cento, superato solo, naturalmente in negativo, da quello della Grecia e dell’Italia, l’equivalente dell’Iva sfiora il 25 per cento anche sui generi di prima necessità, in Portogallo fiorisce più che altrove il fenomeno di una emigrazione di massa da un Paese europeo: un cittadino su venti se ne è andato negli ultimi due anni, soprattutto i giovani.

Il paesaggio continua dunque ad essere tipico dell’Austerity, una combinazione di recessione, disoccupazione, aumento delle tasse. Sembra svanito, però, lo spettro del crollo verticale, Lisbona non è più socia a pieno diritto del club dei miseri e dei reietti. La popolazione, però, non è tentata dalla rivolta e tanto meno dalla “soluzione” dell’addio all’euro. In più i portoghesi sono portoghesi, famosi per la loro pazienza, rifiuto della violenza e un misto fra pazienza e scetticismo fiorito su una abitudine al dolore, espresso anche nella sua cultura e nella sua musica. Il fado, la poesia della stanchezza. Lo hanno intonato di nuovo, magari a voce un po’ più bassa del solito, gli elettori, di fronte alla scelta fra la fiducia e la protesta. Lo hanno fatto in modo da accontentare un po’ tutti. Il governo del premier Coelho, di coalizione fra i socialdemocratici (che sono di centro) e il Centro Democratico (che è di destra), conserva una precaria maggioranza, mancando però quella assoluta e quindi continuerà a dipendere dall’appoggio di qualche “partitino”. In termine di voti è rimasto sotto al 39 per cento dei suffragi espressi, meno dunque dei tre partiti dell’opposizione di sinistra, il 32 per cento di socialisti, una delle due forze classiche e storiche, meno dell’8 per cento ai comunisti, in severo declino e più del 9 per cento del “nuovo” Bloco de Esquerda, cioè la Nuova Sinistra ispirata e sostenuta dall’ellenica Syriza. In una visione aritmetica, dunque, i “no” superano i “sì” ma, più divisi, ottengono qualche seggio in meno.

Una valutazione non può peraltro tacere il dato dell’astensione, che non è fiducia ma sfiducia, estesa però alle forze di opposizione. Sono rimasti a casa, infatti, 45 elettori su cento, il che riduce ulteriormente il consenso al governo a un elettore su quattro. Fiducia, pazienza, rassegnazione? Un po’ di tutto, ma soprattutto un voto molto portoghese, radicato nella storia e nelle abitudini di un Paese che quarant’anni fa è riuscito a condurre in porto senza spargimento di sangue e moderazione perfino una rivoluzione. E che da sempre conosce e pratica la corrida, ma con regole che vietano l’uccisione del toro.

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, bruxelles, consenso, elezioni, euro, giovani, governo, grecia, legislatura, madrid, massa, opposizione, poesia, recessione, roma, Socialdemocratici, socialisti, spagna, tasse, valutazione

Info Alberto Pasolini Zanelli

Alberto Pasolini Zanelli, giornalista e scrittore da anni residente a Washington.

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