Siamo scesi dal podio da molto tempo, e ora sembriamo le damigelle tristi ad un matrimonio cui partecipiamo solo come sfondo nella fotografia di gruppo.

Naturalmente, si sono sprecate le interpretazioni su questo fenomeno inatteso, alcune ironiche – in caso di ritorno alla guerra medievale saremmo i padroni del mondo – altre con pretesa di serietà – perbacco, siamo un paese di maestri d’armi e poi, diciamolo, abbiamo ancora quella signorilità da ufficiali e gentiluomini in discipline dove valgono le antiche regole della cavalleria, signori e signore, in guardia, prego, a voi, e rispettate le precedenze. Una sorta di ritorno al passato, ai duelli galanti consumati all’alba dietro il Convento della Carmelitane Scalze – ah, come sono passionali e romantici, questi italiani.
Di fatto, ci pare che dalle nostre vittorie in tutte le specialità dove era previsto l’uso di una qualche arma, si potrebbe dedurre qualche piccola riflessione sullo stato attuale del nostro paese, e se è vero che lo sport è una efficace e spesso anche spietata metafora della vita certo mai come in queste Olimpiadi abbiamo potuto tracciare un grafico fedele della nostra situazione nazionale.
Intanto: vinciamo in sport arcaici, e già questo la dice lunga. In tempi di missili intelligenti e di guerre tecnologiche del tutto simili ad atroci videogames, noi si tira con l’arco come Robin Hood, si spara come Jesse James, si giostra di fioretto come D’Artagnan, si fa a pugni secondo le regole della “noble art” – diciamolo, sembriamo usciti da una nostalgica illustrazione di un libro per ragazzi, di quelli che non si stampano più da un pezzo ma che conserviamo nella nostra memoria insieme alla fantasia accesa dai racconti di avventure che un tempo, quando il mondo era molto grande ela Retenon lo aveva ancora imprigionato in un semplice clic del mouse, sollecitarono tutta la curiosità della nostra infanzia in bianco e nero. Il che può commuoverci finchè volete, ma certo ci conferma vecchi – vecchi dentro, con lo sguardo irrimediabilmente volto al passato, ancora belli da vedere, ma avvolti da quell’aura lieve e un pò sfocata che hanno i ritratti di famiglia appesi per sempre al muro dei ricordi.
E infatti manchiamo completamente di velocità, la nostra assenza in ogni disciplina dove ci sia da misurarsi contro un cronometro sancisce spietatamente la nostra invincibile lentezza – il mondo corre, e lo fa con la sfrontatezza leggera e un pò sbruffona dei Giamaicani, con il sorriso struggente degli africani, ma la nostra eleganza blasé resta ai margini della pista, ai bordi della piscina, a fare da contorno a chi ha piu fame, più grinta e, perchè no, più cuore. Siamo la cornice – bella, anche preziosa, ma ferma – di un quadro che invece è in perenne movimento e mutamento e cambia di forma e di colore mentre noi siamo sempre uguali a noi stessi.
Forse queste Olimpiadi ce le ricorderemo come quelle del congedo: l’ultimo bagliore del grande orgoglio inglese, l’ultimo aggraziato passo d’addio della eccellenza italiana, mentre i paesi emergenti si sfidano laddove conta solo andare più veloci e raggiungere nuovi traguardi senza risparmio di energie, senza alcun sguardo nostalgico al passato, senza una traccia di rimpianto o persino di riverenza ai grandi che furono e che oggi scivolano lentamente nell’oblio.
Per vincere ancora, noi dovremmo istituire come nuove discipline olimpiche le sfide che affrontiamo ogni giorno come cittadini vessati da sanguinarie istituzioni: la otto ore di resistenza ad un telefono per prendere la linea con il Cup e vincere la prenotazione di un esame medico; il salto agli ostacoli della burocrazia quotidiana; la rincorsa dell’impiegato fantasma delle poste o dell’anagrafe, che non è mai quello giusto e nessuno l’ha mai trovato in loco; il tiro al bersaglio degli esattori di Equitalia; il lancio del peso con i polverosi fascicoli dei tribunali.
Ah, qui sì che non avremmo rivali, allora davvero vinceremmo ogni gara e non ce ne sarebbe per nessuno – e forse per questo Bolt vince ridendo, chè in Giamaica questi problemi almeno non ci sono, e noi invece vinciamo solo sparando. La nostra incazzatura è da medaglia d’oro, ma non è sufficiente a farci uscire dal passato, a cambiare le cose, a prendere la mira sui ritardi grandi e piccoli ed a centrare le soluzioni.
Noi siamo belli da vedere, ma inconcludenti assai – e per questo, non c’è medaglia che possa riscattarci. Siamo scesi dal podio da molto tempo, e ora sembriamo le damigelle tristi ad un matrimonio cui partecipiamo solo come sfondo nella fotografia di gruppo – quelle che stanno ai margini e sanno che la festa non è per loro. I momenti di gloria sono finiti, resta solo da uscire di scena con apprezzabile dignità – e sulla possibilità di riuscire almeno in questo, ad oggi, non scommetteremmo un euro.

Caro Claudio, manca in questo paese una vera cultura dello sport che si traduca in una politica dello sport. Campriani è l’esempio perfetto: è dovuto andare negli Stati Uniti per poter studiare ed allenarsi contemporaneamente in un campus universitario, cosa del tutto impossibile da noi. Ma in realtà, come hai ben capito, qui non intendevo parlare di questo ma solo rilevare come gli esiti di questa Olimpiade restituiscono un’immagine precisa dei nostri problemi.
Cara Chiara,
Niccolò Campriani, fiorentino ed oro olimpico, studia in un college americano dove si esercita per buona parte dell’anno… purtroppo anche questi sport di “nicchia” necessitano di grande preparazione e, dunque, di attrezzature all’avanguardia. Idem valga per l’arco come per le arti marziali. Purtroppo il movimento sportivo in Italia risente notevolmente della crisi, e devo anche dire che in questi ultimi tempi il CONI un po’ di colpi li ha persi… ma essendoci un pochino dentro – sono il referente informatico del comitato provinciale di Firenze – ho potuto conoscere e toccare con mano tanti, tantissimi giovani e vogliosi ragazzi, impegnati nelle più disparate discipline, quelle – per intendersi – che non godono delle vetrine del calcio ma necessitano di maggiori sacrifici e, forse, risorse. Credo che una sana politica sportiva in Italia non guasterebbe per dare magari giovamento un pochino a .. tanti!
Detto questo, cogliendo il vero senso dell’articolo ed i suoi riferimenti… concordo :)
Caro Maurizio, la tua tesi sarebbe affascinante, se non fosse clamorosamente smentita dai risultati altrui: Bolt e Phelps, tanto per citarne due, hanno contratti e sponsors miliiardari ed hanno stravinto, vorremmo forse negare il loro impegno ed il loro sacrifico?! Il grave è che da noi per fare sport si debba indossare la divisa, perchè nè scuola nè associazioni sportive sono mai state organizzate per crescere campioni. Perchè le strutture sportive sono fatiscenti, quando ci sono, e spesso abbandonate al degrado, perchè come sempre il denaro pubblico è sprecato, malgestito e spesso anche rubato. Non è il denaro a rovinare i nostri atleti, e neanche la pubblicità o la fama – è la mancanza di una programmazione seria, come in tutti gli altri campi del nostro paese.
Non ho parlato degli Americani o dei Giamaicani ma o palato di noi che, come quasi sempre nelle dificoltà diamo ,a volte, i meglio di noi stessi, per il resto è vero come dici tu quando è pubblico molto spesso è la negazione di ogni razionalita e logica., ma è ance vero ce alla notorietà spesso si associa il vuoto.
M.M
Scusate non condivido o meglio voglio vedere ancora speranza.
In queste olimpiade io ho notato che vinciamo la dove ancora abbiamo , modestia, volonta e capacita di soffrire.
Abbiamo primeggiato si in sport d’armi ma, sono anche sport che danno un momento di gloria ogni 4 anni, per il resto grande impegno grandi sacrifici e si vive di stipendio perchè si indossa una divisa.
La dove si ha avuto notorietà , pubblicita , di conseguenza soldi e televisione abbiamo fallito vedi il nuoto.
Ergo finchè tra di noi vi saranno delle persone serie, professionali indipendentemente dal guadagno, che mettono impegno, che non vivono di immagine e luoghi comuni, noi abbiamo una speranza, ancora una possibilità
Saluti Maurizio Molinari
Partito Socialista Italiano
Penso invece che varrebbe la pena essere primi, o fra i primi, ad andare oltre il crollo.
Sì, magari primi nel salto delle macerie, l’ultima specialità olimpica.
Se alla velocità si affida la credibilità dei primati viene il sospetto che si stia precipitando in caduta libera. D’altra parte nell’immaginario anno della storia umana Cesare è stato ucciso a dieci minuti dalla mezzanotte del 31 dicembre, per cui ci restano pochi minuti per duemila anni fino a noi e magari un minuto per i prossimi tremila, sempre più accelerati e ipertecnologici, proprio come in un crollo. Ma vale la pena essere i primi in un crollo?