A Sorbolo, Emilia operosa e terra di opulenza alimentare e tecnologica, hanno inventato il farmaco sospeso. Chi l’avrebbe immaginato: una elemosina per avere una medicina.
A fronte di una politica sempre più liquida, che vede passare duecento parlamentari da una casacca all’altra in due anni, l’Italia sta continuando a vivere problemi solidi, molto solidi. A volte incrostati.
Il trasformismo politico, cioè il passare da un partito all’altro, una volta eletto in Parlamento, non è certo un fenomeno di oggi: la moda risale addirittura al Parlamento del Regno. Se uno cambia idea può anche cambiare compagnia. Se un parlamentare si pente o trova nuove convinzioni perché magari sono persino cambiati i partiti può cambiare gruppo e formazione.
Ma è il ritmo di questo andirivieni che stavolta fa notizia, un giro di casacche e simboli che al netto della buona fede denuncia sicuramente l’assenza di convinzioni radicate, di pensieri forti, di filosofie politiche che possano resistere almeno un anno sul mercato delle elezioni.
Una liquidità della politica che rischia di liquidare la politica. Cambiando casacca per un deputato o un senatore, un decreto che una settimana fa era perfetto oggi non va più bene ma forse fra una settimana lo stesso testo potrà tornare valido. Basta che sia conveniente la posizione. Stessa legge tre posizioni. Punti di vista, appunto. E’ il bello della democrazia, bellezza, direbbe qualche osservatore mutuando la nota frase del film “L’ultima minaccia”. Ma così si rischia il frullatore. Perché la liquidità della politica non aiuta a dare morbidezza ai problemi sociali ed economici che sono sempre più solidi, sempre più granitici, sempre meno aggredibili con piani normali.
Tre esempi che valgono il programma di un quinquennio: l’evasione fiscale, la crisi economica delle famiglie, il lavoro. Una trilogia che rischia di diventare la litania dei convegni e delle dichiarazioni. Eppure anni di liquidità della politica hanno lasciato croste su croste sul mercato del lavoro, sull’equità fiscale, sui redditi delle famiglie. Diceva Flaiano che in Italia più che risolvere i problemi li si scorda e li si lascia passare di moda. Poi al primo titolo sui vecchi nuove lamentazioni. Con lacrime di coccodrillo.
A proposito di problemi molto ma molto solidi mi ha fatto veramente impressione il risultato di una ricerca del Censis sulle paure e i risparmi degli italiani in questi mesi: i nostri concittadini hanno paura di ulteriori ricadute di reddito e risparmiano per far fronte a eventuali problemi di salute, per pagare medici e medicine. Meno consumi immediati e più salute, meno gite più sanità da garantire domani. Molte famiglie riducono persino l’acquisto di farmaci perché temono di non farcela. Un indicatore niente male di fiducia-sfidudcia e di garanzia del sistema pubblico verso le esigenze dei cittadini. Che si arrangiano trovando forme, anche fantasiose, di mutualità e aiuto reciproco. Pensate a Sorbolo, Emilia operosa e terra di opulenza alimentare e tecnologica, hanno inventato il farmaco sospeso.
Hai bisogno di una medicina fuori dalle classi di gratuità e non ce la fai, puoi approfittare del sistema del farmaco sospeso. Come dire: lascio un accredito di 10 euro in una farmacia e un mio amico o una mia parente può venire a comprare lo sciroppo o le pastiglie. Una volta lasciavi pagato il caffè adesso lasci pagato le compresse. Se invece vuoi fare una donazione nominativa lasci alla Caritas salute e tutto quello che riceve lo trasforma in forniture farmaceutiche per i bisognosi. Italia, anno del Signore 2015, quasi un Monte dei Pegni dei Farmaci.
Chi l’avrebbe immaginato: una elemosina per avere una medicina. Fare i conti al centesimo su pane, pasta e sughi perché le pensioni sono sempre meno pesanti del costo della vita. E la politica liquida danza su promesse di riforme, in un tango per pochi eletti (o nominati), che ricorda la triste colonna sonora di una festa in maschera. Dove ormai in pochi sanno chi sono e cosa devono (dovrebbero) fare.

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