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Polemiche referendarie

di Livio Ghersi | 13 Settembre 2016

Il nostro Presidente del Consiglio dei Ministri, nella sua seconda veste di Segretario del Partito democratico, intervenendo a Catania alla Festa nazionale dell’Unità, ha così fornito l’orientamento ai propri compagni di partito, seguaci e simpatizzanti, a proposito del prossimo referendum costituzionale: «Sarà il bivio tra chi dice Sì perché vuole cambiare, e chi dice No perché vuole rimanere nella palude».

Un’impostazione in cui si apprezzano le sottili argomentazioni giuridiche a sostegno delle ragioni di merito della riforma costituzionale.

L’ineffabile Giuliano Ferrara, già comunista del PCI, già craxiano sfegatato, già punto di riferimento colto del Centro-destra berlusconiano, sempre non credente, ma da più lustri sostenitore delle tesi dei cattolici più tradizionalisti (del tipo non c’è differenza fra aborto ed omicidio), così scrive nell’articolo titolato “D’Alema si legga la storia del Senegal” (nel quotidiano Il Foglio dell’11 settembre 2016): «Vincerà il Sì, se gli italiani non sono completamente scemi». Ed ancora: «Mettersi con Salvini, con Grillo …, con gli estremisti e i manettari di tutta Italia, giuristi e costituzionalisti mal vissuti in testa, è una scelta nullista».

Qui è interessante il riferimento ai «giuristi e costituzionalisti» la cui scienza è inutile, perché «mal vissuti». Lo stile, che si fa beffe del discorso razionale per puntare esclusivamente sull’emotività, ricorda quello di Leo Longanesi.

Dalle parti del Centro-destra succede pure che il quotidiano Libero dia del “fallito” a Renato Brunetta, il quale tuttora è presidente del Gruppo parlamentare di Forza Italia alla Camera dei Deputati. L’offeso, nella sua replica, spende anche l’argomento che Vittorio Feltri, Direttore di Libero, trovi oggi ulteriori motivazioni nel bacchettarlo perché lo stesso Brunetta fa seriamente campagna per il No, mentre Feltri si è pubblicamente espresso per il Sì al Referendum.

Tre esempi che dimostrano come, con il passare del tempo, aumentino i toni polemici. Qui non c’è un confronto, anche aspro, ma condotto con onestà intellettuale. C’è, al contrario, uno scatenamento delle passioni, una volontà di buttarla in caciara, con il preciso intento di confondere le menti degli elettori.

Un distinto professore universitario in materie giuridiche, avanti negli anni e che magari ha fatto parte della Corte Costituzionale, fa una fatica incredibile nello sforzo di spiegare ai non addetti ai lavori cosa veramente significhino le modifiche costituzionali proposte. Il testo della riforma è oggettivamente astruso, difficilmente comprensibile per i più. Un comune cittadino elettore che realmente voglia documentarsi, stabilire i necessari confronti fra testo vigente e modifiche proposte, fino a comprendere il reale significato di queste, ha la tempra dell’eroe. E’ una rarità.

Per dieci che si sforzano di documentarsi, diecimila troveranno più semplice e comodo orientarsi secondo quello che si vuol far loro credere sia il nocciolo della questione: chi è a favore del Governo Renzi vota Sì, chi si oppone vota No. Chi vuole il cambiamento vota Sì, chi vuole conservare la situazione esistente (di cui si dà per scontato sia indifendibile) vota NO. Chi è moderno e lotta per il futuro vota Sì, chi non sa stare al passo con i tempi e ragiona con la testa volta al passato vota No. Et voilà: la semplificazione è servita!

Cosa può mai replicare un passatista, conservatore, mal vissuto, immerso fino al collo nella palude, quale chi scrive confessa di essere, dal momento che intende votare No? Poche semplici considerazioni.

  1. A) Il cambiamento istituzionale non è un bene di per sè, non comporta necessariamente vantaggi per i cittadini. Si potrebbero richiamare tanti fatti storici che lo comprovano. A partire dai tentativi di superare le democrazie parlamentari per stabilire, al loro posto, dei regimi (fascismo, nazismo, comunismo).
  2. B) Qualunque cambiamento istituzionale deve essere pensato per durare per un periodo di tempo sufficientemente lungo. Ci deve essere una stabilità istituzionale, a garanzia della certezza del diritto, quindi nell’interesse dei cittadini. Quando, invece, l’assetto istituzionale cambi frequentemente e si cerchi oggi di realizzare l’esatto contrario di quanto si sosteneva dieci anni prima, l’effetto ultimo non può che essere il malgoverno, la confusione amministrativa, il disorientamento degli operatori economici e dei cittadini. La Costituzione è già stata modificata nel 2001 per dare più poteri decisionali e più autonomia finanziaria alle Regioni, ai Comuni e agli altri Enti locali, nei loro rapporti con l’apparato dello Stato. Si fa riferimento alla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3, recante modifiche al Titolo quinto della Parte seconda della Costituzione. Dopo tante chiacchiere sul federalismo, e sul federalismo fiscale in particolare, la riforma voluta dal Governo Renzi si orienta in senso diametralmente opposto: più poteri allo Stato centrale, forte ridimensionamento del ruolo delle Regioni.

Indubbiamente, il Legislatore costituzionale del 2001 ha sbagliato (dunque, i riformatori possono sbagliare), ma le innovazioni che ora si vorrebbero introdurre non rimediano agli errori di allora e non realizzano un rapporto equilibrato fra Stato, Regioni e Comuni. Perché sommare un nuovo errore al precedente?

  1. C) Le disposizioni della Costituzione sono molto, ma molto, più importanti delle leggi ordinarie. Sono a fondamento della concezione dello Stato di Diritto. E’, infatti, in relazione alle disposizioni costituzionali che si può giudicare la legittimità (ragionevolezza, eccetera) delle norme contenute nelle leggi approvate nel tempo dalle sempre mutevoli maggioranze parlamentari. Giudice delle leggi è la Corte Costituzionale, organo di garanzia, che, come tale, deve restare autorevole ed indipendente rispetto agli altri poteri dello Stato (Governo, Legislativo, Giudiziario).
  2. D) I problemi sociali, che poi sono fondamentalmente connessi all’andamento dell’economia, non si risolvono cambiando la Costituzione. Così come non si risolvono limitandosi ad approvare nuove leggi. Quando parliamo di inefficienza delle pubbliche amministrazioni, di corruzione, di cattivo uso del denaro pubblico nella gestione dei pubblici appalti, di emergenza nella raccolta e smaltimento dei rifiuti urbani, dovremmo risalire a quella che dovrebbe essere la prima regola della politica: sforzarsi di far funzionare le cose. Servirebbero poche disposizioni di legge ben scritte e poi tutto l’impegno dovrebbe essere rivolto a ben amministrare. Amministrare è molto più difficile che scrivere norme.
  3. E) Anche governare è molto più difficile che fare chiacchiere. Nella nuova legge di bilancio dello Stato (prima si chiamava legge finanziaria, poi legge di stabilità) il Governo Renzi dimostrerà che la matematica è un’opinione. Verranno aumentate le pensioni minime, migliorato il trattamento economico dei dipendenti pubblici, cancellati gli aumenti fiscali previsti da clausole di salvaguardia contenute in leggi precedentemente approvate (l’esigenza di destinare nuove risorse per non fare scattare clausole di salvaguardia significa che le leggi cui quelle clausole si riferiscono erano prive di copertura economica, o avevano insufficiente copertura). Sarà anche avviato un grande piano di investimenti per la messa in sicurezza del territorio nazionale. Il tutto, e tante altre mirabilie, — si asserisce — senza fare più deficit. E’ vero il debito pubblico continua ad aumentare, in termini assoluti ed in rapporto al PIL nazionale, che continua a non crescere. Intanto c’è una riforma della Costituzione che è rimasta lettera morta: quella derivante dalla legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1, che ha introdotto il principio del pareggio (equilibrio) del bilancio in Costituzione. Come si vede, non è proprio vero che la nostra Costituzione sia rimasta immutata dal 1948 ad oggi: il problema è che quasi tutte le modifiche finora introdotte sono o in sé discutibili, o peggiorative. Intanto ci sono altre quisquilie, come il trattato sul “Fiscal compact“, ratificato dal nostro Parlamento nel mese di luglio 2012. Le Istituzioni dell’Unione Europea, con tutti i problemi internazionali che al momento ci sono, forse ancora una volta largheggeranno nel concedere flessibilità di bilancio all’Italia. Il problema è: fino a quando? Non è che il nostro furbissimo Presidente del Consiglio sta contribuendo ad aggravare in modo rilevante la posizione debitoria del nostro Paese, con effetti che, tra non molto tempo, pagheranno i successivi governi e le generazioni future?
  4. F) Chi prova a modificare la Costituzione deve dimostrare, con argomenti razionali e convincenti, che sta operando per migliorare la condizione generale del Paese. Bisogna inchiodare il Presidente Renzi ed i sostenitori del Sì alla responsabilità di fornire queste argomentazioni di merito.

E’ indice della consueta furbizia cercare di cavarsela con paroline come cambiamento e futuro, per costringere noi sostenitori del No, «giuristi e costituzionalisti mal vissuti in testa», a spiegare l’orribile pasticcio giuridico che questi riformatori mediocri e dilettanti vorrebbero imporci.

Livio Ghersi

 

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, camera dei deputati, comunismo, considerazioni, consiglio dei ministri, corte costituzionale, costituzione, debito pubblico, discorso, emergenza, fascismo, federalismo, finanziaria, futuro, Giuliano Ferrara, governo, italia, matteo renzi, merito, nuova legge, orientamento, parlamento, partito democratico, pensioni, referendum

Info Livio Ghersi

Livio Ghersi, laureato in giurisprudenza, è stato funzionario dell’Assemblea regionale siciliana, con la qualifica di Consigliere parlamentare. Oggi, pensionato, si dedica a studi di storia, filosofia, teoria politica.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Livio Ghersi

    14 Settembre 2016 alle 11:12

    Gentile Signora Mariani,

    mi piacerebbe raggiungere una «pacata saggezza» e la ringrazio per avermi fatto notare che ancora sono ben lontano da questo traguardo. Per quanto riguarda la riforma proposta, non è mia abitudine fare affermazioni apodittiche. Mi sono misurato con il compito di studiarla e di tentare di spiegarla ad altri. In questo senso, se Lei ha la voglia ed il tempo, potrà trovare, nel Sito di Pensa Libero, un mio articolo, pubblicato in tre parti separate, con il titolo “La riforma costituzionale valutata nel merito”. Le assicuro che la difficoltà più seria che ho incontrato è stata quella di sintetizzare, perché in tre pezzi giornalistici non è possibile seguire passo passo tutte le disposizioni contenute nel testo. Non pretendo che il mio lavoro di spiegazione sia riuscito e sia più autorevole di altri. Certo, è tutta farina del mio sacco. Per decenni, continuativamente, mi sono occupato di diritto costituzionale, in particolare seguendo la giurisprudenza della Corte Costituzionale vertente sui rapporti fra Stato e Regioni, perché questo era parte necessaria del mio lavoro, alle dipendenze dell’Assemblea regionale siciliana. La quale — non ci crederà — vanta un dignitoso Servizio Studi. Ora sono fuori allenamento, ma presumo di comprendere ancora qualcosa.
    Spero che Lei abbia l’onestà di ammettere lo squilibrio che oggi c’è fra la campagna per il No, che si alimenta di piccoli contributi “artigianali” come il mio quando liberalmente ospitati nelle Rete internet da periodici come Pensa Libero, e la campagna per il Sì, alla quale non manca lo spazio nei canali televisivi, nei quotidiani più diffusi, e che può mettere in campo perfino un Ambasciatore degli Stati Uniti.
    Grazie, comunque.
    Palermo, 14 settembre 2016

    Livio Ghersi

    Rispondi
  2. andrea

    14 Settembre 2016 alle 11:10

    Rimango sempre spiacevolmente stupito dal fatto che chi scrive contro Renzi è sempre caustico . Non trovo mai una argomentazione portata con la tranquillità della ragione ma solo tramite “battute” che tendono sempre a disprezzare.
    Anche l’articolo dell’avv Ghersi non si discosta da quanto sopra. Dovrebbe essere anche inutile, vista la qualifica culturale, indicargli una lettura o rilettura del Machiavelli. Ma quella lettura, fatta chissà quando, poco o niente è servita se nell’articolo di Ghersi mai appare la parola “politica”. Si continua a ripetere che occorre spiegare a colui che voterà il referendum il significato della materia su cui si dovrà esprimere. Come dice anche Travaglio che da giornalista è salito rapidamente ad opinionista e finalmente a costituzionalista (scrivendo libri, a pagamento, e mettendo su anche spettacolini teatrali, sempre a pagamento).
    Il decadimento dei toni rispetto all’auspicata serietà intellettuale è da addebitarsi alla più classica delle reazioni: la paura di cambiare. Paura che ha consentito ai nostri politici tutti, fin dal dopoguerra, di creare una classe di potere (sia al governo che all’opposizione) che, anche con l’aiuto di questa perfetta costituzione, si è divertita alle spalle e con i denari e le fatiche dei cittadini, nel fare solo l’interesse di pochi. Ora che c’è uno scossone, tutti hanno paura: i fascisti di Salvini insieme ai comunisti di non so chi e insieme ai qualunquisti di Grillo. Tutti accomunati dalla paura (anche di non avere idee) ma naturalmente con i dovuti distinguo!
    Le regole di una società devono tenere conto delle sue esigenze e dei suoi cambiamenti. Le esigenze del dopoguerra sono ampiamente mutate ed i cambiamenti della società si stanno succedendo a velocità sempre maggiore anche perché siamo molto più legati al mondo che ci circonda rispetto a prima: e questo mondo è più avanti di noi. In un mondo di incertezze si vorrebbe “mettersi a un tavolo” per fare qualcosa di perfetto e che duri nel tempo (contraddizione in termini). Si dovrà fare qualcosa che invece possa essere facilmente correggibile e quindi non rigido.
    Ci si lamenta che il progresso tecnologico ci ha preso la mano: e allora liberiamo le capacità intellettuali legate e relegate nell’antico di norme obsolete e controproducenti per ripristinare quell’equilibrio fondamentale fra pensiero e tecnica.
    andrea moroni

    Rispondi
  3. maria rosa mariani

    13 Settembre 2016 alle 20:38

    “..L’orribile pasticcio giuridico… riformatori mediocri e dilettanti.. vorrebbero imporci”. Mon dieu, mon dieu. E’ proprio vero che vecchiaia e pacata saggezza non necessariamente coincidono.

    Rispondi

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