Tanto più le sfide si fanno difficili, tanto più bello è vincere.
E ancora una volta Stefano Vizioli ha vinto, anzi a nostro avviso ha stravinto nella sua duplice veste di direttore artistico del teatro Verdi di Pisa e di regista con questa Lucia di Lammermoor andata in scena a Pisa in questo fine settimana.
Un’opera “difficile” per le ambientazioni, per la sequenza della vicenda, per l’organizzazione scenica che Vizioli ha saputo racchiudere in uno spazio atemporale che raccoglie e racchiude solo l’anima della storia, senza più “orpelli” scenici.
Scelta coraggiosa ma intelligente dal momento che quell’anima è ciò che il tempo non ha minimamente scalfito da quell’ormai lontano 1835 quando il teatro San Carlo di Napoli ha aperto le sue porte per la prima rappresentazione.
In fondo poco importa che la tragica storia della “Sposa di Lammermoor” sia avvenuta in Scozia sul finire del XVI secolo, né è fondamentale che le ambientazioni siano quelle canoniche indicate dal libretto: è ciò che sta “dentro” che ancora insegna e commuove; sono molte delle parole del libretto di Salvatore Cammarano che risuonano inquietantemente attuali anche in questo XXI secolo chiamandoci in causa.
Di questo si è fatto forte l’esperto Stefano Vizioli, indicandoci una via nuova per vivere questa opera: non più vasti spazi, mirabolanti scenari, costumi sfavillanti, ma una scatola scura dentro o in prossimità della quale tutto si svolge. Sobrietà, minimalismo per non distrarre da quella vicenda che vede, ieri come oggi, protagonista la violenza contro una donna.
Violenza cinica e senza scrupoli quella di Lord Enrico Ashton, fratello di Lucia, che solo allo scopo di non perdere potere e vita la “vende”, offrendola in sposa al potente Lord Arturo Bucklaw “… Se tradirmi tu potrai, la mia sorte è già compita… tu m’involi onore, e vita; tu la scure appresti a me… Ne’ tuoi sogni mi vedrai ombra irata e minacciosa!… Quella scure sanguinosa starà sempre innanzi a te!“; violenza piena di indifferenza quella del Lord Arturo che accetta il baratto pur sapendo di non essere riamato. Violenza psicologica quella del precettore di Lucia, Raimondo Bidebent, che di fronte alla palese ingiustizia perpetrata ai danni di Lucia, sa solo dire a lei “il periglio d’un fratello ti commova; e cangi il cor… O la madre nell’avello fremerà per te d’orror“.
E poco più oltre: “Al ben de’ tuoi qual vittima offri Lucia, te stessa; e tanto sacrifizio scritto nel ciel sarà. Se la pietà degli uomini a te non fia concessa; v’è un dio, v’è un dio, che tergere il pianto tuo saprà…”
Ma anche l’amato Edgardo di Ravenswood, non è immune da questa violenza: il suo amore lo porterà a non considerare in alcun modo le giustificazioni di Lucia di fronte a quella firma dell’atto di matrimonio; cieco e fuori di sé riverserà su di lei i più violenti giudizi sottraendole l’ultima possibilità di trovare rifugio a ciò che era stato ordito contro di lei e mettendola di fatto, ormai perduta, in mano a Lord Arturo: “Maledetto sia l’istante che di te mi rese amante… stirpe iniqua… abominata io dovea da te fuggir!… Ah! di dio la mano irata ti disperda…”
E lei? Sola, perduta e abbandonata (rubando ad un’eroina verdiana questi aggettivi), prigioniera di un sistema che la pone all’angolo senza darle vie di uscita, “fugge” nella follia che la spinge prima a sopprimere l’oggetto della sua sofferenza, Lord Arturo, per poi perdersi definitivamente fino a morirne.
Tardivi, inutili, quasi ridicoli i rimpianti e i rimorsi di coloro che son stati causa della sua fine; forse non meno inutile il suicidio di Edgardo: del resto il romanticismo chiede gesti così plateali ed “eroici” che, del resto, sanno ancora toccare le corde del cuore di noi melomani del 2000.
“Ah! se l’ira dei mortali fece a noi sì lunga guerra, se divisi fummo in terra, ne congiunga il nume in ciel“.
Apprezzabilissimo l’equilibrio che ha saputo trovare Vizioli nella sua regia: essenziale, misurato ed efficace per tutto il corso della narrazione, sottolinea in modo emozionante la pazzia quasi che in quel delirio ci fosse una liberazione, una sorta di quasi danza che scioglie le catene del condizionamento e del senso di responsabilità per dare finalmente alla povera Lucia il diritto di essere se stessa e non solo strumento in mano a quegli uomini.
Al suo fianco, eccellenti partner hanno fatto di queste serate momenti davvero magici che il pubblico non ha mancato di sottolineare con calorosi e partecipati applausi: il direttore d’orchestra, Michael Güttler, che ha mostrato piglio e determinazione nella lettura della partitura donizzettiana, dando, anche attraverso tempi più serrati, quella drammaticità che la tragedia chiede e che spesso viene sacrificata in nome di una languidezza di maniera. Del resto l’Orchestra della Toscana è certamente uno “strumento” versatile e sensibile che, sotto le mani esperte di un Maestro come Glitter, sa dare il meglio sia come precisione che come capacità di trovare le corde giuste per suonare quella musica così intensa e drammatica.
Decisamente buona la prova del Coro Ars Lyrica diretto dal Maestro Marco Bargagna.
Ancora una volta pregevole il contributo del lighting designer Michele della Mea nel creare le atmosfere giuste attraverso tagli di luce suggestivi; pertinenti ed efficaci nel contesto che Vizioli ha voluto proporci, i costumi della Sartoria Teatrale Farani di Roma e dalla Sartoria Teatrale Fiorentina di Massimo Poli.
Un cast d’eccezione ha reso questa produzione un momento da ricordare a partire dalla giovanissima soprano croata Marigona Qerkezi, arrivata a Pisa il giorno precedente la prima a causa del protrarsi dell’indisposizione di Sarah Baratta. Una voce importante che non teme gli acuti ma che garantisce solidità e morbidezza anche nel registro medio e una capacità interpretativa notevole fanno di lei una grande Lucia che ha saputo integrarsi perfettamente nel mood voluto dal regista “raccontandosi” in modo impeccabile senza indulgere a troppe melenserie.
Grande artista, Marigona Qerkezi si è dimostrata donna di spettacolo quando, nella pomeridiana di domenica, cadendo accidentalmente, ha saputo portare a termine la recita nonostante la contusione riportata.
Ottima performance per il baritono pisano Alessandro Luongo, Enrico Ashton, la cui voce cresce in qualità e consistenza con il passare degli anni; eccellente nei panni del “cattivo” che veste con sapiente equilibrio rendendo al meglio questo personaggio nelle sue diverse sfaccettature.
Grande prova anche del giovane basso Andrea Comelli, un grande Raimondo Bidebent sia dal punto di vista vocale che interpretativo.
Buona la prova del tenore Alessandro Luciano la cui voce, sempre perfettamente intonata, a nostro avviso si adatta all’Edgardo pensato da Donizetti; apprezzabile di lui anche la passione e la verve interpretativa che rende più vero, anche in certe esternazioni, la figura del personaggio.
Più che convincente la prova del tenore Carlos Natale, Arturo Buklow, la cui vocalità elegante ben si addice al ruolo. Altrettanto positiva la prova del mezzosoprano Valeria Tornatore, Alisa, e del tenore Didier Pieri, Normanno.
Affascinante riascoltare nella scena della follia, cosa assai rara, la “glassarmonica”, suonata dal Sascha Reckert, al posto del flauto. Uno strumento che Donizetti aveva previsto in partitura ma che non gli era stato consentito di usare nella prima napoletana causa dissapori tra il teatro e l’allora esecutore, Domenico Pezzi, e che sostituì a malincuore con il flauto. La glassarmonica, secondo il compositore bergamasco, è capace di evocare le angosce generate dal senso di vulnerabilità della donna connotando, grazie al timbro tremolante, stati di alterazione mentale; era stato infatti da lui già utilizzato in un’altra opera, Il castello di Kenilworth, anche in quel caso associata a un personaggio femminile vittima dell’ingiustizia.
La stagione lirica prosegue il 16 e 17 febbraio con Boheme: la coproduzione con il Teatro Goldoni Livorno, il Teatro del Giglio Lucca, il Teatro Verdi di Pisa in collaborazione con il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, vede allestimento, scene e costumi della Fondazione Teatro del Maggio Musicale Fiorentino nell’ambito del Protocollo d’intesa “Opera nella Regione Toscana”, mentre La scelta degli interpreti e dei Maestri collaboratori è il risultato del Progetto LTL Opera Studio 2018.
Stefano Mecenate













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