Questa stagione lirica al teatro Verdi di Pisa è stata caratterizzata da una serie di successi che hanno confermato il positivo trend che già lo scorso anno era stato raggiunto. Indiscusso il merito del direttore artistico, Marcello Lippi, che ha pazientemente saputo tessere una rete capace di “catturare” il pubblico dei melomani creando una fidelizzazione che ha progressivamente interessato le intere stagioni, compresi quei piccoli “gioielli” che costituiscono la stagione di Lirica da Camera realizzata nel ridotto del teatro.
In pratica, il pubblico pisano e non (molte le presenze anche da altre province limitrofe), cominciando a fidarsi delle proposte del direttore artistico, ha accettato di essere presente anche a quei titoli meno conosciuti o a quelle proposte “innovative” che la Lirica da Camera raccoglie ed esalta.
Così dal Simone Boccanegra ai Don Giovanni di Cazzaniga, Tritto, Pacini, al Catone di Handel, alla “piccola” Aida di Zeffirelli, a La Vedova Allegra fino al Mefistofele è stato un susseguirsi di successi che hanno avuto, degni corollari, i positivi risultati de Il Trionfo dell’Onore di Scarlatti, Don Giovanni e Faust, The liric puppet show, Salvo d’Acquisto.
Mefistofele era una scommessa che il teatro Verdi ha stravinto; un colossale lavoro che porta la firma di un originalissimo e interessante Enrico Stinchelli, regista capace di sorprendere, già conosciuto nella nostra città per un Otello proposto nella stagione 2013.
Mancava da ben quarantaquattro anni (l’ultima rappresentazione a Pisa è datata 1972, e prima di allora solo altre cinque volte, nel 1885, nel 1892, nel 1904, nel 1915 e nel 1939 era stata proposta) e certamente pur costituendo un affascinante affresco che musicalmente rompe tutti i canoni dell’opera italiana della seconda metà dell’Ottocento (“è una delle opere più profonde del repertorio lirico ed una delle più belle partiture mai scritte in Italia” scrive Gustave Kobbé, uno dei più noti critici dell’inizio del Novecento autore di una monumentale enciclopedia), non è certamente un’opera facile, una di quelle che si vanno a vedere perché la conoscono tutti.
Anche se “solo” per tre ore e mezzo (la prima edizione, presentata alla Scala nel 1868, quella del celeberrimo fiasco, durava circa sei ore), il pubblico è chiamato ad una grande attenzione: tre ore e mezza impegnative per un libretto coltissimo ma spesso altrettanto verboso e per una serie di cambiamenti di scena che impongono significative pause tecniche. La musica é, rispetto ai canoni noti alla tradizione italiana di quel periodo decisamente isolata dalle correnti europee, un vero e proprio strappo perché introduce lezioni tratte da Beethoven e da Wagner, nonché da Chopin e da Schubert. Lo “scapigliato” Boito ha avuto l’ambizione di ridurre in teatro in musica il succo del capolavoro di Goethe leggendolo, a differenza di quanto fatto da Gounod con Faust e da Berlioz con La Damnation de Faust, dalla parte di Mefistofele, ambizioso angelo scacciato dal Paradiso per aver sfidato Dio, che decide di dannare il saggio Faust accompagnandolo in un declivio di perdizione che si arresta di fronte al pentimento di Faust e dalla commiserazione celeste.
Fantastiche le scelte scenografiche che Stinchelli ha voluto per quest’opera affidando a Biagio Fersini il compito di realizzarle: sofisticate ed essenziali al contempo, affidate spesso alle immagini proiettate che, come nel caso del prologo, offrivano una visione spaziale di fortissima suggestione, hanno segnato, scena dopo scena, quell’atmosfera “sospesa” che fa di questa storia una favola metaforica.
Citando una intervista a lui realizzata da Valeria della Mea, a proposito delle scene Stinchelli ha detto: «Sono partito dalla parte più difficile, il Prologo in Cielo. Rappresentare il Paradiso e fare addirittura udire la voce di Dio non è cosa semplice: siamo costretti a porci un po’ troppe domande….chi è Dio, dov’è… Facendo leva sull’immaginazione e magari con l’aiuto di alcune buone letture, tra cui senz’altro Goethe ma ancor di più Dante, ho pensato a una fonte inesauribile di Luce e di energìa cromatica. Una scala che porta verso l’infinito, cristalli che coinvogliano come antenne le energìe universali, la nascita del mondo riassunta nelle arcane melodie create dall’Autore, uomo colto e profondo esoterista. Un’atmosfera rarefatta che cela gli angeli e le falangi celesti, dove il Nulla e il Tutto si ritrovano assieme pensando che il microcosmo, il piccolo, contiene in sé il macrocosmo, l’immenso. Mefistofele è alla base di questa scala, sa come si ascende ma non è in grado mai di arrivare in cima poiché la sua conoscenza si ferma, è limitata. Assillato dai cherubini, verrà abbattuto da loro non da Dio: i bambini, la purezza estrema , ma anche la conoscenza estrema. Quando nasciamo abbiamo tutto e sappiamo già tutto, possiamo solo disimparare crescendo: sono quindi i cherubini a vincere sul Male, a bruciare le sue carni con un semplice profluvio di rose. La semplicità, la profondità della superficialità….si pensi a Mozart, il Dio della Musica, un bambino che non crebbe mai per sua fortuna. Mefistofele dice : “Il Dio piccin della piccina terra…”, cerca così di insultarlo ma ha la sventura di venire dal mondo degli adulti. Dio, per me, è un bambino».
Ottima la sua regia che da vita e anima ad ognuno dei personaggi, anche i minori, segnando con pochissimi tratti la personalità di ognuno e lasciando spazio ad una personale lettura del pubblico non risultando mai imperativa né manichea. Ognuno dei quadri dell’opera si muove con ampia autonomia pur essendo legato alla vicenda, cosicché lo spettatore vive in prima persona il progressivo cammino di perdizione di Faust e la grandezza di Mefistofele che sente via via più vicino il suo trionfo quasi che ognuna delle “stazioni” di questa diabolica via crucis sia un viatico alla sua vittoria non su Faus bensì su Dio.
Lavoro non facile per il direttore d’orchestra, il M° Francesco Pasqualetti, “costretto” a fare i conti con L’Orchestra della Toscana arricchita dei fiati, delle percussioni e dell’organo dell’Orchestra Arché, oltre a ben 250 coristi provenienti dal Coro Lirico Toscano, dal Coro Laboratorio lirico San Nicola, dal Coro dell’Università di Pisa e dai Pueri Cantores di San Nicola e Santa Lucia. Se l’è cavata più che egregiamente, conducendo al successo l’enorme massa sonora e vocale dentro una partitura decisamente difficile.
Molto suggestiva la lettura potente e parossistica del prologo che incanta il pubblico predisponendolo alle scene successive nelle quali la musica segna incisiva e drammatica il cammino di quelle anime chiamate a giocare, loro malgrado, una sfida titanica.
Decisamente struggente il terzo atto, quello della morte di Margherita. Così come ha detto Stinchelli a Della Mea: «…E’ un capolavoro nota per nota. Ho pensato a un vuoto assoluto, una cella ridotta a una rapazzola a terra, un vecchio materasso sdrucito, una sediola da bambina, due candele, un cuscino. In quel Nulla c’è ancora una volta il Tutto: abbiamo a disposizione un cast di giovani bellissime voci e grandi artiste, Margherita può dimostrare il suo valore con una delle più straordinarie scene di pazzia offerte dal melodramma, concluse da una melodia struggente “Spunta l’aurora pallida”, è un vero banco di prova e infatti tutte le più grandi cantanti hanno amato questo ruolo… (…) E cosa dire di quel momento magico che è il duetto “Lontano, lontano” , in cui si sublima il concetto di una impossibile, irraggiungibile felicità nella visione di una “azzurra isoletta” sperduta nell’oceano? Boito riesce con poche, azzeccatissime pennellate a rappresentare un delicato quadretto: pittura naìve, si dirà, ma comunque vera, sentita, tenue e commossa ».
Mentre colpisce l’oniricità con cui risolve brillantemente il quarto atto, la notte del Sabba classico, dove la sospensione si fa quasi esasperante e tutto si muove in una sorta di slow motion che incanta e circuisce anche il pubblico oltre che il povero Faust.
Veniamo alle voci: decisamente un cast di alto profilo sul quale capeggia indiscutibilmente il basso Giacomo Prestia, un Mefistofele “mefistofelico” praticamente perfetto sia dal punto di vista vocale che interpretativo. Mattatore sulla scena con una capacità di esserci senza mettersi in mostra, mette a disposizione di questo sfaccettato personaggio una voce sonora e penetrante conquistando il pubblico che lo acclama al termine dell’opera avendolo già applaudito nel corso dello spettacolo.
Non da meno il tenore Antonello Palombi che trova il “suo” Faust in un equilibrio vocale che lo porta a descrivere con eleganza e sapienza le multiforme sfaccettature del personaggio passando dalle modalità più drammatiche a quelle più rarefatte e struggenti come nel caso del duetto Lontano, lontano con Margherita, tutto a mezza voce.
Con qualche limite in più (nell’attesissima romanza L’altra notte in fondo al mare non ha certo brillato per qualità d’esecuzione), Valeria Sepe ha saputo tuttavia convincere il pubblico che ha più volte positivamente sottolineato le sue doti di performer capace di dare spessore al personaggio.
Breve ma impegnativo il ruolo di Elisabetta Farris, una Elena di temperamento; positive le prove di Sandra Buongrazi, Marta, e di Moon Jin Kim, Pantalis che hanno reso giustizia ai loro personaggi con interpretazioni curate e precise.
Ci piace concludere ancora con le parole di Stinchelli che ha saputo cogliere, di quest’opera, lo spirito più profondo regalandocelo con eleganza ed umiltà.
«Bisogna crederci, come Faust crede e alla fine si salva grazie alla Fede. Come lo stesso Mefistofele crede alla sua tragica mission impossible…fino all’ultimo. E fino alla fine grida “….il reprobo fischia”. In fondo, ammettiamolo, gli squilli dell’ottavino sulla nota lunga del Coro hanno il carattere quasi festoso della vittoria (pensiamo all’Egmont di Beethoven) e per un attimo sorge in ognuno il terribile dubbio: …e se il vero vincitore fosse proprio lui?»










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