Cercherò, anche questa volta, di essere “osservatore imparziale” anche se nei confronti di RIGOLETTO ho una predilezione davvero particolare, almeno tra le opere verdiane.
È stata una delle prime opere che, adolescente, mi è stata fatta ascoltare: una sorta di iniziazione domestica allora fatta con gli LP che, insieme ai libri, costituivano l’angolo culturale di mio padre ove avevo accesso liberamente e nel quale condividevo le sue conoscenze.
Un’opera che mi aveva colpito da subito per la sua storia e per quella figura, Rigoletto, alla quale non riuscivo ancora a dare un giudizio: un frustrato per la sua infermità, un padre egoista che nega alla figlia qualsiasi possibilità di vivere solo perché, morta la moglie, non aveva nessun altro della famiglia, uno “sfigato” vittima della sua stessa voglia di vendetta?
Il tempo mi ha aiutato a dirimere questa sciarada o forse mi sono solo fatto una mia opinione: fatto sta che nel proseguo, quando la mia attività mi ha portato a scrivere di musica e a “recensire” le opere che venivamo messe in scena nei teatri, quel “tarlo” che si muoveva nella testa mi portava a confrontare il mio giudizio sul personaggio con quello che i vari registi davano e conseguentemente la “narrazione” che facevano della vicenda.
Spesso non corrispondevano affatto a quel che pensavo, ma la loro “opinione” poteva essere legittima e stimolante; altre volte era davvero incomprensibile il modo in cui veniva trattato; in qualche caso, per registi a caccia di scoop, si trattava solo di inutile esibizionismo che non solo non aveva rispetto del libretto ma “inventava” di sana pianta la dialettica tra i personaggi.
Ecco perché, involontariamente, mi sono sempre approcciato alle recite di Rigoletto con un certo pregiudizio, timoroso di vedere gratuitamente sciupata la “mia” opera.
In parte rassicurato da come era stata affrontata dal regista-direttore artistico Enrico Stinchelli la precedente Traviata, mi sono invece avvicinato a questa produzione pisana con buona disposizione d’animo e, devo dire, le mie aspettative, almeno per quanto concerne la lettura che il regista ha voluto dare, non sono state tradite.
Una lettura ortodossa, piana, senza particolari approfondimenti; i personaggi sono scivolati nella narrazione senza lasciare particolari segni, né in bene né in male, ma in fondo credo che nell’intenzioni del regista ci fosse proprio il lasciare al libretto (e alla musica) il compito di creare le suggestioni e le emozioni.
Del resto, sia l’uno che l’altra hanno così tanti elementi di interesse che, anche lasciati da soli, sanno conquistare l’attenzione del pubblico!
A differenza della figura della Morte inserita in Traviata, questa volta ho apprezzato meno quella de la Maledizione (ancora una volta affidata ad Alice Bachi): quella sorta di Belfagor non mi è sembrata funzionale a descrivere l’immanenza di quella terribile invettiva pronunciata dal Conte di Monterone: essa ricorre già esplicitamente nel corso della vicenda e persiste anche quando non è direttamente citata per necessitare una presenza fisica in scena; ovviamente non è certo un “peccato mortale” come invece a me è apparso il fatto che i cantanti anziché “parlare” ai diretti interessati, si rivolgessero al pubblico. Non ne capisco il senso! Se melodramma è canto e recitazione, le buone regole della recitazione sono quelle che in un dialogo i due personaggi si fronteggino o quantomeno siano prossimi, non che uno vada in proscenio e canti offrendo le spalle all’interlocutore.
È un malvezzo già visto anche altrove ma a mio avviso assolutamente deprecabile.
Ancora una volta la scelta di una scenografia essenziale ma efficace non disturba anzi, in qualche modo “insegna” a prestare più attenzione ai contenuti che alla forma.
Costumi coerenti della Sartoria fiorentina e del Teatro Verdi di Pisa, disegno di luci talvolta un po’ esuberante affidato a Angelo Sgalambro. Buone le coreografie di Daniela Maccari che vedono in Barbara Boscaino, Letizia Cecchella, Elena Di Ciolo, Elena Falchini, Valentina Fantozzi, Giacomo Casali, Lorenzo Galli, Daniele Matronola, Lorenzo Scribani, Alessio Venturini degli ottimi esecutori.
Buona la performance offerta dal coro Arché diretto dal M° Paolo Bargagna.
Ancora in affanno il direttore Marco Guidarini che sembra avere difficoltà a trovare un’intesa con i cantanti sul palcoscenico; vale il discorso fatto per Traviata: “colpa” del limitato tempo per le prove?
Complessivamente positiva la performance dell’Orchestra Arché.
Nel cast di Rigoletto alcune delle presenze che erano state in Traviata confermano la buona vocalità che avevamo apprezzato: Eleonora De Prez, la Contessa di Ceprano, Emil Abdullaiev, Monterone, Carlo Enrico Confalonieri, Matteo Borsa ed un notevole Levan Makaridze nel ruolo di Sparafucile.
Positive anche le prove di Clarissa Leonardi, Maddalena, Galina Ovchinnikova, Giovanna, Gianluca Andreacchi, Marullo, e Alessandro Mrtinello, il Conte di Ceprano. Completa il cast Ilaria Casai nel ruolo del Paggio.
Qualche riserva sul tenore cinese Zi-Zhao Guo, il Duca di Mantova, troppo teso a cercare l’acuto d’effetto ma non sempre preciso nell’interpretazione e negli attacchi.
Buona invece la prova della soprano Francesca Benitez, una Gilda più che credibile; deve ancora lavorare sul personaggio (del resto la partitura a lei affidata non è certo delle più facili) ma dimostra di avere le carte in regola per costruire un personaggio a lei più che congeniale.
Alberto Gazale, tra ai migliori baritoni della sua generazione, è indiscutibilmente una certezza e anche in questa interpretazione di Rigoletto ha messo in luce le sue notevoli doti vocali lasciandosi andare però, a mio avviso, ad una teatralità eccessiva.
Ancora una volta il pubblico si è lasciato rapire dalla suggestione dell’opera e ha dispensato, anche durante la recita, generosi applausi, chiedendo alla Benitez e a Gazale un bis per l’applauditissimo “Sì, vendetta, tremenda vendetta”, ahimè non concesso.
Tanti applausi finali e l’intero cast chiamato più volte alla ribalta, segno che, errori a parte, si comincia ad apprezzare lo sforzo di portare in scena più titoli, anche di un certo peso, con l’ausilio di giovani voci e di allestimenti low cost a beneficio di una maggiore opportunità di ascolto.
Ultimo appuntamento, domenica 26 settembre, con Trovatore prima della pausa che ci porterà nella seconda parte della stagione lirica, a partire dal 13 novembre, con La Tragédie de Carmen di Georges Bizet, Marìa De Buenos Aires di Astor Piazzolla, Werter di Jules Massenet, Napoli Milionaria di Nino Rota, e Giulio Cesare di Georg Friedrich Handel
Stefano Mecenate














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