IRIS, un’opera complessa e drammatica, scritta e musicata da due italiani sul finire del XIX secolo torna nei teatri di Livorno, Pisa e Lucca in una produzione che vede un giapponese, Hiroki Ihara, alla regia.
Decisamente interessante considerando che proprio in Giappone è ambientata questa tragica favola onirica che ha visto, nei suoi 120 anni, una vastità di allestimenti con chiavi di lettura decisamente diverse.
Livorno è capofila di questa nuova coproduzione con il Kansai Nikikai Opera Theater di Osaka, il Teatro di Pisa e il Teatro del Giglio di Lucca. Il cast è il risultato del Mascagni Opera Studio, il progetto del Teatro Goldoni che si è avvalso della preziosa collaborazione del Rotary Club Livorno.
Ciò che ci ha proposto Ihara è un’ambientazione verosimile, minimalista ma efficace pur con qualche caduta eccessivamente didascalica. Quelle scene, realizzate da Sumiko Masuda, quei costumi disegnati da Tamao Asuka non distraggono dalla storia, né la “invadono” con sovrabbondanza: contestualizzano, suggeriscono, ammiccano ma ciò che conta sul palcoscenico è il dramma di quella giovanissima ragazza e la violenza, fisica e psicologica, degli uomini che le ruotano attorno.
Ihara è stato bravo a mettere tutto ciò che non è la storia in secondo piano, costruendo idealmente uno zoom costantemente puntato sui personaggi, straordinariamente e drammaticamente attuali nei loro comportamenti. Un padre egoista, “cieco” non solo fisicamente, che della figlia vede solo lo strumento per svolgere in sua vece quelle funzioni necessarie alla sua vita; un bellimbusto ricco e potente, annoiato da una vita che è solo benessere, che decide di avere quella ragazza solo per togliersi uno sfizio; un opportunista procacciatore d’amori illeciti, sfruttatore di prostitute, ruffiano non esita a rapire la ragazza pur di guadagnare la stima e il denaro del ricco signore.
Una triade terribilmente ancora presente in questo XXI secolo, capace di provocare danni inestimabili da soli o in combutta, che Illica con il suo testo e Mascagni con la sua musica ritraggono con grande efficacia e spietata lucidità.
In mezzo a loro lei, Iris, giovane e ingenua, fragile e al contempo granitica eroina suo malgrado, capace di non accettare né il ricatto, anche suadente, di una facile ricchezza e di una vita di benessere né quello della minaccia della sua incolumità se non si piega al ruolo di prostituta.
Ihara ce la racconta bene questa storia che ha la capacità di commuoverci almeno quanto quella della piccola Liù della Turandot; non cerca perifrasi per farci vivere quel dramma, né edulcora fuori misura i momenti “romantici”. Il senso della misura pare la cifra giusta per dare il massimo risalto alla vicenda e, a nostro avviso, il regista nipponico l’ha trovata.
Condividiamo quanto detto dal M° Agiman a proposito di quest’opera: «Mascagni realizza, in piena unità di intenti con Illica, la sua “opera più filosofica” (così si esprime nelle lettere scritte nel periodo della composizione del lavoro), un’opera in cui il pubblico è chiamato non ad assistere ad una vicenda, ma a riflettere contemporaneamente allo svolgersi della vicenda stessa….e che vicenda! La più sordida trama che si potesse scegliere diviene il pretesto per una contemplazione delle vicende umane di cosmica portata: ad inizio e fine, il Sole, divinità concreta ed astratta insieme, canta un inno che ci dice della sua costante presenza come “grande occhio”, che contempla ma non partecipa alla vicenda terrena della fanciulla giapponese».
Una serata più che piacevole, anche grazie alla bacchetta del Maestro Daniele Agiman che ha guidato con sapienza l’Orchestra Filarmonica Pucciniana: precisione ma anche emozione, quella interiore, misurata e trattenuta, in linea con quanto veniva raccontato in scena. Buona la prova del coro Ars Lyrica diretto da Marco Bargagna, sostenuto nell’Inno al sole da un coro aggiunto. Belle le coreografie di Rina Ikoma.
Veniamo alle voci: contrariamente a quanto in programma, doppia sostituzione alla prima pisana per indisposizione. Paolo Antognetti lascia il posto a Denys Pivnitskyi nel ruolo di Osaka e Alessandra Rossi a Maria Salvini nel ruolo di Dhia e di una Guècha.
Entrambi sostengono complessivamente in modo positivo i ruoli, in particolare la soprano Maria Salvini; per Pivnitskyi crediamo che ci sia ancora da lavorare per far emergere quelle potenzialità che in alcune occasioni ci hanno fatto apprezzare la sua voce.
Paoletta Marrocu, Iris, una voce che negli anni ha affrontato palcoscenici importanti in ruoli tra i più gravosi del repertorio, ha saputo conquistarsi il favore del pubblico pur con qualche incertezza che non ne ha pregiudicato la prova come dimostra l’ovazione ricevuta al termine dello spettacolo.
Marco Signorini, il Cieco, pur riconoscendogli un’indiscutibile vocalità, ci è apparso un po’ “legnoso” e meno espressivo di quanto l’interprete è capace di essere.
Grande la prova di Carmine Monaco d’Ambrosìa, che ha dato di Kyoto una interpretazione davvero emozionante. Senza manierismi ha saputo dare vocalmente la veste giusta al personaggio esaltandone le ambigue personalità.
Molti gli interventi del pubblico a scena aperta: applausi sinceri e caldi che al termine sono piovuti con generosità su tutto il cast a dimostrazione di un gradimento di questo allestimento che, a mio avviso in modo erroneo, è stato fatto oggetto di critiche.
Prossimo appuntamento a Pisa sarà con Fanciulla dell’West il 3 e 4 febbraio nel nuovo allestimento Teatro del Giglio di Lucca, Teatro Lirico di Cagliari, Opera Carolina, New York City Opera, assente dal Verdi dal 2001.
Stefano Mecenate
PHOTOCREDIT: AUGUSTO BIZZI, LIVORNO (TRANNE DUE, DI IMAGINARIUM CREATIVE STUDIO: la n. 5 e la n. 9)












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