Parlare di aborto non è mai facile, da qualunque punto di vista si consideri la questione; di conseguenza, ancora meno facile risulta affrontare l’argomento della pillola abortiva Ru486 senza cadere nella polemica politica, da un lato, ed in quella ideologica e religiosa, dall’altro.
Casi che, puntualmente, si sono verificati entrambi negli ultimi giorni, dopo la richiesta di importazione del farmaco fatta dal dottor Srebot dell’ospedale di Pontedera. Il Governatore Martini dichiara che l’utilizzo della Ru486 diventa motivo di una (ennesima) “sfida al Governo”, facendone dunque uno strumento di propaganda politica. Da parte cattolica si verifica una immediata levata di scudi contro questa pillola, vista come una “facile scappatoia” che “banalizza” l’atto dell’aborto e non ne permette una piena presa di coscienza.
Come al solito, come sempre più spesso accade nel nostro Paese, si è scelta dunque la via della contrapposizione politica ed ideologica, che ormai si gioca solo sul fronte di due schieramenti, autodefinitisi “zapateristi” e “teocon”, senza voler entrare nel merito della questione che, come già accaduto per la Legge 40 e conseguente referendum, tocca in profondità la vita, la coscienza e la sensibilità delle persone. In particolare delle donne.
Partiamo da una considerazione che non è tanto scontata come sembra, viste certe dichiarazioni che lasciano sconcertati: tranne rari casi, non è assolutamente ipotizzabile che una donna che affronta la possibile scelta dell’aborto non sia pienamente consapevole della portata della sua decisione, e non sappia di aprire dentro di sé una ferita destinata a non chiudersi mai. Chi parla di “banalizzazione” e di “pillolina” – e purtroppo sono in molti a farlo – commette prima di tutto un atto gravemente offensivo nei confronti delle donne che si rivolgono al proprio medico per una interruzione di gravidanza, non riconoscendo loro lo status di persone pienamente consapevoli e, quindi, di interlocutrici alla pari. Detto questo, va tenuto presente un altro aspetto eclatante: in molti grandi ospedali, a cominciare da quello di Careggi, le donne che vanno ad interrompere la gravidanza vengono ricoverate nel reparto maternità accanto a donne che hanno appena partorito. Questo aspetto crudele e persino aberrante, può essere superato dall’utilizzo della Ru486 che, non richiedendo il ricovero (pur essendo somministrata solo in ospedale), evita non solo l’invasività dell’intervento chirurgico, ma anche la pressione psicologica terribile di un ricovero tra le partorienti.
Nel pieno rispetto della Legge 194, attivando tutti i percorsi previsti compresa l’attività del consultorio che deve assistere le donne in questa scelta così dolorosa, aiutandole anche ad individuare, laddove esistano, scelte alternative, riconosciamo ai medici che certo operano responsabilmente, ed alle donne che sicuramente sono consapevoli delle loro azioni, il diritto di utilizzare gli strumenti che permettano la migliore soluzione tecnica da un punto di vista della sicurezza, della salute e del rispetto delle scelte individuali.
E, per una volta, cerchiamo un confronto che sia rispettoso delle persone, invece di giocare sulla loro pelle partite politiche, ideologiche e religiose che servono solo ad alimentare la propaganda ad ogni costo.
Chiara Boriosi

La conclusione dell’articolo è forse utopia pura (“..cerchiamo un confronto che sia rispettoso delle persone, invece di giocare sulla loro pelle partite politiche..”)… certo però che almeno su questo argomento trovare un comune accordo tra Governo e istituzioni locali sarebbe la soluzione più auspicabile.
Ovviamente concordo su tutta la linea su quanto scritto da Chiara Boriosi.