
Firenze, 12 settembre 1765: il diciottenne granduca Pietro Leopoldo Asburgo Lorena, rampollo di una delle famiglie più potenti di Europa, varca Porta San Gallo […] E’ l’inizio di una grande avventura. Con uno stile coinvolgente e un ritmo incalzante il recente libro di Eugenio Giani Pietro Leopoldo. Il Granduca delle riforme (Giunti Editore) si legge come un romanzo. Ma è il risultato di uni studio approfondito che ci espone anche aspetti inediti o poco conosciuti dell’attività riformatrice di Pietro Leopoldo. Questo duplice versante è frutto di una dote assai rara nella saggistica (soprattutto in storici britannici o tedeschi: un esempio per tutti Franz Herre).
Il libro di Giani, autore di altri saggi di successo e Presidente della Regione Toscana ci offre uno spaccato a trecentosessanta gradi del salto di qualità che fece la Toscana con il suo secondo Granduca lorenese. Lo fa con numerosi ma brevi capitoli (sono una caratteristica dei saggi di Giani) che ci consente di “vedere” l’impronta dell’opera di Pietro Leopoldo in molteplici campi (uso volutamente questo verbo perché il libro mi sembra un soggetto ideale per un documentario) dalle grandi strade lorenesi alla nascita dell’Abetone , dalle coloniche alla “scoperta” del termalismo. E vari camei suggestivi come, ad esempio, La Kaffeehaus nel Giardino di Boboli, Villa La Petraia, Poggio imperiale
In Pietro Leopoldo l’interesse scientifico si legava sempre a uno spirito pratico come dimostra la vicenda del termalismo a cui si appassionò. Acque buone vs acque cattive nota in modo incisivo Giani – in quanto alla nascita degli stabilimenti di Montecatini Terme fece precedere la bonifica dai terreni paludosi in modo da valorizzare appieno quell’area. E a Montecatini non solo acqua curative ma anche eleganza e mondanità, a imitazione dei centri termali del nord Europa.
Non mi dilungo oltre con gli esempi per non spoilerare, perché è un libro in cui si prova in ogni pagina il gusto della scoperta. Indico solo che ci sono capitoli come quello intitolato Alla sanità ci pensa lo Stato che mostrano con quanta solerzia risollevò la Toscana che aveva trovato in molti settori in situazione deplorevole.
E quanto amore ebbe per questa terra…..come quando la difese a spada tratta contro la volontà di suo fratello, l’Imperatore Giuseppe II di inglobarla nell’Impero asburgico.
Infatti -si spiega in questo libro – quando salì sul trono di Vienna come successore del fratello, non lasciò il Granducato “a cuor leggero” ma anzi con un misto di malinconia e di tristezza per le molte attività che doveva interrompere.
Fu soprattutto il senso del dovere a fargli accettare la corona imperiale e Giani lo accompagna lungo la via Bolognese in questo viaggio che lo porterà nel vortice della grande storia, a capo di una delle maggiori potenze europee, in un momento particolarmente difficile, segnato dalla Rivoluzione francese e dagli sconvolgimenti che interessarono anche territori dell’Impero.
Un capitolo meno conosciuto questo ma altrettanto importante per cogliere la psicologia del personaggio e la parabola della sua vita.
Ma in questo libro– come sottolinea l’autore – emerge soprattutto la figura del Granduca così vicino agli ideali dell’illuminismo da attuare la più clamorosa delle riforme: abolire tortura e pena di morte. “Nessuno Stato al mondo aveva ancora osato tanto come la Toscana”. Da queste pagine scaturisce un ritratto vivido in cui si delinea la fisionomia di uno Stato con un’identità spiccata, fondato sul principio della «pubblica felicità» che sempre ha ispirato Pietro Leopoldo. E non era solo una dichiarazione di principio ma un insieme di fatti concreti, dall’assistenza pubblica alla responsabilità dello Stato nei confronti dei più fragili e bisognosi
Al fastoso Palazzo Pitti preferiva la più appartata villa di Poggio Imperiale. Più che alla sua reggia preferì pensare a dare una casa ai contadini, le celebri leopoldine che sono anche oggi uno degli aspetti inconfondibili del paesaggio toscano.
Schivo ma non freddo viene definito in questo saggio in quanto disponibile all’incontro e al dialogo anche con i più umili dei suoi sudditi.
Un intero capitolo è, poi, dedicato alla squadra di governo dove non contavano i titoli nobiliari ma di merito. E mi piace osservare che si differenziava da quando spesso accadeva nelle grandi corti europee all’epoca (unica eccezione Federico di Prussia).
Eugenio Giani lo considera una figura unica nel Settecento italiano e anche europeo. E traccia un parallelo con Cosimo I (che è stato il protagonista di un suo precedente volume) .Entrambi dotati di senso pratico, erano avveduti e valutavano ostacoli e reazioni prima di compiere scelte di governo ma erano capaci di “cammini lunghi e ambiziosi”.
E per entrambi viaggiare era governare e viceversa. Tra l’altro, il Presidente Giani ha adottato lo stesso metodo perché sta girando la Toscana, anche nei suoi angoli più riposti. E varie volte, quando l’ho incontrato, mi ha fatto un accenno alle visite di Pietro Leopoldo : a Pontassieve, in piazza del Comune mi ha fatto vedere le ex Carceri alle quali il Granduca ordinò di ampliare le finestre perché entrassero più luce e più aria. A Vicopisano le cateratte Ximeniane, a Buti parlammo del paesaggio collinare modellato dall’agricoltura e della Grande inchiesta leopoldina .
La conclusione del saggio rivolge uno sguardo al futuro. Considerando la Storia come radice del presente il Presidente Giani osserva che nella “politica del fare” di Pietro Leopoldo, nei suoi successi e nelle sue difficoltà si possono rintracciare chiavi di lettura importanti per le sfide dei nostri giorni.
Gabriele Parenti

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