Tanti a Prato, hanno campato (e campano) alle spalle della comunità cinese. E ciò grazie all’enorme mole di interessi, connivenze, illegalità, schiavitù, corruzione e sommerso.

A Prato non solo tutti sapevano, ma molti hanno messo del loro. Un dato di realtà che, spesso ipocritamente, si tenta di celare dietro le ormai stucchevoli quanto sterili (come dimostra la strategia dei blitz) richieste di interventi energici da parte dello Stato o dietro le più funamboliche quanto fantasiose idee di «clemenza civile» con la dispensa di cittadinanze “a pioggia”, d’ufficio o, come si sarebbe detto negli anni ’70, “politiche”.
Dopo decenni di miopismi politici ed istituzionali, la discussione è incredibilmente ferma al palo dell’ideologia: vero perno su cui, nei lustri, si è incardinato e strutturato il “sistema Prato”.
Senza una vera nuova consapevole assunzione di responsabilità fondata sulla forza e durezza dei fatti niente è destinato a cambiare. E i fatti parlano chiaro: senza illegalità il “distretto parallelo” non funziona, senza illegalità la comunità cinese dovrà necessariamente lasciare Prato e senza comunità cinese mezza Prato fallirà.
Prendere o lasciare! Questa – lo si voglia o no – è la sfida: o la si saprà capire, gestire e governare, o Prato rischierà di essere perduta per sempre.
Ecco perché il “caso Prato” non potrà trovare soluzione se non in e con un piano di valenza nazionale. Non un’improbabile azione militare, come tanti “dischi rotti” continuano ad invocare, ma un «progetto città» – collegato alla “Prato legale” – che provveda a scardinare (con politiche e risorse mirate) le ragioni dell’illegalità sulla quale oggi tanta parte di Prato si sorregge.

E’ la verità; come tale, è bruciante. Per scardinare il dramma di Prato non basta la sola città che voglia salvarsi; se lo vuole. Il dubbio è questo: non pare che ci sia la volontà di risolvere il problema, e come tante prefiche i più, piangano lacrime e nulla fa per risolvere il problema.