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Piccole Italie fuori mano dove il popolo è territorio

di Fabrizio Binacchi | 31 Dicembre 2012

C’è un Salento di Gallipoli ma c’è un Salento di Marina di Salve, c’è una Carnia di Tolmezzo ma c’è un pezzo della provincia di Udine in Val Resia che non ha paragoni al mondo per tradizioni linguistiche, musicali, culturali, antropologiche. 

tricoloreUn giorno per Linea Verde eravamo in Umbria. Dovevamo raggiungere una coppia di anziani agricoltori: lei Rosa 82 anni, lui Mario 85 non avevano voluto lasciare la loro casa, il loro campo e il loro mulo per trasferirsi in zone più sicure dopo il terremoto. Lei col grembiule davanti a casa osservava lui che sfalciava il granturco. Per raggiungere quel podere, nelle campagne di Colfiorito,  abbiamo svoltato sei volte in strade secondarie, anzi secondarie delle secondarie. Vispi e molto arzilli  non soffrivano certo di emarginazione pur essendo a 20 chilometri alla prima cosiddetta civiltà urbana. Mario e Rosa un quadretto delle piccole Italie fuori mano. Che fanno l’Italia. Ricordo che chiesi a Mario come mai avesse deciso di rimanere lì nella sua terra, lui si voltò di scatto e senza tentennamenti disse: “Nun se pole stare tutti in piazza”, Non è necessario tradurre, anzi sarebbe un peccato. Quella era una frase da sentenza poetica. Nell’epoca in cui si voleva cancellare province e unire territori anche fra loro non molto omogenei, pensate Lodi e Mantova, Pisa e Livorno,  sembrano rilanciarsi invece queste piccole Italie, a volte veramente minuscole, che però hanno una forza vitalissima nella loro specialità e specificità. C’è un Salento di Gallipoli ma c’è un Salento di Marina di Salve, c’è una Carnia di Tolmezzo ma c’è un pezzo della provincia di Udine in Val Resia che non ha paragoni al mondo per tradizioni linguistiche, musicali, culturali, antropologiche.  Solo per quanto riguarda l’espressione linguistica pensate ci sono una lingua e sette varianti di dialetto per 700 persone in tutto. Piccole Italie si moltiplicano. Solo in provincia di Firenze ad esempio  non puoi certo mettere insieme  i territori e i paesi che vanno da Bagno a Ripoli verso il Chianti e i paesi da  nord verso Prato. Nelle Marche, non a caso regione plurale, non puoi nemmeno confrontare usi e costumi di Fermo con quelli di Porto  San Giorgio eppure sono a pochi chilometri. In provincia di Mantova la zona di Suzzara e Moglia non ha nulla a che spartire tra lingua costumi abitudini e tradizioni con quella più veronese della zona di Roverbella o quella più bresciana della zona di Castiglione delle Stiviere.  In Abruzzo c’è una vita a Roseto e un’altra vita a Montepagano che è persino lì. Ci sono tradizioni nel Trentino di Andalo e tutt’altre tradizioni sotto Carisolo. Tutto questo per cercare di capire e di far capire che le provincie umane non si impongono dall’alto, che i territori omogenei in cui le popolazioni si riconoscono non si disegnano per decreto o per emendamento. Piccole Italie fuori mano ma sempre più centrali dove il popolo è territorio. Ed è la ricchezza più profonda di questo nostro Paese. Le giuste e inevitabili misure di risparmio dei soldi pubblici debbono fare i conti con questa realtà dei fatti che ha radici nella storia più vera. Quella storia che ha sempre dimostrato che le incrostazioni amministrative o burocratiche prima o poi cedono sotto i colpi, anche piccoli ma inevitabili, delle tradizioni e dello spirito di appartenenza territoriale.

Pubblicato in : CornerBlog

Info Fabrizio Binacchi

Fabrizio Binacchi, giornalista economico @Tg1, poi in giro per l’Italia a dirigere redazioni e sedi regionali. Ha realizzato e curato varie trasmissioni su @RaiUno e @RaiTre. Ha condotto Linea Verde finendo in acqua e su Striscia, Paperissima, Blob, facendo passare quel poco di popolarità dai palazzi della politica ai supermercati. Insegna in vari master, ha scritto tre libri e ha vissuto in sette città ma solo in due si trova a casa: Bologna e Firenze.

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