
di Antonio Deruda*
Lo scorso maggio, per otto giorni, migliaia di persone hanno seguito in diretta online il lavoro di cinque robot umanoidi impegnati a smistare pacchi su un nastro trasportatore. Si chiamavano Bob, Gary, Jim, Frank e Rose e sono stati sviluppati da Figure AI, startup americana di robotica fondata nel 2022 in California. Dovevano lavorare per un turno di otto ore, ma l’esperimento è andato avanti per 200 ore senza interruzioni, con quasi 250mila pacchi movimentati. Il tutto gestito da Helix-02, il modello di intelligenza artificiale proprietario di Figure AI, eseguito direttamente dentro i robot.
Quel video virale ha raccontato un passaggio decisivo: l’intelligenza artificiale (IA) non si limita più a generare testi, immagini, video o codici. Comincia a muoversi, a vedere, a interagire con macchine, merci, infrastrutture, veicoli e persone. Dopo la fase dell’IA conversazionale, siamo ormai di fronte all’emergere della Physical AI. Un fenomeno che va al di là dei robot umanoidi e comprende macchine industriali, droni e veicoli a guida autonoma, sistemi di logistica, macchine agricole intelligenti, laboratori automatizzati, piattaforme per la difesa, dispositivi medicali e per l’assistenza alle persone.
Il nuovo fronte della rivalità USA–Cina
In questi ultimi anni la competizione sull’intelligenza artificiale si è concentrata soprattutto sulla corsa ai modelli più avanzati, ai microchip più potenti e ai data center che garantiscono maggiore capacità di calcolo. Questi presupposti restano decisivi, ma ora si è aggiunto un nuovo livello alla sfida: trasformare l’IA in capacità produttiva.
Questa novità è destinata a cambiare anche la contesa tra Stati Uniti e Cina. Non è più sufficiente sviluppare il modello più performante, occorre costruire un ecosistema capace di portare quel modello dentro le macchine. Pechino sta dimostrando di aver già assimilato questo cambiamento di approccio. Non guarda alla Physical AI come a un segmento emergente del mercato tecnologico, ma la considera la base irrinunciabile del proprio processo di modernizzazione industriale. Dopo pannelli solari, batterie e veicoli elettrici, l’IA fisica è il nuovo campo sul quale può costruire un vantaggio competitivo tramite controllo della filiera globale e influenza sugli standard tecnici.
I dati sono eloquenti. Secondo l’ultimo report dell’International Federation of Robotics, nel 2024 sono stati installati nel mondo circa 542mila robot industriali. 295mila di questi, pari al 54% del totale globale, sono cinesi. Gli Stati Uniti si sono fermati a circa 34 mila. L’Europa ha installato poco più di 85mila robot, con la Germania primo attore europeo e l’Italia al secondo posto. Lo stock operativo cinese ha superato i 2 milioni di robot industriali, circa 4,5 volte quello del Giappone, secondo Paese al mondo.
L’architettura strategica dell’industria cinese
La diffusione delle macchine cinesi ha un risvolto meno evidente, ma molto strategico per l’evoluzione futura. Ogni robot installato in una fabbrica è anche una fonte di dati, un test permanente su processi, materiali, manutenzione e interazione con i sistemi informatici. Al contrario dell’IA generativa, nella Physical AI i dati più preziosi non sono più soltanto quelli presi dal web, ma quelli generati dal contatto tra le macchine e il mondo reale. Su questo versante la Cina dispone di un vantaggio strutturale: è il più grande sistema industriale del mondo, composto da fabbriche, hub logistici, filiere, città-laboratorio e una politica centralizzata capace di collegare produzione e ricerca. Come dimostra il 15° Piano quinquennale (2026–2030), che ha messo la robotica al centro del futuro sistema industriale cinese, estendendo la ricerca sull’intelligenza artificiale alle applicazioni fisiche. L’embodied intelligence – l’intelligenza che non resta astratta, ma viene incorporata in macchine capaci di agire – è diventata una delle nuove traiettorie industriali prioritarie della strategia cinese, che comprende tre elementi rilevanti.
Il primo è la produzione di hardware. In un’inchiesta dello scorso anno Reuters ha stimato che la Cina sarebbe in grado di produrre internamente fino al 90% dei componenti necessari ai robot umanoidi, abbassando le barriere all’ingresso e proponendo prezzi molto inferiori rispetto ai concorrenti occidentali, anche se la reale maturità commerciale resta ancora da dimostrare.
Il secondo elemento è il ruolo dello Stato. Le autorità cinesi stanno facendo leva su fondi dedicati, commesse pubbliche e sussidi per accelerare il settore. La scorsa primavera, per esempio, la Commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme ha annunciato la costituzione di un fondo di venture capital statale dedicato alle nuove tecnologie, compresa la robotica, con l’obiettivo di raccogliere circa 138 miliardi di dollari in 20 anni.
Il terzo elemento è rappresentato dall’importanza dei dati provenienti dal mondo reale. Un report del marzo 2026 della US–China Economic and Security Review Commission del Congresso americano ha descritto la strategia cinese come un’interazione tra due cicli: uno digitale basato sulla diffusione di modelli open-source e uno fisico incentrato sull’adozione dell’IA in fabbriche, logistica e robotica. I due cicli si rafforzano a vicenda: i modelli aperti riducono i costi di adozione, la diffusione dell’IA nella manifattura genera dati e i dati a loro volta migliorano i modelli.
Questo è uno dei punti più importanti per capire la nuova sfida sulla Physical AI. Gli Stati Uniti hanno concentrato buona parte della propria strategia di contenimento sulla limitazione dell’accesso cinese ai semiconduttori più avanzati. Ma ora che la competizione si sta spostando anche sull’applicazione industriale, il controllo dei microchip non è più sufficiente. La Cina può compensare parte dell’attuale svantaggio computazionale con modelli più efficienti, maggiore diffusione nelle fabbriche, dati proprietari raccolti in ambienti reali e un ecosistema manifatturiero in grado di sperimentare e migliorare rapidamente.
I limiti dell’IA a stelle e strisce
Gli Stati Uniti mantengono per ora il primato nei modelli di punta, nelle principali piattaforme computazionali e in particolare nel capitale privato, con un dato eclatante: lo Stanford AI Index 2026 ha registrato 285,9 miliardi di dollari di investimenti privati nell’IA negli Stati Uniti nel 2025, contro i 12,4 miliardi in Cina. Quando però l’IA entra nel mondo fisico, Washington rischia di incontrare una vulnerabilità già emersa nelle batterie, nei pannelli fotovoltaici e nelle materie prime critiche: la dipendenza da filiere produttive fortemente concentrate in Cina. Emblematico è il caso dei magneti permanenti basati sulle terre rare, componenti essenziali per motori compatti, veicoli elettrici, robot, sistemi industriali e tecnologie militari. Secondo i dati più aggiornati dell’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2024 la Cina rappresentava circa il 60% della produzione mineraria globale delle terre rare magnetiche, il 91% delle attività di separazione e raffinazione e il 94% della produzione di magneti permanenti sinterizzati. Quando nell’aprile 2025 Pechino ha introdotto una prima fase di controlli all’esportazione su alcuni elementi e sui magneti che li contengono, si sono registrate carenze e interruzioni in diverse filiere industriali internazionali e anche lo sviluppo di Tesla Optimus, il robot umanoide americano più famoso, ha subito una frenata.
L’amministrazione USA ha preso atto di questa vulnerabilità. L’America’s AI Action Plan del luglio 2025 afferma che l’IA abiliterà una nuova generazione di tecnologie, dai droni autonomi ai veicoli senza conducente e alla robotica, fino a invenzioni per le quali non esiste ancora un nome. Il documento indica per gli Stati Uniti e i loro alleati l’obiettivo di diventare produttori di livello mondiale di queste tecnologie e a questo scopo ha affidato al dipartimento del Commercio il compito di coordinare industria e governo per identificare le carenze delle catene di fornitura nella produzione americana di robot e droni.
È un passaggio rilevante perché estende la politica statunitense sull’IA dalla dimensione prevalentemente digitale a quella industriale e manifatturiera. Ma la distanza tra consapevolezza strategica e capacità produttiva nazionale resta significativa. Secondo l’ultimo report dell’International Federation of Robotics, gli Stati Uniti importano la maggior parte dei robot industriali da Giappone ed Europa e dispongono ancora di pochi produttori domestici, pur contando su un’ampia rete di imprese specializzate nell’integrazione dei sistemi robotici.
La sfida resta aperta
Nonostante il ritardo americano nella capacità produttiva, la partita non è affatto decisa. La Cina ha costruito rapidamente un ecosistema molto ampio e una notevole scala di produzione, ma molti robot umanoidi restano più efficaci nelle dimostrazioni pubbliche che negli ambienti di lavoro reali. Secondo dati del ministero cinese dell’Industria, citati dall’Associated Press, nel 2025 il Paese contava più di 140 produttori di umanoidi e oltre 330 modelli, ma la commercializzazione procede più lentamente rispetto all’espansione dell’offerta.
Un settore che potrebbe dare una rapida accelerazione alla Physical AI è quello della difesa. Droni, robot terrestri, sistemi navali senza equipaggio, piattaforme per la ricognizione, la logistica e lo sminamento, strumenti per la protezione delle infrastrutture critiche stanno già modificando le capacità militari. La guerra in Ucraina ha mostrato quanto sistemi relativamente economici possano cambiare il rapporto tra costo ed efficacia operativa. Finora molti di questi mezzi sono rimasti teleoperati o parzialmente autonomi. Il passaggio successivo potrebbe essere rappresentato da sistemi capaci di percepire l’ambiente, coordinarsi e adattare il proprio comportamento con un grado crescente di autonomia, pur mantenendo forme di controllo umano sulle decisioni più sensibili.
La sfida per le potenze non sarà solo avere macchine più intelligenti, ma creare ecosistemi capaci di produrli in massa, aggiornarli costantemente e integrarli nelle strutture civili e militari. Nelle dinamiche di questa profonda trasformazione, già in queste sue prime fasi di sviluppo la Physical AI promette di incidere sui futuri equilibri tra Stati.
Antonio Deruda
*Istituto Ispi

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