
di Lorenza Borga*

La settimana scorsa ha attirato l’attenzione il movimento di una petroliera iraniana ferma da anni, la Nasha. Varata nel 1996, quindi ben oltre la vita operativa media di una nave di questo tipo, la vecchia cisterna ha preso la rotta dell’isola di Kharg, dove si trovano i principali terminal petroliferi. Con ogni probabilità sarà usata per caricare greggio nel suo serbatoio da quasi due milioni di barili e poi trasformarsi in un deposito galleggiante, il cosiddetto floating storage.
Ed è proprio questo, oggi, il principale nodo al pettine per l’economia iraniana: Teheran non sa più dove mettere il petrolio che estrae. Il blocco navale statunitense sta di fatto frenando l’export di greggio e la capacità di stoccaggio sta rapidamente esaurendosi. Le petroliere sfuggite all’intercettazione dei cacciatorpedinieri americani sono state recuperate nell’Oceano Indiano e, secondo gli analisti di Kpler, nessuna nave cisterna è riuscita a forzare il blocco.
Per l’Iran si tratta di una svolta netta: nel primo mese di guerra era stata l’inattesa vincitrice economica. È stato infatti l’unico Paese del Golfo a non subire un tracollo degli incassi dall’export di idrocarburi. La Casa Bianca, inizialmente, aveva rivendicato la scelta di far continuare a scorrere il petrolio iraniano, perfino allentando alcune sanzioni. Scott Bessent aveva sostenuto che tutto ciò stava aiutando la campagna militare americana, mantenendo più bassi i prezzi internazionali. Ma Washington si è accorta di essere a corto di tempo con la chiusura dello Stretto di Hormuz: l’Asia soffre già gravi carenze di carburante, l’Europa le subirà tra maggio e giugno e Donald Trump il 4 novembre ha un appuntamento non rimandabile con gli elettori americani. In questa condizione era l’Iran ad avere il vantaggio del tempo: il blocco navale è un tentativo di far risuonare anche a Teheran il ticchettio del countdown. Infatti, se il petrolio non può più uscire dal Golfo dell’Oman, bisogna immagazzinarlo. E se i depositi si riempiono, la produzione deve rallentare. E con essa gli incassi per il regime.
Tra le navi ancora disponibili e i depositi a terra, il Paese avrebbe soltanto due o tre settimane prima di arrivare alla saturazione. Per questo la compagnia statale (NIOC) ha già iniziato a tagliare la produzione. Dai 4 milioni di barili al giorno di febbraio, nel primo mese di guerra l’estrazione è scesa a 3,7 milioni ed è attesa calare a 3,2 milioni in aprile. Se il blocco dovesse proseguire, a maggio l’Iran potrebbe essere costretto a scendere ancora, fino a circa 2 milioni di barili al giorno: la metà rispetto ai livelli precedenti all’operazione Epic Fury.
L’effetto sulle casse del regime degli ayatollah, però, non sarà immediato. In mare ci sono ancora oltre 120 milioni di barili iraniani diretti verso la Cina. Ci vorranno settimane perché queste petroliere — se non verranno intercettate dalla marina americana — arrivino a destinazione. E servirà poi almeno un altro paio di mesi per incassare i bonifici, che vengono generalmente versati dopo l’arrivo della spedizione. Secondo Kpler, quindi, Teheran ha davanti ancora tre o quattro mesi prima di iniziare a sentire davvero l’impatto del blocco navale. Quanto? Tra i 200 e i 250 milioni di dollari al giorno, che in un anno raggiungerebbero un terzo del valore del PIL iraniano. C’è chi è più ottimista, o più falco: Bessent ha detto che Teheran potrebbe presto soffrire carenze di carburante, per l’impossibilità di accumulare scorte e per il taglio alla produzione. Ma non è affatto scontato: in passato la compagnia di Stato iraniana ha dimostrato una notevole capacità di gestione delle riserve.
Il mondo oggi ha meno tempo a disposizione dell’Iran. Se lo Stretto di Hormuz non dovesse essere riaperto entro la fine dell’estate, le previsioni economiche per il 2026 e il 2027 dovranno essere profondamente riviste. Anche le stime dell’Agenzia internazionale dell’energia si basano sull’ipotesi che, entro agosto, il Golfo Persico torni quasi ai livelli di esportazione precedenti alla guerra. Il ticchettio del countdown risuona sia a Teheran che a Washington. Ma il timer per Donald Trump – e di buona parte del resto del mondo – sembra destinato a esaurirsi prima.
Lorenzo Borga
*Istituto Ispi

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