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Perché Google, Meta e Twitter non divulgano gli investimenti dei partiti sui social?

vIn vista del voto del 25 settembre, Marco Mayer lancia una proposta appello: Meta (ovvero Facebook e Instagram), Google (Youtube), Linkedin e Twitter mettano sul web i preventivi di spesa per la pubblicità richiesta dai partiti per la campagna elettorale social

di Marco Mayer | 25 Luglio 2022

Siamo ai primi giorni della campagna elettorale.

Per questo è bene mettere le mani avanti per prevenire — per quanto possibile — comportamenti scorretti nella giungla della propaganda politica social. È bene infatti mettere subito le cose in chiaro perché i social avranno un ruolo cruciale in un periodo caratterizzato da vacanze, grande calura e pandemia. I raduni in presenza sono ad alto rischio contagio. È facile immaginare l’effetto boomerang  e le reazioni a catena: “sono stato in piazza ad ascoltare Conte, la Lega, il Pd ecc. e mi sono contagiato”. Mi sia consentita una battuta maliziosa da fiorentino Doc. Qualcuno potrebbe dire “Matteo Salvini aveva il rosario, ma ho preso il Covid lo stesso”.

Torniamo alla politica social.

Quanti soldi spenderanno i partiti e i singoli candidati per promuovere le loro posizioni sulle piattaforme social? Quanto saranno pagati gli influencer?

Nessun si potrà permettere le  retribuzioni al livello di Chiara Ferragni — tranne il solito Berlusconi. Ma i dati ci dicono che i compensi sono in forte aumento sopratutto su YouTube e Instagram.

Sino a che punto saranno usate tecniche mirate di micro marketing personalizzato per conquistare specifici segmenti dell’elettorato? È possibile (senza cadere nella censura) tracciare un confine tra propaganda, bufale e disinformazione?

E last but not least, i partiti eviteranno di usare  (vedi raccomandazioni del Presidente Mattarella di ieri) la profilazione dei nostri dati personali che da anni regaliamo alle piattaforme social? Questo ultimo aspetto apre un vaso di Pandora perché è facilissimo usare i dati personali per fare pubblicità occulta. Finché lo si fa per vendere una marca di dentifricio passi, ma gli abusi in politica potrebbero violare alcuni articoli fondamentali della nostra Costituzione.

In America la notizia di questi giorni è che il prossimo 20 settembre (5 giorni prima delle elezioni politiche italiane) Mark Zuckerberg sarà costretto a presentarsi per essere interrogato — per ben sei ore — dalla Corte Federale di San Francisco. L’ interrogatorio di Zuckerberg è finalizzato ad approfondire il livello del suo coinvolgimento (e quello della sua azienda) nello scandalo politico-elettorale Cambridge Analytica, la  società britannica che avrebbe favorito in modo fraudolento la vittoria della Brexit. Il vicepresidente di Cambridge Analytica era il noto Steve Bannon, prima stratega elettorale di Donald Trump e poi tra i principali promotori del populismo in Europa. Sarebbe troppo banale ricamare su quali erano i suoi interlocutori politici privilegiati a Roma, basti dire che era riuscito a coinvolgere nelle sue trame uno dei maestri della diplomazia vaticana, il Cardinale Raffaele Martino con cui ho avuto modo di collaborare quando era Nunzio Apostolico alle Nazioni Unite. Il Cardinale si è dimesso nel 2019 dalla fondazione ispirata da Bannon quando ha capito cosa c’era in ballo, ma in una società smemorata come quella in cui viviamo chi si ricorda più di Steve Bannon e dello scandalo Cambridge Analytica?

Che fare?

L’ unica ricetta con cui il cittadino elettore può difendersi nel caos legislativo e giurisprudenziale italiano è tenere gli occhi aperti come quando si va a fare la spesa al supermercato e si controlla la composizione degli ingredienti, il prezzo e la data di scadenza.

A questo proposito vorrei lanciare una idea nuova che è come l’uovo di Colombo. Perché in nome della tanto invocata trasparenza Meta (ovvero Facebook e Instagram), Google (YouTube), LinkedIn e Twitter non mettono sul web i preventivi di spesa per la pubblicità richiesta dai partiti per la campagna elettorale che di fatto inizia oggi.

Aggiungo anche i canali e le piattaforme Telegram che stanno diventando di moda tra i politici italiani sono noti perché usati soprattutto nella fase iniziale della pandemia da Sputnik e RT per veicolare la disinformazione NO Vax di provenienza russa.

Non si capisce perché le aziende quotate debbano fornire alle autorità di controllo una miriade di dati aziendali e viceversa nel Far West dei Social tutto si svolga nell’oscurità.

Come reagiranno a questa proposta le grandi aziende tecnologiche e cosa ne penseranno i partiti?

Sarebbe bello iniziare la campagna elettorale con il piede giusto. O sbaglio?

Marco Mayer

Pubblicato in : #Pensalibero24Tag: 20 settembre, anni, azienda, berlusconi, campagna elettorale, censura, costituzione, elezioni, elezioni politiche, europa, lega, notizia, pd, roma, soldi

Info Marco Mayer

Nell’arco degli ultimi trenta anni Marco Mayer ha svolto un’ intensa attività in campo internazionale, ricoprendo una molteplicità di ruoli : dalle relazioni commerciali alla promozione del Made in Italy, dalle operazioni civili e militari di pace alle attività di ricostruzione e riconciliazione post/conflitto; dall’emergenza umanitaria alla cooperazione allo sviluppo . Nell’ultimo decennio Marco Mayer, a lungo negli anni Ottanta Assessore alla Cultura della Regione Toscana, ha messo a frutto la sua esperienza sul campo, dedicandosi prevalentemente alla ricerca ed all’insegnamento universitario presso l’Università di Firenze dove insegna “Politica Internazionale” Dal 2003 insegna, inoltre, “Responsibility to Protect” and Post Conflict Management al Master “Human Rights and Genocide Studies” , promosso dall’Università di Siena, Kingston University – Londra , Collegium Civitas – Varsavia, Universität Viadrina – Francoforte. . Dal 2011 partecipa, infine, al programma di ricerca “Global Governance Programme” promosso dal Robert Schuman Centre for Advanced Studies dell’Istituto Universitario Europeo di Fiesole.

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