Il reddito di cittadinanza, più che uno strumento integrativo del sistema di welfare tradizionale, è uno strumento per una sua radicale riforma, finalizzata a rimuovere i limiti dell’attuale modo di funzionare della società industriale.

Su queste pagine (n.3 del 27 gennaio 2013), Maurizio Ballistreri commenta positivamente la proposta osservando però che in Italia, questa ha raccolto posizioni contrastanti e in alcuni casi avrebbe anche suscitato equivoci, a causa della confusione tra il “salario minimo legale” ed il “reddito minimo di cittadinanza”; quest’ultimo istituto, per Ballistreri, sarebbe un’innovazione propria delle politiche di welfare a sostegno di inoccupati e disoccupati.
In questo giudizio rilevo un equivoco che sta, non nell’aver ricondotto il concetto di salario minimo legale a quello di reddito di cittadinanza, ma nel collocare quest’ultimo tra le politiche di welfare a sostegno di chi è privo o ha perso ogni capacità di reddito.
Da un punto di vista storico, se si tiene conto del come è nato il concetto e del come esso è evoluto sino alla sua ultima e condivisa formulazione, il reddito di cittadinanza, più che uno strumento integrativo del sistema di welfare tradizionale, è uno strumento per una sua radicale riforma, finalizzata a rimuovere i limiti dell’attuale modo di funzionare della società industriale. Per la storia e l’evoluzione del concetto di reddito di cittadinanza occorre fare riferimento al periodo compreso tra il 1917 e il 1986; un periodo durante il quale il nome di ‘dividendo sociale’ è stato comunemente impiegato per designare la proposta politica di corrispondere incondizionatamente e universalmente un reddito ad ognuno dei componenti il sistema sociale. L’espressione dividendo sociale, alla fine della First International Conference on Basic Income, svoltasi nel 1986 all’Università Cattolica di Lovanio, e dopo la costituzione alla fine della conferenza del Basic Income European Network, è stata sostituita con quella di ‘reddito di cittadinanza’. A partire dal 1986, tutte le espressioni equipollenti adottate in diversi sistemi sociali, come l’olandese basinkomen, quella tedesca Grundeinkommen e quella francese revenu de base, sono state tradotte in reddito di cittadinanza. Oggi, per distinguere bene ciò che l’espressione designa da tutto ciò che ad essa è estraneo si fa normalmente riferimento nella letteratura economica ai lavori condivisi di alcuni economisti che più di altri hanno approfondito il concetto di reddito di cittadinanza e la possibilità di istituzionalizzarlo per riformare l’attuale società industriale: J.E.Meade, B.Jordan, G.Standing, D.Purdy, E.Morley-Flatcher, Y.Vendergorght, P.Van Parijs e J.-M. Ferry. Da questi accreditati autori, il reddito di cittadinanza è stato definito come forma di reddito corrisposto, senza “prova dei mezzi”, sotto forma di moneta, e senza alcuna restrizione sulle modalità della sua utilizzazione a tutti i cittadini (o residenti) di un sistema sociale, con la piena libertà dei percettori di decidere quando, come e dove utilizzarlo.
Per riformare la società industriale attuale, occorre infatti correggere la sua logica distributiva e, nello stesso tempo, procedere anche sulla via della individuazione delle procedure utili a realizzare un nuovo sistema di protezione sociale. è in questa prospettiva che il reddito di cittadinanza viene proposto sulla base della nuova “filosofia sociale” che nel frattempo è venuta ad affermarsi col succedersi delle crisi indotte dall’approfondimento del processo di globalizzazione delle economie nazionali. Rispetto al passato, il reddito di cittadinanza, nella originaria veste concettuale di dividendo sociale, del quale si proponeva l’istituzionalizzazione è venuto via via a precisarsi nel suo significato e, soprattutto, ad arricchirsi nei suoi contenuti e finalità. Nel passato, l’idea evocava la necessità che il sistema sociale dovesse darsi carico della sussistenza degli indigenti, mentre, dopo il secondo conflitto mondiale, man mano che il welfare tradizionale ha mostrato i segni della sua insostenibilità, l’idea del reddito di cittadinanza ha evocato la necessità che a ciascun soggetto fosse garantita, per un verso, sicurezza (intesa in senso generale e, quindi, comprensiva della sussistenza) e, per un altro, autonomia e libertà di scelta per tutti i componenti la forza lavoro.
L’allargamento della cittadinanza ha costituito perciò l’elemento in base al quale sono state attenuate le possibili incompatibilità tra la sicurezza sociale e l’autonomia, da un lato, e la libertà di scelta riguardo all’impiego del reddito di cittadinanza, dall’altro. Nella prospettiva del nuovo sistema di sicurezza sociale, infatti, la cittadinanza costituisce la base, sia per la legittimazione dell’allargamento dell’accesso dei cittadini ai servizi social, sia per la conservazione di un autonomo potere discrezionale concernente le forme di fruizione dei diritti acquisiti, inclusi quelli connessi a possibili scelte produttive autonome. Si tratta di una conclusione che lascia intravedere la possibilità che le forze lavorative penalizzate involontariamente dall’indigenza e dallo stato di bisogno possano intraprendere in proprio un’attività produttiva. Possibilità questa che non è certo di poco conto e che va ben oltre le possibilità che possono essere offerte dall’istituzione di un salario minimo legale a livello europeo, per lenire caritatevolmente chi versa in stato di bisogno. Sono le maggiori chance offerte dal reddito di cittadinanza che dovrebbero costituire materia di profonda riflessione per un rinnovato impegno politico, a livello nazionale ed europeo, delle forze politiche che si rifanno al riformismo ed al socialismo democratico.

Lascia un commento