
Il concetto è semplice: che cosa si fa per far mantenere o conferire vitalità ad un albero? Lo si pota. Si elimina ciò che non è essenziale.
Magari può sembrare azzardato accostare lo Stato ad un albero; però – se ci troviamo di fronte ad una pletora di apparati chiamati a fare diecimila cose e ad un sistema pubblico che in Italia conta milioni di dipendenti (3,5 se non 4) – le operazioni da compiere sono le stesse.
Sono fermamente convinto che lo Stato debba essere chiamato a pochi compiti, che però deve (si, sottolineato: è un imperativo categorico) svolgere bene.
Ho letto in gioventù Anarchia, stato e utopia di Robert Nozick e oggi ritengo che quella dello Stato minimo sia, come orientamento, la corretta direzione di marcia.
Non c’è solo la mera constatazione del fallimento delle pretese redistributive, della qualità degli interventi pubblici, dell’enorme “commissione” che ciascun contribuente è chiamato a pagare al sistema pubblico per essere (diciamo pure almeno otto volte su dieci?) inefficiente e corrotto.
In Italia, malgrado il fiume di denaro attinto annualmente dalle tasche dei cittadini, cresce il numero di persone e famiglie povere o al limite della povertà mentre di alcuni servizi fruiscono soprattutto coloro che possono procurarseli senza alcun intervento dall’alto; l’Italia è il Paese in cui, soprattutto in certe Regioni, lo Stato è sostituito o ha abdicato a favore di alcune associazioni criminali, che a modo loro riscuotono gabelle e garantiscono la ‘sicurezza’ delle persone e delle transazioni economiche. In Italia il fisco è strutturalmente incapace di assicurare la soddisfazione della pretesa tributaria nei confronti di tutti i contribuenti e l’evasione fiscale da sola conta quanto alcune manovre finanziarie (le cifre prodotte oscillano tra 80 e 120 miliardi all’anno); la res publica, cioè il patrimonio dello Stato (le risorse finanziarie, i beni del demanio e del patrimonio indisponibile) è più spesso trattato come res nullius piuttosto che quale res omnium; in fine, della condizione finanziaria non è necessario dire visto che il livello del debito pubblico e la sempre meno stimata capacità di rimborso del medesimo ci tengono in gratella da alcuni mesi – e non è certo tutto finito soltanto perché un signore garbato e distinto ha preso il posto di un altro signore che pareva più vocato alla goliardia e all’avanspettacolo.
Qual’è la cura per questo disastro? L’altro giorno a “Servizio pubblico” (il nuovo Annozero esportato su Rtv38 e altri media), dinanzi alla mole di intrecci e di corruttela emergente dal pianeta-Finmeccanica, la domanda rivolta ai giovani è stata: come combattere questi fenomeni? Mentre la stragrande maggioranza degli interpellati ha risposto che occorre più Stato, io ho pensato che vi sia una sola cura, radicale e preventiva, che è l’opposto: far ritrarre lo Stato e il sistema pubblico – e quindi l’ambaradan della politica – da tutto ciò che non è indispensabile che esso gestisca.
Questo, come prima scrivevo, non solo per via dei fallimenti concreti di questo Stato: c’è, prima di tutto, la posizione di un principio – elementare se si vuole e di buon senso – che ha anche valenza etica: attribuire centralità agli individui, ai cittadini; restituire ai medesimi piena dignità e responsabilità, che sono incompatibili con lo Stato-provvidenza, paternalista e tutto-fare.
Lo Stato “forte” è una risposta di buon senso a tutto questo sfascio. Uno Stato è “forte” quando:
– è l’espressione di cittadini responsabili che amano e si prodigano per il bene comune e per i beni comuni, considerandoli pro-quota come propri;
– tutela la vita, l’incolumità e le proprietà dei propri cittadini ed è capace di garantire il rispetto delle leggi, poche e ferree, su tutto il proprio territorio;
– assicura lo svolgimento di alcuni servizi ritenuti essenziali, mediante una amministrazione snella e decentrata (ma non necessariamente con un sistema regionale e di autonomie locali come quello vigente) e con l’approntamento di sistemi di check and balance tesi al controllo della imparzialità, dell’efficienza e dei risultati delle azioni intraprese;
– il sistema educativo è congegnato per trasferire alle nuove generazioni la cultura del rispetto, la percezione dei beni pubblici come cosa di ciascuno, la consapevolezza dei diritti e l’obbedienza ai doveri.
Stato forte, poiché leggero.

Otiimo articolo, poi ci guardiamo attorno e ci mettiamo a piangere, ti sembra possibile, Roma sic stantis?