
Che Vajont significasse “viene giù” e che il Monte Toc prendesse il nome da “marcio”, com’era il terreno del monte stesso, lo sapevano tutti a Longarone. Anche gli ingegneri della SADE, Società Adriatica di Elettricità, intenti a realizzare la diga che per allora era la più grande del mondo. Una diga che ancora oggi, con i suoi 266 metri di altezza, rimane il monumento più grande all’ingordigia umana, alla scelleratezza tecnica, alla supponenza dell’uomo che non sa leggere l’ambiente che lo circonda, esistente nel nostro Paese. Sessant’anni fa, il 9 ottobre 1963, alle 22:39, duecentosessanta milioni di metri cubi di montagna precipitano nel lago artificiale ad una velocità di 100 km l’ora. L’onda che ne scaturisce spazza via tutto e tutti. Longarone diventa una piana di fango; Erto, grazie alla sua posizione ed alla conformazione della montagna, si salva per la gran parte, ma delle frazioni non resta nulla. Casso viene lambita da una lama dell’onda. Tutto ciò che avviene nella valle del Vajont non succede all’improvviso e nemmeno per caso. C’era già stato un cedimento del Toc sul lago artificiale, mesi prima; erano già note le fenditure nei terreni del monte; i boati si susseguivano nella fase di riempimento e soprattutto nell’irresponsabile rapido vuotamento dell’invaso. Vani sono stati nel tempo gli appelli a fermare tutto. Anche quelli ripetuti del sindaco di Longarone, il socialista Gugliemo Celso, che morirà nel disastro assieme alla sua famiglia. La produzione dell’energia elettrica era stata da poco nazionalizzata. Ora tutto era passato in proprietà ad ENEL e quindi allo Stato. E per concludere al meglio l’affare, tecnici compiacenti avallavano la funzionalità di un’opera che non sarebbe poi mai più entrata in funzione. Il capolavoro d’ingegneristica diventava l’emblema di tutto ciò che non doveva essere. 1.918 morti; molti mai più ritrovati; tanti irriconoscibili, devastati dalla forza dell’aria, compressa dalla massa d’acqua cadente, ancor prima che dall’acqua e dal fango. Diversi, accompagnati dalla corrente del Piave verso pianura. Molti i tentativi di scansare le responsabilità; in un Paese nel pieno della rinascita economica, mettere la polvere delle malefatte sotto al tappeto sembrava quasi normale. Si aspettò tanto, troppo, per avere un po’ di giustizia. Tra coloro che non si arresero mai nel volere una giustizia giusta, Enzo Arduini; era il vicesindaco di Gugliemo Celso e di quest’ultimo prese il posto subito dopo la tragedia. Anch’egli socialista, si salvò dal disastro e seguì in prima persona sia la fase emergenziale che la successiva ricostruzione del paese, la sua industrializzazione, senza mancare di assistere i familiari delle vittime anche durante il percorso giudiziario. A straordinari amministratori socialisti come furono Gugliemo ed Enzo, vogliamo dedicare, da queste pagine, il nostro ricordo. Così come alle quasi duemila vittime della più grande, tragica ingiustizia che il nostro Paese ricordi. Se si vuole comprendere appieno cosa fu il disastro del Vajont, non si salga alla diga. Si cammini tra le lapidi tutte uguali, del cimitero di Fortogna, si leggano i nomi di uomini, donne, bambini che li riposano. E si pensi al futuro che è stato loro sottratto.
Andrea Follini
(da “Avanti Online”)

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