In occasione della quarta settimana delle associazioni culturali fiorentine si è tenuta, presso la Galleria delle carrozze in via Cavour, la conferenza “Protagonisti per le libertà dal Risorgimento alla Liberazione. Al cimitero Monumentale Evangelico agli Allori-Firenze il ricordo di vite esemplari”, organizzata dalla Fratellanza Artigiana d’Italia e dal circolo Piero Gobetti di Firenze. Se nella conferenza, scritta dalla professoressa Anna Pellegrino dell’Università di Bologna e letta con sentimento da Armando Niccolai, presidente della Fratellanza Artigiana d’Italia, il difficile cammino di conquista delle libertà è stato ricordato seguendo le vicissitudini di tre generazioni della famiglia Minuti che trova degno riposo nel cimitero che, originariamente, a partire dalla seconda metà dell’800 accoglieva i defunti di confessioni religiose non cattoliche, in “Per non dimenticare”, antologia curata da Marisa Brambilla (Bandecchi & Vivaldi, 2018, 12.00 €), il richiamo al complesso di libertà che hanno portato gli italiani dalla sudditanza alla cittadinanza è affidato alla memoria di liberali fiorentini (e non) che nel quotidiano hanno testimoniato un impegno, talvolta non privo di sacrifici e pericoli (costato ad alcuni anche la vita negli anni tragici della Resistenza), sempre disinteressato per la loro affermazione. Tra libertà negativa e positiva si articolano le libertà personali, civili, religiose, giuridiche, economiche, politiche e le responsabilità che ad esse vanno sempre correlate (mai dimenticarlo). Quindi, in apertura del libro, quale testimonianza più significativa se non quella di Eugenio Artom? Piemontese di nascita e fiorentino di adozione, insignito della Croce di Guerra, sia nel primo (battaglia di Vittorio Veneto), che nel secondo (battaglia di liberazione di Firenze) conflitto mondiale, ha tra i suoi avi, Isacco Artom, segretario particolare di Camillo Benso conte di Cavour. Fu anche candidato con Giovanni Giolitti nel 1924, quando ormai il clima era stato avvelenato dalla violenza fascista. Ci sarebbe molto da ricordare, ma lasciamo alla curiosità dei lettori l’iniziativa di conoscere di più. Il libro prosegue con un sommario denso di profili, impossibile citarne alcuni senza far torto agli altri. Mi si permetta un paio di eccezioni; Gian Rodolfo Del Monte: «Agli amici resta un dono enorme, quello di poter condividere il ricordo della sua amicizia, delle sue sferzanti battute, dei suoi incredibili atti di generosità, sempre celati da commenti ironici (Francesco Giubilei)», al quale si deve tra l’altro, la costituzione del circolo Gobetti di Firenze e Marcello Calamari, che tra i tanti documenti, ha autenticato anche l’atto costitutivo del Gobetti: «Quante firme, quanti documenti avrà autenticato, per anni il notaio Calamari?! Si ricorreva alla sua professione, alla sua opera gratuita, per accettazioni di candidature, sottoscrizioni di liste, promozioni di referendum, statuti di associazioni e circoli, redatti e sottoscritti nel suo studio (lo studio Ersoch-Calamari di via del Corso), oppure ai banchi collocati lungo le strade o nelle piazze cittadine. Ogni volta che gli impegni professionali glielo permettevano, Calamari era disponibile per tutti – radicali, liberali, centrosinistra, centrodestra – in maniera disinteressata, per garantire ai cittadini, in primo luogo a quelli dei partiti numericamente più piccoli e meno organizzati, il diritto di rappresentanza, di scelta, di protesta, di proposta (Adalberto Scarlino)». A me resta il rammarico di non aver fatto in tempo a conoscerli. Che abisso di fronte ai nani ignavi o pavidi che capita di incontrare oggi! Ma al di là delle suggestioni personali, il valore di questa raccolta è ben espresso dalle parole di Elena Ascenzi Contucci che ne ha curato la prefazione: «Se non vengono educati i cittadini a conoscere la complessità della propria esistenza, distinguendo la propria sfera di vita intima e privata dalla superficie esterna che li mette in contatto con la comunità che li contiene e che riceve nel bene o nel male la conseguenza del loro agire, si rende impossibile la vita di una società aperta governata democraticamente» e dall’altra parte, quanto mai l’inattualità del liberalismo oggi dalle parole di Valerio Zanone, pubblicate su L’Opinione del 1983 e qui riproposte nell’introduzione di Adalberto Scarlino: «La grinta è un carattere genetico che l’uomo ha ereditato dalla scimmia. Negli usi politici si definisce in genere “grinta” una via di mezzo fra la faccia feroce e la faccia tosta. Di solito ai liberali manca… Il liberale diffida di chiunque si prenda troppo sul serio. Il liberale ha poca grinta perché sa che alzare la voce significa per lo più rinunciare ad approfondire un’idea». Il testo è abbellito da un originale apparato fotografico, dove possiamo apprezzare, per esempio, un’immagine di Simon Veil ricevuta a Palazzo Vecchio, ritratta a fianco di uno Scarlino in grande spolvero o quella di un giovanissimo Antonio Patuelli, presidente dell’ABI e direttore della rivista di cultura liberaldemocratica “Libro Aperto” fondata da Giovanni Malagodi, ripreso sempre in Palazzo Vecchio in una celebrazione del 1976 in ricordo di Piero Gobetti a cinquanta (e non settanta come erroneamente riportato nella didascalia) anni dalla morte. Non si può che ringraziare l’Autrice e quanti hanno contribuito alla realizzazione di questo prezioso volume a beneficio di tutti ed, in particolare, delle generazioni più giovani, affinché non incorrano nell’errore di dare per scontate le libertà di cui beneficiamo oggi.
Alberto Lopez

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