Inutile nascondersi dietro un dito. Per i riformisti, quelli veri non quelli che pretendono di chiamarsi tali stando ben riparati dietro una poltrona (tanto per fare qualche nome, Boselli, Bonino, Dini and company) quella sulle pensioni è la madre di tutte le battaglie. Se la perderanno, e sono già sulla buona strada, il loro peso, all’interno della coalizione passerà da zero a sottozero. Di converso aumenterà a dismisura ruolo ed influenza dell’ala della sinistra radicale. E come se non bastasse, sotto il vessillo della concertazione, saranno i sindacati confederali a guidare la danza e le scelte del governo, caso unico in tutto il mondo occidentale. Tutto questo naturalmente con la compiacenza della grande stampa, che è solo grande quanto a conformismo e servilismo, e con il silenzio di Confindustria, ormai ridotta, sotto la guida di Montezemolo, a cercare di lucrare il più possibile dal governo infischiandosene di un corretto funzionamento del sistema di mercato. Va da sé che i due atteggiamenti, quello della stampa e quello di Confindustria sono le due facce della stessa medaglia, visto che sono proprio gli industriali ad essere proprietari di tutti i maggiori giornali.
Vediamo prima una questione di metodo. La concertazione, come la intende il governo in carica, altro non è che la subordinazione del Parlamento alle decisioni della Triplice sindacale. Dal punto di vista democratico, un obbrobrio. Una democrazia elegge i suoi rappresentanti e sono questi che, in parlamento, prendono le decisioni. In nome e in rappresentanza del popolo che li ha eletti. Di tutto il popolo, non di una sua minima parte. I sindacati rappresentano appunto questa minima parte. Non solo del popolo, ma anche di quella parte di popolo che sono i lavoratori. Poco più di 5 milioni di persone, gran parte delle quali, per l’esattezza il 50 per cento, pensionate. Vediamo il caso delle pensioni.Il governo elabora una proposta e, volendo concertare, la porta al confronto dei sindacati. I sindacati danno il via libera. Il governo blinda la proposta e la porta in parlamento, dove siedono quelli che sono stati eletti in rappresentanza di tutti e che dovrebbero rappresentare i loro interessi, siano essi lavoratori, fannulloni, pensionati o figli di puttana. Grazie però al “visto si approvi” avuto da Cgil, Cisl e Uil, il provvedimento dovrebbe essere solo votato in blocco. Anzi Epifani alza anche la voce quando, magari da sinistra, qualcuno manifesta l’intenzione di fare delle modifiche. Non si deve “giocare a scavalcare”. Il Verbo sindacale non si mette in discussione. In pratica chi “rappresenta” i cittadini ed è stato eletto per portare avanti determinate idee deve sottostare a dei burocrati le cui organizzazioni non rispettano e non praticano forme controllate di democrazia interna.
Nel merito. Prima di tutto un aspetto generale. Nessuno dice che il provvedimento del governo “abbassa” l’età della pensione. In vigore infatti c’è una legge che, sia pure a scadenza differita, il 1° gennaio 2008, aveva portato l’età pensionabile a 60 anni, un livello già basso rispetto al resto dell’occidente. Con la nuova legge, lo scalone previsto dalla Maroni viene sostituito dagli scalini che inizialmente portano l’età a 58 anni. Nel particolare. Dell’ingiustizia del provvedimento, soprattutto per le giovani generazioni, è stato detto e scritti a più riprese. Merita invece sottolineare l’aspetto del costo di questa controriforma. La copertura delle maggiori spese infatti è quanto di più aleatorio si possa immaginare. La posta principale dovrebbe venire dai risparmi derivanti dall’unificazione e dalla razionalizzazione degli istituti previdenziali. Una cifra del tutto teorica e impossibile da quantificare, in fase di previsione, sempre che, almeno inizialmente, invece di un risparmio non ci sia un ulteriore spesa.
Ce ne dovrebbe essere in abbondanza per far risvegliare dal sonno quelli che pretendono di chiamarsi riformisti. Stiamo certi non succederà. Il problema è il solito: la poltrona. Una considerazione questa che dovrebbe spingere “i costituenti socialisti” a misurarsi da subito con le implicazioni politiche di una battaglia di questo tipo. Non succederà nemmeno questo. E non saranno solo loro a piegare la testa. Così vincerà ancora una volta la concertazione. I vecchi e decrepiti sindacati italiani imporranno a tutti il loro diktat. Boselli e Bonino, quella Bonino, ma siamo sicuri fosse lei?, che si fece promotrice del referendum per l’abrogazione dell’art 18, dissentiranno e si adegueranno. Ci usino almeno una cortesia. Si godano la briciola di potere che hanno e stiano zitti. Non per altro, per decenza.
Giancarlo Magni

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