Ci risiamo. Toccherà porre rimedio alla solita toppa. Sperando anche che il rimedio stesso non sia, come talvolta accade, peggiore del male. Altro che PNRR: in Italia, per la questione pensioni, conseguenza principalmente della questione lavoro, non c’è alcuna speranza di un Piano di ripresa e resilienza, nonostante la disponibilità di finanziamento europeo attualmente stimata di circa 248 miliardi di euro (https://www.mef.gov.it/focus/Il-Piano-Nazionale-di-Ripresa-e-Resilienza-PNRR/), e sempre comunque fatta salva l’ipotesi di nostre inadempienze progettuali e conseguente sospensione delle tranches di pagamento finora pattuite.
Il nostro sistema pensionistico è in disequilibrio praticamente da sempre, perché basato su un sistema ibrido, previdenziale-assistenziale, riconducibile alla previsione dell’art. 38 comma 2 della Costituzione: I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.
Un sistema pensionistico, per poter conservare un perfetto equilibrio, deve basarsi su un meccanismo assicurativo-contributivo in base al quale, al termine dell’attività di versamento premiale o contributivo, il titolare della prestazione, corrispondentemente assicurativa o previdenziale e in tal caso il lavoratore, ha diritto alla restituzione del capitale versato debitamente accantonato e rivalutato in base agli indici annuali di rifinanziamento della prestazione.
Questo sistema, cosiddetto “a capitalizzazione”, in minima parte è oggi presente nell’ambito generale del nostro sistema pensionistico; sistema che, dopo numerosi interventi legislativi, soprattutto a partire dalla Riforma Amato del 1992, continua a essere fondato sul meccanismo della ripartizione, e quindi è a tutti gli effetti un sistema per l’appunto cosiddetto “a ripartizione”. Questo significa, brutalmente, che con le risorse contributive dei lavoratori in attività di servizio dovrebbe provvedersi al pagamento delle prestazioni – e quindi, in relazione all’interpretazione costante del dettato costituzionale, sia previdenziali che assistenziali – dei lavoratori non più in attività di servizio e dei cittadini che non sono nelle condizioni psicofisiche o sociali di garantire un proprio servizio.
E allora si capisce bene che i lavoratori nel corso dello svolgimento del proprio servizio attivo dovrebbero garantire una ricchezza tale da sostenere non solo le proprie prestazioni di rendita finali ma anche quelle a vantaggio dei soggetti a ciò impossibilitati, per mancanza di lavoro e/o condizione. Nel corso degli ultimi trent’anni, il rapporto tra risorse contributive e prestazioni di rendita si è ulteriormente e progressivamente deteriorato, così che si è ritenuto necessario introdurre da un giorno all’altro un meccanismo legislativo che di fatto ha ritardato l’età del pensionamento, in media, di cinque anni. Questo è stato il meccanismo previsto dalla Legge Fornero nel 2011, anche se accompagnato da un regime alternativo di deroghe, valido per casi ritenuti eccezionali, come per esodati, lavori usuranti, opzione donna, etc.
La Riforma Amato del 1992 introduceva all’intero sistema, per la prima volta in maniera convincente tanto che sembrava già allora determinante, un sistema integrativo al sistema pensionistico – capace di drenare risorse dai contribuenti e rifinanziarle vantaggiosamente, sia per il sistema che per i contribuenti, sui mercati -, cosiddetto di “previdenza complementare”. Lo sviluppo di questo sistema serve a garantire a ogni lavoratore-assicurato una prestazione aggiuntiva alla prestazione pensionistica, rendendo quest’ultima maggiormente sostenibile; e quindi indirettamente garantire anche l’effetto di liberare maggiori risorse per il finanziamento dell’intero sistema previdenziale-assistenziale vigente. Ma, purtroppo, anche in questo caso, a distanza di trent’anni, poco è stato fatto: oggi soltanto un lavoratore su quattro aderisce a un sistema di previdenza complementare.
In un Paese come il nostro, dove i tassi di invecchiamento e di disoccupazione sono molto più che alti (siamo il secondo Paese più vecchio al mondo dopo il Giappone e il terzo Paese europeo con il tasso più alto di disoccupazione), il rischio è che se dovesse saltare il disequilibrio dei conti nazionali – cosa a cui il governo Monti ha già pensato al tempo dell’introduzione della Legge Fornero – il primo sistema ad andare in default sarà certamente il sistema pensionistico.
Al livello di rischio in cui siamo, non esistono ricette alternative a questa: garantire un lavoro sicuro ai giovani e promuovere a ogni livello possibile forme di investimento legate alla previdenza complementare.
Angelo Giubileo

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