Un argomento cosi’ particolare dovrebbe essere analizzato da una commissione formata anche da donne. Il sacrificio delle donne che in Italia stanno lavorando sia in casa che fuori, in quanto lo Stato le lascia sole al proprio destino quando si parla di gravidanza e crescita dei propri figli, e’ enorme. Una donna in attesa di un figlio riceve dallo Stato un aiuto di soli cinque mesi, successivamente deve decidere se lavorare o dedicarsi alla crescita del proprio bambino e non riceve piu’ aiuti sufficienti da quando questo ha compiuto tre mesi di vita.
Il piu’ delle volte costretta a lasciare il lavoro, magari riprendendolo dopo qualche anno, poichè l’asilo avrebbe un costo superiore di quanto potrebbe guadagnare. Senza aiuto e senza assistenza la donna non ha scelta, lavorera’ per periodi limitati tenendo conto che lo Stato non considera il periodo passato a casa. E’ per questi motivi che volere equiparare l’eta’ della pensione delle donne a quella degli uomini sarebbe come voler punire le donne due volte.
La prima quando non e’ aiutata a crescere i propri figli facendo risparmiare soldi allo Stato, la seconda, nel dover rispettare gli stessi requisiti degli uomini nell’andare in pensione, pur avendo avuto compiti ben piu’ gravosi.
E’ vero che stiamo attraversando una grande crisi economica e forse per questo l’Europa ci chiede di rivedere l’eta’ pensionabile delle donne.
Ma negli altri paesi europei l’aiuto concesso alle donne nel crescere i propri figli e’ ben diverso da quello concesso in Italia.
Non si puo’ adempiere alle richieste dell’Europa senza seguirne i sistemi.
Paradossalmente si potra’ arrivare al solito “ pasticcio italiano” dove le donne che hanno avuto figli andranno via prima, le altre a 65 anni, scatenando cosi’ una divisione tra donne di serie A e donne di serie B.
Patrizia Bonaccorsi

Non è certo farina del mio sacco, caro Puccio, ma un vecchio tema caro a tutto il filone riformatore giuslavoristico, che prevede un’estensione generalizzata e non clientelare degli ammortizzatori sociali ed il riconoscimento contributivo per qualsiasi forma di lavoro, svolto anche nell’ambito familiare o della solidarietà sociale, sia in forma remunerata che gratuita. Il tuo accenno all’istituto cooperativo è sicuramente in tema, anche se credo di cogliervi una critica non molto velata in termini di abusi e clientele diverse. Da condividere ovviamente.
La nota mi appare brillante,caro Silla, nelle varie considerazioni . Ma da dove ti è venuta l’idea del “riconoscimento di contributi figurativi ” ,dal regime con il quale sono gratificate le Coop ?
Purtroppo,da noi, ci sono spesso “difetti d’applicazione”,che rendono problematica ogni risoluzione.Forse perchè da tempo , rincorrendo tranquillità ed interessi personali , si è perso il senso vero della parola “responsabilità”…
Personalmente ritengo pretestuosa la polemica sindacale contro la parificazione dell’età pensionabile tra i sessi: credo che la Corte di giustizia europea abbia ottime ragioni per affermare che c’è una disparità
di trattamento, così come a suo tempo aveva rilevato la medesima disparità nella vicenda delle rottamazioni bancarie.
Oltre le argomentazioni giuridiche ci sono però da considerare le condizioni sociali entro cui l’intera materia va inquadrata. Non c’è dubbio che, a parità di condizioni di lavoro, il carico sociale, inteso come familiare,
della donna è infinitamente più gravoso ed usurante di quello dell’uomo, non nei principi ma nelle condizioni effettive. Da qui la necessità, a mio avviso, pur a parità di condizioni giuridiche, di farsi carico di una
diversa sistemazione della questione nell’ambito sociale.
Così, in prima battuta, poiché il prolungamento dell’età pensionabile a 65
anni anche per le donne costituirebbe un notevole polmone anche per l’Inps, prima che questi soldi se li sputtanino tutti da un’altra parte, si potrebbe pensare ad un loro utilizzo per consentire alle donne con figli [diciamo almeno due] di utilizzare l’istituto del part-time senza rimetterci ai fini pensionistici, con il riconoscimento di contributi figurativi come se il lavoro si fosse svolto a tempo pieno. Ovviamente lo stesso trattamento parentale potrebbe essere riconosciuto, in alternativa, anche agli uomini.
All’Assemblea del Polo laico liberale e socialista del 1° marzo ebbi l’occasione di formulare una proposta che si muoveva nel filo di questa logica.