Una manovra a tenaglia, volta da un lato a giustificare il prelievo in termini “buonisti”, dall’altro a indicare come obbiettivo le “pensioni d’oro” che sarebbero tutte, indiscriminatamente, quelle sopra una certa cifra.

In un precedente articolo, mi ero permesso di condividere l’operato della Corte e di denunciare due intollerabili atteggiamenti: da un lato la discriminazione tra cittadini e la lesione dello Stato di diritto, dall’altro la ipocrita denominazione “contributo di solidarietà” del prelievo ai danni di una parte dei pensionati.
Una manovra a tenaglia, volta da un lato a giustificare il prelievo in termini “buonisti”, dall’altro a indicare come obbiettivo le “pensioni d’oro” che sarebbero tutte, indiscriminatamente, quelle sopra una certa cifra. E’ una palese falsità. Da quando è stato introdotto il criterio contributivo, gran parte delle pensioni sono il corrispettivo, ovviamente rivalutato, di soldi mensilmente versati in quantità salatissima. Sono, cioè, una pattuizione contrattuale, non una regalia dello Stato.
Per questo non mi sento di condividere quanto scritto su Pensalibero, la settimana scorsa, da Livio Ghersi (e, prima ancora da altri), pur concordando con lui sulla necessaria solidarietà verso chi ha meno. Scrive Ghersi: “l’argomento dei “diritti quesiti” non vale più. Questi diritti sono stati acquisiti quando altri decisori politici, del tutto irresponsabili, hanno consentito per logiche di lottizzazione dei dipendenti pubblici, di scambio tra protezione politica e politicizzazione dei comportamenti burocratici, che la spesa pubblica crescesse al di fuori di ogni controllo e che dello Stato di Diritto si facesse scempio.” E ancora: “Come pensionato che ha un trattamento privilegiato penso sia giusto rinunciare ad una parte consistente degli emolumenti che attualmente mi vengono corrisposti, affinché queste risorse siano destinate a fini di utilità sociale e, soprattutto, per finanziare politiche attive del lavoro di cui le giovani generazioni possano trarre concreti vantaggi.”
Resto, per ora, fermo sulle mie posizioni. Sarebbe troppo facile (e demagogico) obbiettare che i soldi prelevati non andrebbero a finanziare lavoro per i giovani, ma nuovi sprechi e privilegi. E che lo Stato andrebbe, lui si, “rieducato” per capire, finalmente, che non può fare affidamento su sempre nuovi prelievi fiscali. Mi limito a replicare che non vedo ragione alcuna per deviare dalla via maestra, che è quella indicata nella decisione della Corte Costituzionale. Se si vogliono i soldi, si devono chiedere a tutti i percettori di medesimi redditi, in egual misura. Non solo ai pensionati o ai commercianti o ai giornalisti, etc.
Sarebbe più giusto, più sopportabile e anche conveniente per lo Stato. In una lettera al Corriere, Massimo Donelli ha giustamente scritto: “Basterebbe un innalzamento dello 0,3% dell’Irpef per coloro che hanno un reddito sopra i 90 mila euro lordi annui: lavoratori dipendenti, lavoratori autonomi, parlamentari in attività, ex parlamentari che ricevono un vitalizio e, ovviamente, anche noi pensionati “over 90”. Si tratterebbe di aumentare ancora le tasse trasparentemente anziché usare la scorciatoia ipocrita e populistica delle “pensioni d’oro”.
Lo aveva già detto, autorevolmente per due volte, con le sentenze n. 316 del 2010 e 116 del 2013 la Corte Costituzionale. Mancanza di attenzione verso i diseredati da parte della Consulta? Non arrivo a crederlo.

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