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Peggio del Vietnam

Oggi il ritiro dall’Afghanistan e il ritorno di un regime fondamentalista e intollerante come quello dei talebani non suscita né in America né ne resto dell’Occidente alcuna particolare emozione.

di Valentino Baldacci | 23 Agosto 2021

Ciò che sta accadendo in Afghanistan richiama inevitabilmente ciò che accadde nell’aprile 1975 con il collasso del governo sudvietnamita e l’entrata trionfale a Saigon dell’esercito nordvietnamita e dei guerriglieri del sud; ma l’immagine che si è stampata nella memoria di tutti coloro che seguirono quelle vicende fu la fuga precipitosa degli ultimi americani rimasti nell’ambasciata a Saigon, l’ammainamento della bandiera, l’ultimo elicottero che si levava in volo.

Ma ci sono tra gli eventi di allora e quelli di oggi alcune fondamentali differenze. La fine della guerra nel Vietnam fu vissuta in Occidente e soprattutto negli Stati Uniti come la fine di un incubo, la conclusione di una tragedia che aveva coinvolto milioni di americani, che aveva spaccato in due il Paese ma che adesso poteva finalmente riprendere il suo cammino. Era comunque diffusa la consapevolezza che l’America aveva vissuto una grande tragedia e che per la prima volta il grande Paese era stato sconfitto militarmente.

Oggi il ritiro dall’Afghanistan e il ritorno di un regime fondamentalista e intollerante come quello dei talebani non suscita né in America né ne resto dell’Occidente alcuna particolare emozione. Viene accettato come qualcosa di inevitabile dimenticando che per venti anni sono state impiegate rilevanti risorse economiche e sono state sacrificate le vite di tanti giovani proprio per impedire ciò che oggi si verifica con sconcertante facilità.

Se colpisce l’analogia tra quello che accadde nel 1975 e quello che sta avvenendo oggi non si possono dimenticare alcune fondamentali differenze.

L’unificazione del Nord e del Sud del Vietnam portava a compimento un disegno politico fondato sul nazional-comunismo che aveva come obiettivo la rapida modernizzazione del Paese secondo i modelli che avevano caratterizzato, sia pure con diverse modalità, i regimi comunisti in Russia e in Cina. In effetti, dopo la conclusione della guerra il Vietnam unificato, dopo aver pagato il prezzo costituito dalla fuga forzata di centinaia di migliaia di boat people, ha iniziato una ricostruzione che l’ha portato a essere uno dei paesi più sviluppati dell’Oriente asiatico. Naturalmente il prezzo è quello ben noto: fine di ogni pluralismo politico, una società governata secondo i modelli dell’autoritarismo più intransigente; alla fine del percorso l’apertura al mercato, senza mai rinunciare alla forma e alla sostanza di un regime autoritario.

Con i talebani al potere siamo di fronte a un modello del tutto diverso: i talebani non solo non sono interessati ad alcuna forma di modernizzazione ma anzi la avversano. Il loro collante, che gli permette di superare le tante divisioni tribali, non è un’ideologia che voleva essere modernista come quella marxista-leninista ma, al contrario, l’adozione della versione più integralista e retrograda dell’Islam. Non è difficile immaginarsi ciò che sarà d’ora in avanti l’Afghanistan, che d’altra parte ha già provato che cosa significhi un regime del genere. Il prezzo più alto lo pagheranno le donne, la cui disumanizzazione ha raggiunto nelle aree controllate dai talebani livelli sconosciuti nella storia di tutta l’umanità. II burqa non costituisce solo un’imposizione misogina, è il segno del rifiuto di riconoscere alla donna in quanto donna la dignità di essere umano. È facile poi immaginare le vendette che verranno consumate nei confronti di coloro che non solo hanno sostenuto il governo finora in carica ma che non si adegueranno alla nuova ortodossia talebana.

Ma se questo è ciò che accadrà all’interno dell’Afghanistan, rilevanti sono le conseguenze della vittoria talebana sugli equilibri dell’area: in un recente articolo sul Corriere della Sera Angelo Panebianco ha messo rilievo il favore con il quale la Cina ha guardato all’avanzata militare dei talebani; se a ciò si aggiunge che il Pakistan ha sempre condotto una politica ambigua, offrendo sostegno e rifugio ai talebani anche quando questi si trovavano in difficoltà, si profila il formarsi di un sistema di alleanza tra Cina, Pakistan e Afghanistan talebano il cui obiettivo a scadenza più o meno lontana  è l’India, l’unica grande democrazia rimasta in piedi nell’area, anche se non ci dobbiamo nascondere la crescente influenza dell’estremismo induista.

E l’Occidente? Circola una teoria vagamente consolatoria secondo la quale bisogna guardare agli anni ’30 del Novecento: anche allora la Germania nazista nel giro di qualche anno impose il suo dominio a buona parte dell’Europa senza incontrar resistenza; ma, passato il limite, la reazione delle democrazie occidentali permise di abbattere il mostro nazista e di restaurare il sistema democratico in Europa, o almeno nella parte che non cadde sotto l’egemonia sovietica. È possibile che si sottovaluti, come già accadde allora, la capacità di tenuta e di reazione delle democrazie. Ma c’è da chiedersi: dove sono oggi i Churchill, i Roosevelt, i De Gaulle?

Valentino Baldacci    (www.vocerepubblicana.it)

Pubblicato in : #Pensalibero24Tag: afghanistan, anni, cina, comunismo, corriere della sera, democrazia, europa, germania, giovani, governo, incubo, la germania, mercato, regime, sostegno, stati uniti

Info Valentino Baldacci

Valentino Baldacci ha insegnato nella Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” dell’Università di Firenze. È autore di numerose pubblicazioni, fra le quali: Liberalismo e liberismo, liberalismo e borghesia nel pensiero di Piero Gobetti (1963); Estremismo e catastrofismo in Franco Rodano (1964); Il calcio come ideologia (1970, con Gerhard Vinnai); Pinocchio e la sua immagine (1981, con Andrea Rauch); L’”Encyclopédie” nella Toscana del ‘700: successi e fallimenti di progetti editoriali (1985); II 18 aprile 1948: la campagna di Toscana (1988); Filippo Stecchi. Un editore fiorentino del Settecento fra riformismo e rivoluzione (1989); II lampione e la lanterna: una chiacchiera sulla satira politica nella Toscana del Risorgimento (1993); La satira politica nella Toscana del Risorgimento – Periodici 1848/1860 (1993); Pietro Leopoldo, un grande riformatore (2000); Il sistema dei beni culturali in Italia – Valorizzazione, progettazione e comunicazione culturale (2004); Gli itinerari culturali – Progettazione e comunicazione (2006); Guadagnarsi il pane. Luoghi e tempi del lavoro in Toscana tra ‘800 e ‘900 (2008, con Zeffiro Ciuffoletti); La Toscana nell’età del Risorgimento (2010 – con Cosimo Ceccuti); Ernesto Nathan, Paolo Orano e l’antisemitismo in Italia (2012); Giovanni Spadolini: la questione ebraica e lo Stato d’Israele. Una lunga coerenza (2013); Tre diverse concezioni del patrimonio culturale (2014).

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