
(fonte archivio storico della Presidenza della Repubblica)
Come il digiuno intermittente sta prendendo piede (luogo comune?) la “pausa social”. #pausasocial Anche Gianni Morandi con milioni di @follower l’ha annunciata sui social. Ci sta.
Le pause fanno sempre bene, come il silenzio in chiesa, come il respiro profondo al Pordoi. Distaccarsi fa bene. Anche dimenticare fa bene. Pensateci.
Evitare comunicazioni pleonastico-rituali fa bene. L’essenziale è meglio.
Quanto può o deve durare una pausa social? Un mese? Un anno? Un giorno? Sei mesi? Mah. Otto anni fa, ho fatto una pausa social di due anni più o meno indotta. Non ho ricordi di ansie o di traumi da #astinenza.
La domanda è: a cosa serve il mio social? A fare vedere i miei occhi o a fare conoscere il mio libro, il mio quadro, la mia poesia, il mio olio, la carrozzeria o i problemi del mio comune?
Ovviamente ognuno ha il proprio obiettivo personale e qui sta il bello del social che in verità è più che mai “personal”.
Il bello della libertà:c’è chi si prende una pausa e c’è chi fa tre post all’ora. C’è chi mette foto di tramonti, chi di gatto e chi di libri. Va bene così nell’ambito ovviamente della legge e del buon gusto e del buon senso. Critichereste mai un’edicola perché accanto al libro di Eco e al Corriere mette un volume su scorpioni o giornalino sugli ombretti e speciale reggiseni? È la libertà bellezza (tipo, è la stampa bellezza!) non ci puoi fare niente.
La scelta non è social ma personal. Con ricaduta social.
Tanti anni fa, ma ricordo come fosse ieri a differenza di tanti social, andai a mangiare una pizza con Federico Scianò, maestro di giornalismo ed etica dell’informazione. Era l’estate del 1990, eravamo entrambi CDR Tg1 con il mitico presidente Vincenzo Mollica. Ma non parlammo di sindacato e neanche di contratti. Parlammo a lungo di #democrazia e #libertà. Eravamo, se non ricordo male da Fiammetta, una pizzeria dalle parti di piazza Navona, e Federico mi raccontava con passione i suoi anni di corrispondente a Londra. Ma anche quello di capo a Torino dove la redazione era talmente libera che ognuno poteva proporre un servizio fino all’ultimo momento al di là del sommario. Ci teneva a ricordare la necessità umana della #coerenza. “Se tu dici una cosa in #pubblico, poi non puoi trasgredirla in #privato. Se tu ti dichiari concorrente e avversario di una o di uno, poi non puoi farci gli accordi e i giochetti”. E socchiudeva gli #occhi. Perché la coerenza è libertà, diceva con sospiro. Avevamo i primi telefonini. Che erano poi telefononi tipo mattonelle. “Ecco vedi Fabrizio, ad esempio questa cosa di avere in tasca un aggeggio che ti può squillare sempre non so se sia vera libertá!” , ricordava Scianò; e ricordo che era il1990, secoli tecnologici fa.
Gli dissi che in concreto il telefonino garantiva comodità, indipendenza e quindi libertà.
“Forse in parte, ma tenendolo anche spento per respirare la nostra libertà”, mi rispose. Non so perché ho associato questo ricordo al tema della pausa social. Forse per l’età o forse per la libertà.
Fabrizio Binacchi

Lascia un commento