E’ vero che Comunione e Liberazione, sotto la guida di don Julian Carron, è passata dalla politica alla “a-politica” o alla “post-politica”? E’ vero che Carron sarebbe tornato a quella “scelta religiosa” che il suo predecessore, Don Luigi Giussani, aveva energicamente contestato fin dagli anni ’60, in nome di una “presenza” cristiana visibile ed efficace? Più d’uno sembra pensarlo, sia dentro che fuori CL, vedi un recente articolo di Dario Di Vico sul Corriere della Sera.
La tendenza non è una novità: è in atto da qualche anno ed è stata innescata dalle vicende giudiziarie di Formigoni e della Compagnia delle Opere. Già il Meeting del 2016 aveva dato la sensazione palpabile di un disincanto, di un cambio di atmosfera e di stile. La Fraternità di Comunione e Liberazione, riconosciuta come tale dal Papa nel 1983, è un Movimento ecclesiale, che ha generato un movimento socio-economico (la Compagnia delle Opere) e un movimento politico (Movimento popolare, prima corrente della Dc, poi di Forza Italia, poi Ncd, poi Area popolare – in Lombardia è “Lombardia popolare” -).
Il rapporto tra queste tre dimensioni è mutato negli anni.
La «irrevocabile distanza critica» dalle avventure di esponenti ciellini nella politica, che don Giussani aveva già dichiarato nel 1987 ad un convegno della Dc ad Assago, si era trasformata nel corso degli anni ’90 e nel primo decennio del 2000 in una relazione molto stretta con la politica, così che il movimento ecclesiale ne veniva sopraffatto e quello socio-economico ne risultava distorto e condizionato.
L’esigenza che la fede non si riducesse ad una presenza incolore nel mondo e che avvolgesse tutti gli ambiti della vita privata e pubblica aveva portato a praticare “la presenza” come esercizio di egemonia e di potere. L’illusione era quella di contrastare il pervasivo processo di secolarizzazione, creando un involucro di difese politiche, istituzionali e legislative della presenza cristiana.
Le vicende giudiziarie e gli scandali, reali o presunti, di Roberto Formigoni hanno obbligato Juliàn Carron, designato da don Giussani quale successore, a rinnovare la distanza critica e a sviluppare del complesso lascito teologico e educativo di don Giussani il lato della libertà personale, dell’assunzione di responsabilità totale nel mondo, della testimonianza attiva, ma disarmata. Presenza come testimonianza, non come egemonia.
Con ciò la politica non è affatto scomparsa dall’orizzonte di Cl e dal Meeting di Rimini, ma la relazione si è fatta più laica e più disincantata: molto ascolto, pochi applausi, ricchi stimoli culturali gettati sul tavolo dei politici e dei ministri di passaggio. In ogni caso, Cl ha fatto «un passo di lato» rispetto alla politica, impegnandosi tuttavia in un vigile accompagnamento culturale.
Tutti contenti i ciellini? No. Una parte della vecchia generazione – quella che si è formata nello scontro con i laici e i comunisti nelle Università e nelle scuole negli anni ’70 – fa fatica a digerire la svolta. Teme il tradimento del nucleo originario dell’esperienza di CL o sospetta che l’agnosticismo riguardo agli schieramenti politici sia soltanto una modalità opportunistica di lasciarsi le mani libere in base a calcoli contingenti o, peggio, che la neutralità ufficiale di trasformi in scelta “ufficiosa”.
Così – si accusa – sarebbe avvenuto in occasione del referendum del 4 dicembre 2016: un NÌ ufficiale, un SÌ ufficioso.
Baruffe chiozzotte, cui assistere con un sorriso di sufficienza laica? No, nessuna sufficienza. Perché in questione sta la ricostruzione dello spirito pubblico del Paese, che oggi è in fase involutiva, carico com’è di odio e di fake news.
L’esperienza religiosa cristiana è uno dei protagonisti essenziali della ricostruzione. Nel Paese e in Lombardia.

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