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PARTIGIANI NON PIÙ DIMENTICATI

“Questi omicidi politici, su cui la stampa e gli storici stesero un velo di totale silenzio, continuarono fin dentro agli anni cinquanta, eliminando centinaia di persone che si opponevano allo strapotere locale del PCI emiliano.” Per gentile concessione di “LIbro Aperto” rivista fondata da G. Malagodi, diretta da A Patuelli

di Redazione Pensalibero.it | 10 Maggio 2007

Per gentile concessione di “LIbro Aperto” rivista fondata da G. Malagodi, diretta da A Patuelli

Al di là delle polemiche che gli storici cosiddetti “revisionisti”, a partire da Renzo De Felice, hanno suscitato, un merito che non si può loro negare: di aver costretto tutti, anche i loro avversari, a rivisitare quel periodo storico che va dal primo al secondo dopoguerra; ora finalmente escono studi di storici e di giornalisti, ma anche di studiosi locali, che ci fanno conoscere quegli anni in modo più realistico. Fondamentali sono stati poi i libri di Gianpaolo Pansa per riaprire alcune pagine che erano state del tutto dimenticate e per diffondere nel grande pubblico i risultati delle ricerche più recenti.
Tale periodo fino a pochi anni fa era consegnato alla agiografica ed intangibile storia “antifascista” ufficiale, della quale si erano impadroniti gli storici della sinistra “…una Grande Bugia. Nasce da un insieme di reticenze, di omissioni, di piccole menzogne ripetute mille volte, di distorsioni della verità. Tutte giustificate dal pregiudizio autoritario che la storia di una guerra la possano raccontare soltanto i vincitori. Anzi, uno solo dei vincitori.”1 Questo è valso soprattutto per la storiografia sulla Resistenza, nella quale la parte più importante era assegnata d’ ufficio ai partigiani controllati dal PCI, con citazione a margine dei soli partigiani cattolici, ai quali era assegnato un ruolo complementare, quasi in un “compromesso storico” ante litteram in cui il ruolo egemonico sarebbe spettato comunque ai comunisti.
In realtà la Resistenza è stata un movimento complesso, in cui sono confluite molte componenti politico-filosofiche, democratiche ma anche non democratiche, liberali e socialiste, monarchiche e repubblicane; le cui spinte motivazionali possono essere riassunte in almeno due diverse e spesso contrapposte concezioni della guerra: quella della Resistenza quale nuovo Risorgimento che ridesse all’ Italia libertà e democrazia, inserendola di nuovo tra gli Alleati occidentali; e quella invece, come scrisse Norberto Bobbio su La Stampa “soprattutto da parte dei comunisti…come una guerra contro il nemico di classe…un movimento rivoluzionario, capeggiato dal Partito Comunista, che mirava a un rivolgimento non soltanto politico, ma anche sociale, a imitazione di quel che era avvenuto in Russia con la Rivoluzione d’ Ottobre”.
La presenza di gruppi partigiani organizzati che si ispiravano consapevolmente ad idee liberali democratiche e laiche, indipendenti dalle brigate comuniste, è ampiamente documentata nelle regioni del Nord-Ovest dove svolsero un ruolo preminente, basi pensare a grandi personaggi quali Edoardo Alessi, Manlio Brosio, Aldo Gastaldi, Giancarlo Odini, Ugo Ricci o Edgardo Sogno; o al dimenticato presidente del CLNAI Alfredo Pizzoni.
Ma anche in Emilia, che nell’ immediato dopoguerra sarebbe stata protagonista delle stragi del “triangolo della morte” e sarebbe poi diventata regione “rossa” per definizione, esistevano brigate partigiane indipendenti ispirate alle idee liberali. Fin dall’ estate 1943 a Reggio Emilia avevano cominciato a circolare clandestinamente i “Fogli Tricolori”: volantini ciclostilati contraddistinti da due linee a matita, una rossa e l’ altra verde, di ispirazione antifascista e la cui polemica “era il veleno dell’ intransigenza morale verso i principii della libertà e della tolleranza”2 questi fogli erano scritti da un gruppo di giovani che presto sarebbero passati alla guerra partigiana: Giorgio Morelli (Solitario), Eugenio Corezzola (Bellis) e Mario Simonazzi (Azor).
Nell’ inverno del 1943/44, quando la vittoria appariva ancora lontana, a cavallo tra le province di Reggio Emilia e di Modena le prime squadre partigiane erano nate proprio per l’ impulso del giovane ventitreenne Mario Simonazzi (Azor), già militare in Aviazione e poi tecnico delle Officine aeronautiche REGGIANE che producevano i famosi caccia RE 2000, RE 2002, RE 2005, il quale decise di dare il suo contributo alla liberazione della Patria raccogliendo un gruppo di amici antifascisti nella zona collinare di cui era originario tra il fiume Secchia ed il torrente Crostolo: “Le aveva fatte sorgere lui tutte le squadre; le aveva armate con sacrifici immensi cercando le armi una per una, dove erano nascoste; era giunto a disarmare militi e tedeschi. Non aveva paura: c’ era in lui un coraggio freddo, misurato…Era di intelligenza aperta, viva; possedeva una capacità organizzativa impressionante; non si scopriva mai.”3
In tale zona, che conosceva come le sue tasche ed in cui aveva numerosi parenti amici e conoscenti, Azor si muove per raccogliere uomini ed armi (la prima consegna di armi avviene già nell’ ottobre 1943), ma poi, dopo il grande afflusso di renitenti alla prima leva della Repubblica Sociale, anche per realizzare le prime operazioni militari: un attacco ai tedeschi lungo la strada Reggio-Scandiano e l’ interruzione della linea ferroviaria Reggio-Sassuolo. “Si delinea subito la specificità della strategia di Azor: la sua idea di azione partigiana è quella di guerra di liberazione nazionale, al di fuori di schieramenti e ideologie… che sarà fra le motivazioni della nascita delle Fiamme Verdi in quello stesso autunno. Una scelta che implica il rifiuto di qualunque presenza politica nella formazione partigiana, quella del Commissario in primo luogo, ma anche di ogni ingerenza partitica (comunista o democratico-cristiana) nella conduzione della lotta armata”4.
Ma questa scelta patriottica ed apolitica era particolarmente difficile in quella zona collinare che Azor aveva scelto, ma in cui la presenza delle SAP controllate dal Partito Comunista era molto forte; il democristiano Sereno Folloni (Molteni) vicepresidente del CLN di Scandiano lo avvertiva con parole che assumono l’ aspetto di tragica premonizione: “corri il rischio di essere solo e non essere compreso e forse combattuto”.
Comunque nel 1944 la collaborazione con le altre formazioni partigiane prosegue con gli attacchi alla Caserma di Canali ed al Calzificio Riva che lavorava per i tedeschi, e Azor è il capo riconosciuto della IV Zona, con otto sezioni ai suoi ordini.
Ma le tensioni con le squadre comuniste sono continue, dovute soprattutto al fatto che Azor rifiuta di collaborare ad attacchi che porterebbero a rappresaglie sulla popolazione civile inerme; mentre nella strategia del PCI proprio le rappresaglie sono cercate quale strumento politico volto ad alienare le residue simpatie della popolazione verso i fascisti e a strumentalizzarle attirando consensi verso la parte più estremista, cioè il PCI stesso.
Egli inoltre non vuole esecuzioni sommarie dei prigionieri fascisti, mentre il Commissario garibaldino Demos ordina: “Siamo intesi, non abbiamo nessuna intenzione di riempire il carcere”.
La zona controllata da Azor era strategica per l’afflusso di rifornimenti dalla pianura alle brigate partigiane che operavano nell’ alto Appennino, e la sua figura ragionevole e moderata serviva da garanzia per fare affluire finanziamenti e rifornimenti da parte di agricoltori e industriali che si fidano della sua “impostazione severamente militare che ha voluto dare alle sue formazioni, ma anche per l’attenzione alla tutela dei civili e al rispetto dei diritti dei singoli, attenzione e rispetto che si traducono innanzitutto nel rifiutare le eliminazioni sommarie del nemico, ma anche nel curare i rapporti con quanti, nella sua zona, devono sostenere le azioni partigiane e non diventarne le vittime”. Delicati erano in particolare i rapporti con gli amministratori locali che “devono convivere con gli occupanti tedeschi e nello stesso tempo non ostacolare le formazioni partigiane; e soprattutto con gli agricoltori e gli industriali “costretti a proseguire la propria attività spesso come fornitori dell’ occupante e nel contempo principali finanziatori” delle formazioni partigiane.
Ai primi del 1945 “Azor” viene promosso Vice-Comandante della 76° Brigata che opera nel vicino settore della valle del Crostolo; “da un lato è il riconoscimento dei meriti acquisiti da Mario nella lotta clandestina; dall’altro gli sottrae il comando diretto della sua zona (ora divenuta il 2° Battaglione)”.
“Purtroppo, forse per consiglio anche dell’esponente della DC nel Comando Piazza, egli accettò. Sperava di riuscire a modulare le attività di tutta la Brigata secondo i suoi metodi di efficienza e combattività, ma anche di attenzione alle già enormi sofferenze della popolazione. Ma, oltre il Comandante (Paride Allegri), avrà a fianco anche il Commissario Politico e questi riteneva suo compito rendere più dura la lotta… non solo contro il nemico tedesco ma anche contro coloro che ai margini ma con simpatia verso il rinato fascismo ritenevano di non aver colpe tali da metterli in posizione di condanna…” 5 Commissario più volte coinvolto in episodi di giustizia sommaria.
Nel frattempo, all’inizio del 1944 nella montagna reggiana si era costituita con il contributo dei due amici liberali di Azor, Giorgio Morelli (Solitario) ed Eugenio Corezzola (Bellis), la Brigata “Fiamme Verdi” che raccoglieva partigiani di idee liberali, di idee cattoliche, monarchici, ex militari apartitici ed un battaglione di militari alleati; tutti accomunati dalla volontà di sottrarsi all’egemonia comunista.
La Brigata pubblicava un giornale: “La penna” diretto dallo stesso Eugenio Corezzola Bellis.
Nel marzo 1945 i tedeschi lanciano un’ offensiva nella zona collinare della valle del Secchia, e tentano poi di estenderla verso la montagna. Le “Fiamme Verdi” contrattaccano e costringono i tedeschi a ritirarsi.
E’ proprio nel corso dell’ offensiva tedesca che Azor scompare, ed il comando partigiano comunista ne approfitterà per affermare che è stato ucciso dal nemico; ma chi conosce le circostanze fin da allora non crede a questa versione. Dopo la fine della guerra, nell’ estate 1945 il corpo di Azor, con segni di bastonate e fori di proiettili, viene trovato semisepolto vicino a Casa del Lupo. Al funerale “tremila persone e più hanno seguito la bara. Vicino alla bara bandiere; e solo bandiere tricolori. Gli amici suoi ne hanno strappata una a un partigiano indegno: non doveva portarla, era un nemico di lui.
Nel cimitero alcuni compagni hanno parlato di lui; uno ha chiesto giustizia; il fratello all’ improvviso ha gridato: Al muro gli assassini!; si è visto qualche volto sbiancarsi e degli occhi rivolti a terra”.6
Nessun giornale (i giornali, come l’ amministrazione e la polizia in quei mesi erano controllati dai partigiani) porta notizia né della morte né del funerale; ma il silenzio viene rotto da una serie di articoli di Giorgio Morelli Solitario su La Penna; “Vide… le esecuzioni sommarie, il dilagare dei delitti politici, lo strapotere spesso violento dei comunisti. Lui e Corezzola decisero di reagire. Il 23 settembre 1945 fecero uscire un settimanale indipendente che anche nella testata voleva segnare la continuità con l’ esperienza partigiana dei suoi redattori…
La loro scelta fu di lasciare i partiti fuori dalla porta del settimanale. Ne derivò qualche attrito con la DC reggiana, impegnata nella difficile gestione unitaria del CLN.”7 In questi articoli il Solitario ricostruisce una lunga serie di omicidi politici verificatisi prima ma anche dopo la Liberazione ad opera di partigiani comunisti contro antifascisti colpevoli di non aderire alla prospettiva della dittatura del proletariato o semplicemente di essere dei borghesi. “All’ asprezza del Solitario non era estranea una tragedia familiare. Il 1° gennaio 1945 erano scomparsi nel nulla due suoi zii, Alfonso e Matilde Rossi di Scandiano… il Solitario non si limitava a rievocare un delitto politico, ma faceva i nomi dei presunti responsabili e cercava di chiarire le ragioni vere dell’omicidio”.
Questi articoli e le denunce della famiglia mettono finalmente in moto la magistratura; le indagini dei Carabinieri portano alla fuga di tre partigiani sospettati che si rifugiano in Cecoslovacchia “Qui migliaia di comunisti si rifugiarono dopo la guerra di liberazione per non scontare le sanzioni per delitti immondi contro sacerdoti, agrari, fascisti ed anche altri partigiani… in questo avamposto della mitteleuropa li seguirono anche molte centinaia di giovani inviati dalla direzione comunista nelle principali città ceche e sovietiche a seguire corsi di addestramento alla guerriglia, al sabotaggio, alla sovversione… Non c’ è nulla di peggio che favoleggiare sul fatto che questo apparato militare sia stato smantellato e trasformato in una struttura volta alla vigilanza. Infatti la squadra che doveva svolgere questo compito a Reggio Emilia è tutta passata nelle Brigate Rosse”.8 Nel 1950 i magistrati poi dispongono l’ arresto di tre partigiani dei quali uno: Grido è esponente di spicco del partito comunista. Due di questi verranno condannati per l’omicidio a quindici anni di carcere, ma Grido si sottrarrà alla condanna, confermata in appello, fuggendo anch’ egli in Cecoslovacchia. Il giornale locale “Reggio Democratica-Gazzetta di Reggio” commenta: “Azor rappresentava un pericolo; si sapeva che in futuro avrebbe continuato a combattere per difendere la libertà conquistata con la guerra di Liberazione… si sapeva che l’organizzazione di Partito che sin dal ’44 si andava formando tra le file dei Volontari della Libertà non avrebbe trovato in lui un militante, ma un nemico fierissimo e pericoloso.
Per queste ragioni bisognava sopprimere Azor”.9 Almeno in Emilia, come ha scritto Bruno Vespa: “… non potevano esistere due Resistenze”.10 Ma la vicenda non finisce qui: l’amico Solitario Giorgio Morelli era stato il primo partigiano ad entrare a Reggio il pomeriggio del 24 aprile, coraggioso e solitario come il suo nome, con le insegne delle “Fiamme Verdi” quando ancora i tedeschi erano in città, ad occupare il municipio ed a sventolare il tricolore; ciò malgrado, dopo le sue denunce relative alla scomparsa dell’amico Azor sulle pagine de “La Penna”, l’ANPI di Reggio espelle lui e Corezzola dalle liste dei partigiani; nel gennaio del 1946 viene fatto segno di sei colpi di arma da fuoco mentre rientra a casa sua a Borzano; di queste ferite morirà nel 1947, senza nel frattempo aver cessato la sua polemica giornalistica sulle pagine della “Penna” dell’ amico Corezzola. “La Penna continuò a indagare su un a serie di delitti politici… ma non ebbe vita facile. In poco più di un anno dovette cambiare tipografia undici volte.
Una di queste, l’AGE di Reggio venne devastata. Spesso accadeva che le copie del giornale fossero prelevate in blocco dalle edicole e bruciate sulla strada”. Eugenio Corezzola, unico sopravvissuto dei tre amici, diverrà poi segretario provinciale del Partito Liberale di Reggio, e tutti i numeri del La Penna verranno ristampati negli anni settanta da Ercole Camurani tra i “Documenti per la Storia del Movimento Liberale”.
Era in corso la strage di migliaia di persone descritta da Pansa nel “Sangue dei vinti”: “Nel reggiano la tarda estate del 1945 vide l’ inizio di una serie di delitti che non avevano alcun rapporto con la resa dei conti dopo la sconfitta del fascismo.
Erano azioni mirate, contro avversari politici o di classe. Agguati selettivi, diremmo oggi, che anche a me ricordano quello che sarebbe accaduto trent’anni dopo con le Brigate Rosse. Il primo a morire in questa fase, il venerdì 31 agosto 1945, fu l’ ingegner Arnaldo Vischi, 54 anni, direttore generale delle Officine Meccaniche Reggiane” di cui Giorgio Morelli Solitario era stato collaboratore. “Dopo la Liberazione era diventato direttore generale con il gradimento del CNL provinciale e del sindacato.
Ma per qualcuno era pur sempre un padrone o un servo dei padroni. Fu per questo che decisero di prenderlo e di ucciderlo.”
Nell’ estate del 1945 il veterinario condotto di Rio Saliceto dr. Lodesani , non iscritto al PFR, di famiglia liberale e zio di chi scrive, fu sequestrato da una squadra partigiana, unica sua colpa essere il più benestante borghese del paese; non si ebbero mai più notizie di lui, pare sia finito nel canale Cavòn insieme ad altre centinaia di vittime delle stragi post-belliche del reggiano.
Poco lontano, a Campagnola, il 20 agosto 1946 veniva assassinato l’ antifascista capitano Ferdinando Mirotti, colpevole di aver organizzato azioni partigiane patriottiche e separate rispetto a quelle controllate dal PCI, forse ucciso dalla stessa squadra che aveva eliminato Vischi.
Il 26 agosto 1946 viene ucciso da due sicari il sindaco socialdemocratico di Casalgrande Umberto Farri, antifascista ma moderato ed amatissimo dai suoi concittadini; due giorni prima, nella vicina Sassuolo, una banda armata di giovani rivoluzionari assassinò l’ avvocato Ferdinando Ferioli, liberale e antifascista, fratello di Alberto che sarà il fondatore del partito liberale di Reggio Emilia e poi a lungo vice segretario nazionale e poi vice presidente nazionale del PLI e deputato. I due omicidi furono effettuati dalla stessa banda partigiana, e le due istruttorie vennero unificate ma gli indiziati trovarono rifugio come al solito in Cecoslovacchia.
Questi omicidi politici, su cui la stampa e gli storici stesero un velo di totale silenzio, continuarono fin dentro agli anni cinquanta, eliminando centinaia di persone, scomode proprio perché non fasciste, che si opponevano da una posizione liberaldemocratica allo strapotere locale del PCI emiliano.
Essi si saldarono poi, con il passaggio del testimone ideologico ma anche di armi e rifugi, alla nascita delle Brigate Rosse proprio a Reggio Emilia negli anni sessanta. Forse non è un caso se il primo attentato delle Brigate Rosse in via di organizzazione fu diretto proprio contro l’on. Alberto Ferioli, allora vicepresidente nazionale del PLI, quando furono sparati contro di lui dei colpi di arma da fuoco attraverso una finestra di casa.

ALBERTO LASAGNI

NOTE
1 Giampaolo Pansa “La grande bugia – Le sinistre italiane e il sangue dei vinti” ed. Sperling&Kupfer Milano 2006
2 Mauro Del Bue “Storia di delitti e di passioni – Dal Triangolo Rosso alle BR” ed. Magis Books Reggio Emilia 1999
3 Giorgio Morelli “Chi ha ucciso Azor?” La nuova Penna dicembre 1945
4 Massimo Storchi “Sangue al bosco del Lupo – Partigiani che uccidono partigiani” ed. Aliberti, Reggio Emilia 2005
5 Sereno Folloni “Mario Simonazzi Azor” ed. Strenna Artigianelli Reggio Emilia 1988
6 Giorgio Morelli “Chi ha ucciso Azor?” La nuova Penna novembre 1945
7 Giampaolo Pansa “Il sangue dei vinti” ed. Sperling&Kupfer Milano 2003
8 Salvatore Sechi “Il vecchio PCI e gli archivi da riaprire” in Il Sole 24 Ore 18 febbraio 2007
9 Anonimo in “Reggio Democratica-Gazzetta di Reggio” marzo 1950
10 Bruno Vespa “Vincitori e Vinti – Le stagioni dell’odio” ed. Mondadori Milano 2005

Pubblicato in : Dossier

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