Mentre ci balocchiamo tra improbabili neologismi para-economici e si straniamento sociale in Italia raggiungiamo vette inaudite di disoccupazione giovanile e primati da record di divaricazione sociale.
Invochiamo la “ripresa” e ben sappiamo che non sarà più quella di una volta. E’ cambiato tutto il mondo dell’economia, non potrà esserci una “ripresa” come quella di fine anni Novanta. Inneggiamo all’ “innovazione” e agli “investimenti” facendo finta di non capire che più innovazione e più investimenti voglion dire meno occupazione (vecchia), meno lavoratori (come li conosciamo).
Arriviamo a coniugare, senza porci dubbi di logica, frasi imbarazzanti come la “crescita negativa” e lo “sviluppo deflattivo” mentre saltano fabbriche e interi comparti perdono mercati. C’è sicuramente un problema di impianto economico e politico che va rivisto (in Europa e nel Mondo, non solo in Italia) ma c’è anche un problema di codici superati, di parole vuote, di significati semplicemente svaniti.
Per esempio: che senso ha innovare e investire in nuove tecnologie se non “allarghi” lo sguardo e non fai “alleanze” almeno intercontinentali? Che senso ha il “piccolo bello” se non è nella rete almeno internazionale delle eccellenze del settore? Che senso ha fare una ceramica d’autore nel modenese, e un cotto straordinario nel senese, un vino superlativo nel Chianti e un maglione da premio nel mantovano se non sei nella filiera delle alleanze internazionali che sviluppano tecnologia di prodotto e acquisiscono mercati allargati?
Le parole vuote ci ubriacano e rischiano di farci perdere senso e direzione. Ripuliamo il mondo, giusto, ma ripuliamo anche il vocabolario, non solo economico. Sarebbe già qualcosa evitare di perdere tempo, sciupare convegni, consumare paginate di titoli in motti, slogan, stereotipi che appena al di là di un vicino prossimo confine culturale e non solo geografico, tradiscono tutta la loro antichità, la loro muffa. La differenza tra Blablacar e molti convegni? Che almeno in Blablacar ci si sposta! Nel convegni solo bla bla
Mentre ci balocchiamo tra improbabili neologismi para-economici e si straniamento sociale in Italia raggiungiamo vette inaudite di disoccupazione giovanile e primati da record di divaricazione sociale. E perdiamo tempo: un mese di oggi vale un semestre di tre anni fa, un semestre di oggi per una panificazione economica è già un tempo quasi biblico per i ritmi delle decisioni e le evoluzioni dei mercati. Tutto questo è successo perché improvvisamente imprenditori, banchieri, investitori, mercati, Stati sono diventati cattivi e crudeli? Sta succedendo, più semplicemente, perché cambia il modo e il mondo degli scambi economici, delle regole geopolitiche, tra crisi e mini boom. E noi non ci siamo. Se non ci agganciamo a questo “modo mondo” di cambiamento, anche nei codici linguistici, anche nelle parole che dovranno diventare piene, sarà difficile rimanere nel giro.
E allora ecco rincorrersi nuovi titoli più catastrofisti: “Italia arretra, “spianati”, Italia bloccata, “addio ripresa”, titoli e slogan che possono far vendere anche due trecento copie di giornale in più ma non aiutano la trasformazione culturale del Paese, di noi Paese. Da tante parti invocano nuove alleanze tra banche, imprese, amministrazioni e livelli di governo dalla regione all’Europa quando nella realtà sembra che si facciano i dispetti: burocrazie lente, affastellamento di norme, caos legislativi, regolamenti contraddittori, col risultato sicuro della perdita d’orientamento. Ogni giorno ha la sua croce, ieri l’art. 18, oggi il Tfr, domani i rincari, la settimana prossima chissà cos’altro, ma se almeno pulissimo i nostri giorni dalla parole vuote (o diventate vuote) sarebbe già un buon inizio. Ah, a proposito anche “buon inzio” rischia di essere vuoto. Se non ci sbrighiamo.

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