
La Chiesa – afferma l’Autore – è un attore generalmente trascurato negli studi sulla Guerra Fredda; senonché qui l’attore – più che la Chiesa – è Karol Wojtyla, il cardinale polacco che la sera del 16 ottobre 1978 si affacciava su piazza San Pietro – primo pontefice straniero dopo 455 anni – con la confidente umiltà del pastore. La sua elezione generò un immediato sussulto di orgoglio e di speranza nel ‘suo’ popolo, mentre l’establishment veniva colto di sorpresa, come traumatizzato. L’avvento del 263°mo successore di Pietro condensò una grave incognita sul cielo comunista di Varsavia e determinò il revirement di quella ‘ostpolitik’ vaticana che, nelle parole del cardinale Villot segretario di Stato di Paolo VI, era divenuta “ars non moriendi” più che “modus vivendi”; con il suo rivolgersi, con il parlare direttamente alle masse dei credenti, egli disorientò gli stessi ambienti vaticani, adusi a tessere le fila della diplomazia, impreparati al salto.
Il papa dell’Est fu la variabile che rimise in gioco tutto quanto, compreso quell’Atto di Helsinki con cui la Santa Sede aveva sottoscritto l’inviolabilità dell’ordine emerso dal secondo conflitto mondiale. Non a caso il Ministro degli Esteri di Breznev, Andrej Gromiko, ebbe a dire di lui, con espressione efficace: “Sul trono papale c’è un uomo esperto, un furbo di tre cotte, un nostro minaccioso avversario ideologico e politico.”
Giovanni Paolo II emerge da queste pagine per ciò che egli fu, effettivamente: servo di Dio, dotato di forza e convincimento non comuni, ma anche grande politico, sol che si intenda bene il termine: non di politica nel senso di schieramento si tratta, bensì di istanze di libertà e di riconoscimento dei diritti umani. Attribuendo importanza fondamentale alla cultura, egli sapeva che “a dispetto di oltre trent’anni di propaganda ateistica, la fede cristiana continuava ad essere la chiave interpretativa della storia polacca” e si saldava pienamente con le istanze di autogestione e di libertà del popolo: v’era un “legame inscindibile tra nazione e religione”. Egli sapeva anche che il comunismo non sarebbe durato in eterno e che il dialogo con l’Est doveva investire anche la sfera dello sviluppo sociale, politico e culturale, che dovevano volgersi al servizio dell’uomo.
Giiovanni Paolo II portò la Chiesa, con coraggio e con prudenza, a navigare in acque sconosciute e seppe ‘cuocere’ il regime polacco a fuoco lento, senza tuttavia esasperarlo. Se poi non fu mai rottura tra i due poteri, fu anche perché entrambi erano consapevoli della posta in gioco e il fattore patriottico imponeva agli stessi uomini del Poup di non dare adito ad un intervento militare esterno. Anche i comunisti polacchi erano, a modo loro, prima polacchi e poi comunisti. E il contegno ‘liberale’ del regime verso la Chiesa fu un unicum nell’universo socialista.
Il libro di Signifredi ha come orizzonte temporale un decennio cruciale, in cui si inquadrano eventi drammatici per la Polonia: le trattative estenuanti per il primo viaggio apostolico (giugno ’79) e il segno profondo che lasciò nel Paese, la nascita di Solidarnosc e l’occupazione a Danzica dei cantieri Lenin (estate ’80), il colpo di Stato del 13 dicembre 1981; e poi il secondo viaggio nel giugno 1983, l’assassinio dell’abate Popieluszko (ottobre ’84), l’arrivo della perestrojka a Varsavia (primavera 1985) e il terzo viaggio papale (giugno ’87) prima della dissoluzione dell’impero sovietico.
C’è un motivo in più nel tornare a questa storia recente, oggi che sappiamo che le promesse legate a quella dissoluzione non sono state in parte mantenute, il mondo non è diventato più pacifico e più sicuro e ci domandiamo se non fosse addirittura migliore, prima della caduta del Muro? La risposta è: si. Perché oggi è l’Occidente che rischia una dissoluzione – certo, diversa da quella dell’Est comunista – e il pontificato di Giovanni Paolo II offre (ancora) spunti importanti per una cura.
Paolo Marini

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