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Ottanta anni di Repubblica, la sfida dell’Europa federale

La nostra Repubblica compie ottant’anni. Questo storico traguardo del 2 giugno non può e non deve ridursi a un mero esercizio di retorica istituzionale, né a un freddo bilancio contabile di schede e scadenze. Per noi repubblicani, il 2 giugno 1946 non fu un semplice verdetto nelle urne o un cambio indolore di forma dello Stato. Fu il compimento di un’idea potente, custodita per decenni nelle catene delle prigioni borboniche e sabaude, tra le ombre dei patiboli pontifici e nei sogni profetici di Giuseppe Mazzini. Quella scelta democratica fu l’atto sacro con cui la “pietra grezza” di un’Italia ferita e devastata dalla dittatura fascista e dalle complicità monarchiche veniva finalmente sbozzata dalla volontà sovrana del popolo, per diventare la pietra d’angolo di un tempio nuovo, edificato sui valori immortali di Libertà, Uguaglianza e Fratellanza.

di Eugenio Fusignani | 2 Giugno 2026

La nostra Repubblica compie ottant’anni. Questo storico traguardo del 2 giugno non può e non deve ridursi a un mero esercizio di retorica istituzionale, né a un freddo bilancio contabile di schede e scadenze. Per noi repubblicani, il 2 giugno 1946 non fu un semplice verdetto nelle urne o un cambio indolore di forma dello Stato. Fu il compimento di un’idea potente, custodita per decenni nelle catene delle prigioni borboniche e sabaude, tra le ombre dei patiboli pontifici e nei sogni profetici di Giuseppe Mazzini. Quella scelta democratica fu l’atto sacro con cui la “pietra grezza” di un’Italia ferita e devastata dalla dittatura fascista e dalle complicità monarchiche veniva finalmente sbozzata dalla volontà sovrana del popolo, per diventare la pietra d’angolo di un tempio nuovo, edificato sui valori immortali di Libertà, Uguaglianza e Fratellanza.

Oggi, in un tempo di profonda incertezza globale, di smarrimento etico e di preoccupante frammentazione dei legami sociali, il Partito Repubblicano Italiano avverte la necessità impellente di richiamare il Paese a quella Luce che guidò i padri costituentii. Si tratta di una luce fatta di rettitudine, di rigore personale e di impegno morale che non può ammettere ombre di autoritarismo o pericolose scorciatoie antidemocratiche.

Il DNA più puro della nostra Repubblica affonda le sue radici morali ed epiche nell’epopea del Risorgimento. È da eventi fondativi come la leggendaria “Trafila Garibaldina”, che salvò l’Eroe dei Due Mondi grazie alla solidarietà spontanea e clandestina del popolo, che è nata l’idea stessa di una nazione unita e libera. Quella catena di solidarietà e coraggio civile non era mossa da un nazionalismo escludente, ma dalla consapevolezza che l’Italia doveva farsi Stato per farsi portatrice di civiltà nel mondo.

Questa memoria non è un reperto polveroso da archivio. Al contrario, l’attualità dirompente del pensiero di Giuseppe Mazzini ci ricorda che gli ideali di etica pubblica, di associazione e di dovere sono la calce stessa, il cemento spirituale che tiene solidamente uniti i mattoni delle nostre istituzioni. Senza quella calce ideale, anche l’architettura democratica più robusta rischia di sgretolarsi sotto i colpi dell’indifferenza e del qualunquismo.

Come repubblicani, il nostro dovere di custodi della tradizione laica e risorgimentale ci impone di analizzare il tempo presente con gli occhi della verità e con il rigore della nostra analisi politica. Le grida drammatiche di guerra alle porte dell’Europa ci ricordano che la pace e la libertà non sono possessi definitivi. Assistiamo oggi all’inquietante riemergere tossico di pericolose avventure sovraniste e populiste, mascherate da un finto patriottismo di facciata.

Il PRI lo dice con chiarezza: il sovranismo e il populismo sono le grandi menzogne del nostro secolo. Esse illudono i popoli che chiudendosi dentro un confine, innalzando vecchi e nuovi muri o rincorrendo risposte demagogiche immediate si possano risolvere problemi che sono globali per definizione. La storia insegna che l’isolazionismo e la demagogia portano solo all’impoverimento economico, all’intolleranza culturale e, inevitabilmente, al conflitto bellico. Si tratta di un attacco frontale alla grande prospettiva mazziniana, secondo la quale non vi è alcuna contraddizione tra l’amore sincero per la propria patria e l’Europa unita. L’Europa federale dei popoli non è la negazione della patria, ma il suo storico e naturale completamento. Un disegno architettonico universale che oggi abbiamo il dovere morale di difendere contro ogni rigurgito reazionario, populista e illiberale.

Questa spinta ideale verso la federazione europea diventa ancora più urgente alla luce della drammatica situazione internazionale. Davanti ai conflitti che insanguinano i confini europei e il Medio Oriente, assistiamo anche al riaffiorare di un veleno antico che speravamo cancellato dalla storia, ovvero il risveglio dell’antisemitismo. Davanti a questa deriva, abbiamo il dovere della fermezza democratica, ricordando che le gravi e precise responsabilità politiche e militari del governo Netanyahu nel conflitto mediorientale non possono e non devono mai essere usate per legittimare l’antisemitismo o per giustificare l’odio contro il popolo ebraico. La critica alle azioni di un governo non può mai diventare un alibi per il pregiudizio razziale o religioso.

A questa complessa cornice geopolitica si aggiunge una piaga interna, che investe il Paese reale e l’attuale gestione governativa. Siamo davanti a un Esecutivo che, giunto ormai alla fine del suo mandato naturale, accumula ritardi evidenti e appare ancora impegnato nella ricerca costante di alibi, scaricando le colpe su chi lo ha preceduto piuttosto che assumersi la piena responsabilità di governare il presente. Assistiamo a un preoccupante arretramento sul fronte dei diritti sociali e della dignità del cittadino. Una Repubblica che non cura i suoi figli, che taglia le risorse alla sanità pubblica e non protegge i più fragili, sta tradendo il patto fondativo del 1946. La sicurezza dei cittadini, diritto inalienabile, richiede risposte strutturali e leggi efficaci, non la costante e sterile propaganda elettorale.

Inoltre, non possiamo tacere davanti allo svuotamento biologico del dibattito pubblico, brutalmente sacrificato sull’altare di slogan urlati nelle piazze virtuali dei social network, dove troppo spesso l’ignoranza viene eletta a sistema e la competenza derisa. Quando si smarrisce il valore etico delle parole, si perde la capacità di pensare criticamente.

Per disinnescare queste derive serve una cultura politica forte, di cui i repubblicani sono storicamente portatori e che non è assolutamente delegabile ad altri. Non possiamo affidare la difesa della democrazia a improvvisazioni tecnocratiche o a populismi di ritorno. La nostra cultura laica, democratica e mazziniana è l’unica capace di legare il senso della storia alle risposte per il futuro.

Ecco perché, a ottant’anni dalla nascita della nostra comunità democratica, la Voce Repubblicana solleva una proposta: abbiamo il disperato e urgente bisogno di recuperare un vero e proprio “Lessico della Repubblica”.

Serve una rinnovata “pedagogia civile” che rimetta al centro la Politica con la P maiuscola, intesa mazzinianamente come un “apostolato di doveri”. Dobbiamo educare le nuove generazioni alla cittadinanza attiva, al senso di responsabilità e al rispetto assoluto delle istituzioni. La democrazia non è un bene conquistato una volta per tutte, ma un edificio comune da proteggere e ricostruire ogni giorno.

Contro i nazionalismi esasperati, contro i tentativi di alterare i delicati equilibri della nostra Carta Costituzionale e contro l’individualismo sfrenato dei soli diritti senza doveri, il Partito Repubblicano Italiano continua a indicare la strada maestra, forte di una tradizione che nessuno può sostituire: rimettere al centro la fratellanza universale, la tolleranza illuminata e il progresso morale dell’umanità. Solo così potremo far camminare la nostra Repubblica con passo fermo verso il futuro, sotto l’egida della giustizia, della ragione e della Verità.

No ai nazionalismi e ai populismi, sì all’Europa dei Popoli! Viva l’Italia, viva la Repubblica.

Eugenio Fusignani

(da La Voce Repubblicana)

Pubblicato in : Editoriale

Info Eugenio Fusignani

Eugenio Fusignani è Cavaliere della Repubblica e membro del Tribunato di Romagna. Laureato in Economia aziendale e marketing, svolge l’attività di geometra come libero professionista. Dal 2021 è presidente nazionale di Culturalia, settore culturale dell’Agci. Iscritto al Partito Repubblicano Italiano dal 1976, attualmente è Segretario regionale del Pri dell’Emilia-Romagna. Dal 2016 è vicesindaco del Comune di Ravenna

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Luca Bagatin

    2 Giugno 2026 alle 09:42

    Un tempo glorioso partito, il PRI di oggi dove sia nessun lo sa.
    Partitino liberale che abbandonò Mazzini (e il repubblicanesimo autentico) moltissimi decenni fa.
    Il repubblicanesimo è giustizia sociale, sovranità nazionale, indipendenza economica.
    Non equivoco. Non liberalismo. Non renzismo.

    Rispondi

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