
Lo spread francese oltre i 200 punti è la prova provata che il complotto contro l’Italia, e in particolare nei confronti di Silvio Berlusconi, che è stato evocato, non ultimo da Il Foglio, non esiste e non è mai esistito. Se sussistesse, quel Sarkozy che con la signora Merkel è stato indicato come il mandante dell’aggressione finanziaria contro di noi, oggi non sarebbe vittima dello stesso meccanismo di mercato di cui siamo stati vittime noi. Prevengo l’obiezione che dice: ma noi abbiamo detto che Francia e Germania hanno deciso di scaricare sull’Italia la responsabilità e le conseguenze dell’attacco speculativo contro l’euro. Vero. Ma questo, in mancanza degli Stati Uniti d’Europa e quindi di un governo federale che vada oltre l’orizzonte degli interessi nazionali, fa parte di una normale dinamica dei rapporti di forza (tema che dovrebbe essere familiare a chi spesso ricorda, giustamente, come la politica sia un maschio scontro di interessi e di potere). Peggio per noi se nell’euroclub siamo deboli e vulnerabili, peggio per noi se siamo arrivati alla crisi della moneta unica con sulle spalle il fardello di una crisi tutta italiana – di cui portiamo la responsabilità solo noi, equamente divisa tra ceto politico, classe dirigente e società civile – che si è sommata alla prima determinando le condizioni perché i mercati ci prendessero di mira. La verità è che le stesse enormi masse di denaro che nel mondo avevano puntato sugli immobili e sulla finanza derivata, determinando quelle bolle speculative che sono cominciate a scoppiare da luglio 2007 inpoi, dall’inizio del 2010 hanno deciso di cercare alti margini di guadagno scommettendo sulla crisi dell’euro. Non si tratta di un complotto, e neppure di un disegno: è solo la logica constatazione che le tare genetiche della moneta unica, rimaste nascoste nei suoi primi anni di vita, sarebbero diventate contraddizioni pronte ad esplodere per effetto del fatto che l’Europa per affrontare la crisi finanziaria mondiale aveva dovuto accrescere enormemente il livello dei debiti pubblici, esponendo così i propri titoli sovrani al pericolo di rimborsi sempre più onerosi e faticosi.
Così la speculazione ha attaccato per primi i pesi più piccoli e maggiormente esposti – Grecia, Irlanda e Portogallo – poi è puntualmente passata, come era facile prevedere, ai due paesi più grandi che, per motivi diversi, erano vulnerabili: Spagna e Italia. La Spagna ha risposto alzando bandiera bianca: Zapatero ha convocato le elezioni annunciando che non vi avrebbe concorso, e ha concordato con l’opposizione prossima a vincerle una modifica bipartisan della Costituzione che obbliga al pareggio di bilancio. E tanto è bastato a risparmiarla. L’Italia, invece, già in preda ad una crisi politica che non trovava sbocco perché segnava il default del regime politico chiamato Seconda Repubblica, ha prima negato l’esistenza del problema – “figuriamoci se la sigla Piigs si scrive con due i” – poi l’ha sottovalutato ridimensionandolo, infine gli è scoppiato in faccia. Non certo per un malevolo disegno di “Merkozy”, ma per la prevedibilissima (e, per esempio, dal sottoscritto detta e ridetta mille volte) logica degli investitori. I quali sono stati incoraggiati ad andare avanti nella loro strategia speculativa, questo sì, da Francia e Germania, che ritenendosi estranee agli attacchi e non avendo in testa una way-out credibile per l’euro, hanno messo in mostra tutta la fragilità dell’eurosistema, cincischiando su un salvataggio, quello della Grecia, che avrebbe potuto (e dovuto) essere realizzato in un attimo e con un dispendio di risorse enormemente più basso di quello che ci sta costando ora. Una miopia – perché di questo si tratta – che ora viene punita con l’attacco che la speculazione ha osato portare a uno dei due pilastri da tripla A della Ue, quello che con l’85,4% di debito e il 5,7% di deficit sul pil è peggio messa.
Ecco dunque quella che si profila come la penultima mossa della speculazione: portarela Francia in zona pericolo, cioè sopra i 200 punti di spread, cosa che costringerà le agenzie di rating al downgrade, che a sua volta farà rialzare ulteriormente i differenziali. Naturalmente per rendere più sostenibile questo attacco, bisogna tenere l’Italia e portarela Spagna nell’area 500, quella da allarme rosso, e cominciare a far salire gli spread di Belgio, Olanda, Austria, Finlandia. E così è. Facile immaginare che l’ultimo passaggio sarà poi sulla Germania. Sempre che le risposte dei singoli paesi siano deboli – come fin qui è stata quella dell’Italia, per colpa dell’insipienza del governo Berlusconi e di chi vi si opponeva, e per le richieste sbagliate di Bruxelles e Francoforte, che avrebbero dovuto (e dovrebbero) puntare al debito e non al deficit – e che rimanga inesistente la risposta comunitaria. Solo adesso che le “nuvole minacciose” le si avvicinano,la Merkel ha cominciato a parlare di “cessione di sovranità” ad un’entità federale. E’ l’unica strada. Speriamo che non sia troppo tardi. E convinciamoci che comunque non siamo esentati dal sistemare casa nostra.

Corruzione ed Evasione: la truffa del debito pubblico italiano
Il debito pubblico italiano, frutto esclusivo della corruzione politica e burocratica e della evasione fiscale, continua a preoccupare l’economia e la finanza globalizzata.
L’agenzia di rating internazionale cinese Dagong Global Credit Rating ha ieri declassato il debito pubblico sovrano della repubblica italiana da A – a BBB, con un outlook negativo, il che, per un paese avanzato e complesso come è l’Italia, equivale a ridurre la valutazione finanziaria (ma anche e soprattutto di tenuta economica e politica del paese) ad un livello che porta l’Italia al di fuori del giro delle grandi potenze economiche mondiali.
L’Italia è fuori dal grande giro che conta, con un futuro che promette solo peggioramenti, sacrifici immensi e dolorose perdite di potere d’acquisto, potere contrattuale e peso politico.
Il rischio di contagio della crisi italiana, mette in pericolo l’intera Eurozona.
Infatti il giorno successivo al downgrade italiano e la minaccia da parte dell’agenzia di rating internazionale Standard & Poor’s di declassare l’intera eurozona, ecco arrivare il declassamento effettivo del rating francese da AA- ad A+.
La situazione europea, ed in particolare la condizione italiana, appaiono sempre più critiche e pericolose.
L’Italia, in particolare, è ormai solo ad un passo dal vedersi valutati i bond italiani (BOT e BTP), emessi a garanzia e rifinanziamento del debito pubblico sovrano al valore della mera carta sulla quale sono stampati.
L’indicazione del rating italiano a BBB infatti, porta il bond italiano ad un passo dalla definizione di “junk bonds” (titolo spazzatura), così come è definito nella Bond Rating Definition:
AAA and AA: High credit-quality investment grade
AA and BBB: Medium credit-quality investment grade
BB, B, CCC, CC, C: Low credit-quality (non-investment grade), or “junk bonds”
D: Bonds in default for non-payment of principal and/or interes
Il declassamento ulteriore del debito sovrano italiano porterebbe ad un indirizzo di disinvestimento e di non investimento in titoli italiani.
Sarebbe la certificazione di morte della repubblica italiana, sarebbe la realizzazione del completo fallimento dell’entità statuale italiana, sia come unità politica che come unità economica e finanziaria.
Ma il passo è più breve di quel che si pensi.
Esiste infatti un debito pubblico italiano nascosto fra le pieghe dei bilanci (e fuori da essi) locali, regionali, provinciali e comunali, compreso e soprattutto l’universo delle società pubbliche e pubblico-private di “presunto servizio pubblico” servizio locale.
La domanda giusta è:
le agenzie di rating internazionale hanno dati ed informazioni analitiche su questo debito pubblico grande quanto quello sovrano?
Le agenzie di rating sono a conoscenza che il debito pubblico italiano è frutto esclusivo della corruzione politica e burocratica e della evasione fiscale?
Le agenzie di rating sono a conoscenza del fatto che il 90% dei grandi appalti pubblici italiani vengono aggiudicati alle organizzazioni mafiose?
Inoltre, perché dovrebbe pagarlo il popolo italiano questo debito pubblico costruito con la corruzione politico-burocratica?
E perché lo stato italiano non rende pubblici i dati sulla partecipazione al prelievo fiscale?
Quanto partecipano effettivamente al prelievo forzoso fiscale i lavoratori dipendenti ed i pensionati?
E quanto gli artigiani?
Quanto i commercianti?
Quanto i professionisti?
Quanto gli industriali?
Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X
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