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Oltre Pretoria: la crisi etiope tra frammentazione interna e rivalità regionali

Il 23 settembre le forze tigrine guidate dal Tigray People’s Liberation Front (TPLF) hanno preso il controllo degli aeroporti nazionali di Axum, Shire e Mekelle, le tre principali città nella regione del Tigray. L’offensiva è avvenuta pochi giorni dopo l’annuncio della creazione dell’Alliance for Survival, una coalizione di sette gruppi, tra cui il TPLF, l’Amhara Fano National Movement, l’Oromo Liberation Army, e quattro formazioni minori attive nelle regioni Somali, Afar e Benishangul-Gumuz.

di Istituto Ispi | 13 Ottobre 2026

di Federico Donelli*

Il 23 settembre le forze tigrine guidate dal Tigray People’s Liberation Front (TPLF) hanno preso il controllo degli aeroporti nazionali di Axum, Shire e Mekelle, le tre principali città nella regione del Tigray. L’offensiva è avvenuta pochi giorni dopo l’annuncio della creazione dell’Alliance for Survival, una coalizione di sette gruppi, tra cui il TPLF, l’Amhara Fano National Movement, l’Oromo Liberation Army, e quattro formazioni minori attive nelle regioni Somali, Afar e Benishangul-Gumuz. Pur con basi territoriali e agende diverse, i membri dell’alleanza condividono l’obiettivo dichiarato di rovesciare il governo di Abiy Ahmed e avviare un processo di cambio di regime.

L’escalation si inserisce in un quadro di accuse reciproche sulla violazione dell’Accordo di Pretoria che nel 2022 aveva formalmente posto fine al conflitto tra il TPLF e il governo centrale. Il TPLF ha giustificato le proprie operazioni come una risposta ai raid con droni, attribuiti alle forze federali e diventati più frequenti nel mese di agosto. Il movimento accusa Addis Abeba di continuare a esercitare pressioni economiche, militari e politiche sul Tigray, mentre il governo sostiene di agire per contrastare le insorgenze e riaffermare la propria autorità sul territorio. Il conflitto si è rapidamente esteso nelle regioni Amhara e Afar. Le forze federali hanno lanciato una controffensiva verso nord e il 4 ottobre hanno ripreso la capitale del Tigray e il suo aeroporto, mentre il TPLF ha annunciato un ritiro temporaneo per proseguire le operazioni altrove.

Il vuoto lasciato dall’Accordo di Pretoria

Firmato nel novembre 2022, l’Accordo di Pretoria aveva posto fine ai due anni di guerra nel Tigray, tra i conflitti più devastanti degli ultimi decenni in Africa. Sebbene l’accordo fissasse le condizioni per il cessate il fuoco e il disarmo, questo lasciava aperte alcune delle questioni politiche e territoriali che avevano alimentato il conflitto. L’Unione Africana (UA), che avrebbe dovuto vigilare sul rispetto dell’intesa, non ha predisposto degli strumenti politici necessari per garantirne l’applicazione. A questo si è aggiunta una profonda diffidenza tra le parti, che ha continuato a ostacolare il dialogo politico. Inoltre, i diversi impegni previsti dall’intesa – migliorare la sicurezza, ritirare le forze, restituire i territori e favorire il ritorno degli sfollati – erano strettamente interdipendenti: il mancato progresso su uno di questi fronti rischiava di compromettere gli altri. Infine, l’accordo ha coinvolto il governo federale e il TPLF, escludendo alcuni degli attori più rilevanti del conflitto, tra cui l’Eritrea e le forze amhara.

Venuto meno lo slancio iniziale, l’accordo si è progressivamente indebolito. Le controversie territoriali nel Tigray occidentale – la porzione più a ovest della regione, che si trova al centro di una contesa territoriale in quanto rivendicata sia dal Tigray sia dall’Amhara – sono rimaste aperte e centinaia di migliaia di sfollati non hanno ancora potuto fare ritorno, mentre il disarmo è rimasto condizionato dall’assenza di sufficienti garanzie di sicurezza. Parallelamente, il rapporto tra governo federale e autorità tigrine è rimasto teso. Pretoria aveva previsto un’amministrazione regionale ad interim fino a nuove elezioni regionali, mai tenute, e il cui mandato è stato prorogato più volte. A fine aprile 2026, il TPLF ha avuto uno strappo interno, quando la leadership del partito ha estromesso l’amministrazione sostenuta da Addis Abeba e istituito un consiglio regionale guidato da Debretsion Gebremichael, già leader del Tigray durante la guerra del 2020-2022. Emerge quindi un ulteriore limite di Pretoria: l’accordo regolava i rapporti tra due parti, mentre oggi il fronte tigrino è diviso. La stessa frammentazione caratterizza il più ampio fronte antigovernativo a livello nazionale, composto da gruppi divisi da profonde divergenze politiche e rivalità pregresse ma accomunati dalla volontà di rovesciare il governo di Abiy.

La regionalizzazione della crisi lungo tre direttrici

La crisi etiope si inserisce in un quadro regionale segnato da interessi e rivalità interstatali, che rischiano di favorirne l’estensione oltre i confini nazionali.

Il complesso rapporto tra Etiopia ed Eritrea rappresenta il primo nodo. La normalizzazione del 2018 aveva posto fine a un ventennio di ostilità, ma i rapporti tra i due Paesi si sono progressivamente deteriorati. L’esclusione dell’Eritrea dagli Accordi di Pretoria, la questione dell’accesso dell’Etiopia al mare e le accuse reciproche di sostenere gruppi armati ostili hanno contribuito ad aggravare le relazioni, fino a portare alla rottura dei rapporti diplomatici lo scorso primo ottobre. Le accuse etiopi di sostegno eritreo a gruppi armati antigovernativi risalgono almeno all’autunno 2025 e si sono intensificate nel corso del 2026. Più recentemente, il capo di stato maggiore etiope e il presidente della regione Afar hanno accusato Asmara di sostenere il TPLF. Asmara nega un coinvolgimento diretto, ma le truppe eritree entrate in Tigray sarebbero già finite nel mirino dei droni governativi, acuendo il rischio che la crisi interna etiope si trasformi in una guerra aperta tra i due Paesi.

Il Sudan rappresenta un secondo importante asse della regionalizzazione. La guerra iniziata nell’aprile 2023 tra l’esercito regolare, le Forze Armate Sudanesi (Sudanese Armed Forces, SAF) e un gruppo paramilitare, le Forse di Supporto Rapido (Rapid Support Forces, RSF), si intreccia con la crisi etiope sul piano geografico e militare. Addis Abeba e Khartoum si sono accusate reciprocamente di sostenere le forze antigovernative attive nei rispettivi Paesi, mentre alcuni contingenti tigrini avrebbero combattuto al fianco delle SAF contro le RSF. La vicinanza geografica rende particolarmente sensibili le aree di frontiera, dove confini scarsamente presidiati facilitano il passaggio di combattenti, rifugiati, armi e rifornimenti, favorendo il propagarsi delle dinamiche di un conflitto all’altro. Un precedente significativo è rappresentato da al-Fashaga, area agricola contesa tra Sudan ed Etiopia, dove tra il 2020 e il 2022, mentre l’esercito etiope era impegnato nel Tigray, le forze sudanesi avanzarono e assunsero il controllo di gran parte del territorio conteso.

Il Mar Rosso rappresenta una terza direttrice attraverso cui la crisi potrebbe estendersi oltre i confini etiopi. L’Etiopia, priva di sbocco sul mare dal 1993, rivendica il diritto a un accesso stabile al mare. Tra le opzioni considerate da Addis Abeba vi è anche il porto eritreo di Assab, una prospettiva che contribuisce ad acuire le tensioni con Asmara e collega gli sviluppi nel nord dell’Etiopia al più ampio quadro strategico del bacino del Mar Rosso. Nel frattempo, l’Egitto, da tempo in contrasto con l’Etiopia sulla gestione delle acque del Nilo e accusato da Addis Abeba di sostenere le forze ostili al governo federale, ha progressivamente rafforzato i rapporti con Eritrea, Somalia e Sudan, allargando di fatto il terreno di competizione al Mar Rosso. Il 4 ottobre, i leader dei quattro Paesi hanno adottato la Dichiarazione congiunta di El Alamein, ribadendo l’inviolabilità della sovranità statale e il ruolo dei paesi rivieraschi nella gestione del Mar Rosso, in una posizione comune che si contrappone alle ambizioni regionali di Addis Abeba. Le rivalità tra gli Stati della regione assumono così una dimensione sempre più ampia, estendendosi dal Nilo al Corno d’Africa e al Mar Rosso. Anche i paesi del Golfo seguono da vicino gli sviluppi regionali, interessati al controllo di porti e rotte commerciali strategiche nel Mar Rosso. Il coinvolgimento di attori esterni mostra come la crisi etiope – così come la guerra civile sudanese – pur nascendo da dinamiche interne, si intrecci con più ampie dinamiche regionali ed extra-regionali.

Un nuovo negoziato?

Attualmente, la priorità è contenere l’escalation delle ostilità e un loro allargamento regionale, e creare le condizioni per la ripresa del negoziato. Nell’attuale contesto internazionale il raggiungimento di accordi di cessate il fuoco di medio periodo, potenzialmente rinnovabili, rappresenta spesso l’esito più realistico dei processi di gestione dei conflitti. La crisi etiope non fa eccezione. L’UA – sostenuta dall’Unione Europea, gli Stati membri con rappresentanze diplomatiche in Etiopia, Canada, Norvegia e Regno Unito – e l’Intergovernmental Authority on Development, organizzazione regionale del Corno d’Africa – hanno chiesto la cessazione delle ostilità e il ritorno al dialogo nel quadro dell’Accordo di Pretoria. Già all’inizio di settembre, l’UA aveva nominato mediatore tra il governo federale e la leadership tigrina Olusegun Obasanjo, già alto rappresentante dell’organizzazione per il Corno d’Africa e figura centrale nei negoziati che portarono alla firma dell’Accordo di Pretoria nel 2022. Lo sforzo diplomatico resta però debole e poco coordinato: il TPLF contesta la neutralità di Obasanjo, mentre l’UE e le Nazioni Unite, pur sostenendo la mediazione dell’UA, hanno espresso preoccupazione sia per la presa degli aeroporti da parte delle forze tigrine sia per i raid con droni condotti dall’esercito federale, sottolineando la necessità di proteggere i civili. Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno revocato le sanzioni contro l’Eritrea, citando gli interessi regionali statunitensi. Nel 2022, l’Accordo di Pretoria aveva aperto la strada alla pace, ma non è riuscito a risolvere le dispute territoriali e di sicurezza, garantire il rispetto degli impegni né ricostruire la fiducia tra le parti. Con la ripresa delle ostilità, queste tensioni sono riemerse in un contesto più ampio, segnato dal coinvolgimento di nuovi attori e dal peso crescente delle rivalità regionali. Un eventuale rilancio del processo di Pretoria non potrebbe limitarsi a riaprire un accordo rimasto incompiuto. Richiederebbe di affrontare le questioni irrisolte, coinvolgere le principali forze antigovernative e ridefinire il ruolo degli attori esterni, a partire dall’individuazione di un mediatore credibile per tutte le parti. Le profonde divisioni interne e la competizione tra attori regionali rendono, tuttavia, difficile immaginare una ripresa sostanziale del negoziato nel breve periodo.

Federico Donelli

*Istituto Ispi

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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